rifugiati

“Un buon modo di cominciare quest’analisi è concentrarsi su quella che non possiamo non chiamare economia politica dei rifugiati: questo ci consentirà di acquisire una chiara consapevolezza di che cosa e di chi provochi spostamenti di massa così ingenti.

[…]Lasciati a sè stessi, gli africani non riusciranno a cambiare le loro società. Perché no? Perché noi, noi europei occidentali, gli impediamo di farlo. È stato l’intervento europeo in Libia a gettare il paese nel caos. Sono stati gli attacchi americani in Iraq a creare le condizioni dell’ascesa dell’Isis.

L’attuale guerra civile nella Repubblica Centrafricana fra il sud cristiano e il nord musulmano non è una semplice esplosione di odio etnico. Piuttosto, quell’esplosione è stata innescata dalla scoperta del petrolio nel nord del paese: la Francia (legata ai musulmani) e la Cina (legata ai cristiani) combattono per procura con l’obiettivo del controllo delle risorse petrolifere.

Delle crisi alimentari di molti paesi nel sud del mondo non si possono incolpare i soliti sospetti: corruzione, inefficienza, interventismo statale. La crisi deriva direttamente dalla globalizzazione dell’agricoltura, come nientemeno che Bill Clinton ha chiarito commentando la crisi alimentare globale in un’assemblea ONU dedicata alla Giornata mondiale dell’alimentazione.

Clinton fu molto netto nel dare la colpa non a singoli stati o governi, ma alle politiche di lungo termine di matrice occidentale, imposte globalmente dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea e adottate per decenni dalla Banca Mondiale, dal Fondo Monetario Internazionale e da altre istituzioni internazionali.

Queste politiche hanno spinto paesi africani ed asiatici ad abbandonare ogni sovvenzionamento statale per i fertilizzanti, per le migliorie delle sementi e per altri fattori produttivi, e a consentire l’utilizzo delle terre migliori per l’esportazione dei raccolti, distruggendo così la loro stessa autosufficienza alimentare. Risultato di questi adeguamenti strutturali fu l’integrazione delle agricolture locali nell’economia globale:i raccolti venivano esportati, gli agricoltori venivano espulsi dalle loro terre e ficcati nelle baraccopoli, pronti allo sfruttamento in officine delocalizzate.

Di conseguenza questi paesi dovettero sempre più affidarsi all’importazione di derrate. Essi vengono in tal modo mantenuti in una posizione di dipendenza postcoloniale e sono sempre più vulnerabili alle fluttuazioni del mercato: negli ultimi anni, i prezzi dei cereali sono saliti alle stelle […] e questo ha ridotto alla fame paesi che vanno da Haiti all’Etiopia.

[…] Dobbiamo seriamente considerare la possibilità che stiamo entrando in una nuova crisi di apartheid: alcune parti del mondo, in cui il cibo e l’energia abbondino, si isoleranno da un caotico “fuori”, afflitto da disordini diffusi, dalla fame e da guerre permanenti. I popoli di Haiti e di altre regioni colpite dalla carestia, che cosa dovrebbero fare? Non hanno il diritto di ribellarsi violentemente? O anzi di rifugiarsi altrove…

[…]Il 5 giugno 2006, il pezzo di copertine del Time era intitolato La guerra più mortale del mondo: una documentazione dettagliata sulla morte di circa quattro milioni di persone in dieci anni a causa della violenza politica in Congo. […] Già nel 2001, un’inchiesta delle Nazioni Unite sullo sfruttamento illegale delle risorse naturali congolesi avevano appurato che il conflitto in atto nel paese riguarda soprattutto l’accesso, il controllo e il commercio di cinque risorse minerarie fondamentali: coltan, diamanti, rame, cobalto e oro. Dietro la facciata della guerra etnica, scorgiamo così i meccanismi del capitalismo globale.

Il Congo non esiste più come Stato unitario; è una molteplicità di territori governati da signori della guerra locali che controllano la loro striscia di terra servendosi di eserciti che, di consueto, annoverano bambini drogati. Ognuno dei signorotti fa affari con un’impresa o una compagnia straniera, che sfrutta il più possibile le ricchezze minerarie della regione. Ironia della sorte, buona parte dei minerali viene usata per costruire prodotti ad alta tecnologia, come computer portatili e cellulari.

[…] È da qui che bisogna cominciare se vogliamo davvero contribuire a interrompere il flusso di rifugiati che proviene dai paesi dell’Africa.  La prima cosa è tenere presente che la maggior parte dei rifugiati proviene da “Stati falliti”, Stati in cui ogni autorità pubblica è  quasi o del tutto destituita, per lo meno in ampie zone dei paesi in questione (Siria, Libano, Iraq, Libia, Somalia, Congo). In tutti questi casi, la disintegrazione del potere statale non è un fenomeno puramente locale ma il risultato di decisioni economiche e politiche internazionali; in alcuni, come in Libia e in Iraq, è persino il diretto risultato di interventi occidentali.

[…] Come nasce, da questa confusione, il flusso dei migranti? Quel che sappiamo è che esiste un’economia complessa del trasporto dei rifugiati (un’industria che vale miliardi di dollari): dunque chi è che la finanzia? Chi la ottimizza? Che aspettano ad esplorare questi oscuri bassifondi i servizi segreti europei? Il fatto che i rifugiati versino in condizioni disperate non esclude affatto la possibilità che il loro flusso faccia parte di un piano ben concertato.

Non si può fare a meno di notare come alcuni paesi meno abbienti del Vicino Oriente (Turchia, Egitto, Iran ecc.) siano molto più aperti ai profughi di quelli davvero ricchi (Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar ecc.). […] La comunità internazionale dovrebbe esercitare un’ingente pressione sull’Arabia Saudita  ( e su Kuwait, Qatar ecc.)  perché facciano il loro dovere e accolgano ampi contingenti di profughi, tanto più che, sostenendo i ribelli ad Assad, l’Arabia è in gran parte responsabile della situazione siriana.

Un altro tratto comune di quei ricchi paesi è l’emergere di nuove schiavitù. Mentre il capitalismo si autolegittima come sistema economico che implica e promuove le libertà personali ( in quanto condizione degli scambi commerciali), le sue stesse dinamiche hanno condotto a una rinascita della schiavitù. […] È possibile azzardare l’ipotesi che oggi, con l’epoca nuova del capitalismo globale, stia nascendo una nuova era della schiavitù.

Non esiste più la condizione legalmente formalizzata dello schiavo, ma la schiavitù ha assunto una miriade di nuove forme: i milioni di lavoratori della penisola saudita, privi dei più elementari diritti civili e libertà; il controllo totale esercitato su milioni di operai nelle officine euroasiatiche, spesso organizzate esattamente come campi di concentramento; l’uso diffusissimo del lavoro forzato nello sfruttamento delle risorse naturali in molti paesi dell’Africa centrale. Ma non dobbiamo andare così lontano. Il primo dicembre 2013, uno stabilimento tessile di proprietà cinese nella zona industriale di Prato, cittadina italiana a dieci chilometri dal centro di Firenze, andò in cenere: morirono sette operai che vi erano rimasti intrappolati.

[…] Non possiamo permetterci il lusso, dunque, di guardare alla vita miserabile dei nuovi schiavi nei lontani sobborghi di Shanghai (o degli Emirati o del Qatar) e criticare ipocritamente i paesi che li ospitano. La schiavitù può trovarsi anche qui, a casa nostra. Solo che non la vediamo, o piuttosto facciamo finta di non vederla. Questa nuova apartheid, questa esplosione sistematica del numero di possibili forme di schiavitù de facto, non è una contingenza deplorevole ma una necessità strutturale dell’odierno capitalismo globale. 

È probabilmente questa la ragione per cui i rifugiati non vogliono andare in Arabia Saudita. Ma del resto, i rifugiati che fanno ingresso in Europa non si stanno offrendo come forza lavoro economica e precaria, in molti casi a spese dei lavoratori del luogo, molti dei quali reagiscono a questa minaccia aderendo ai movimenti populisti e anti-immigrazione? Per molti immigrati, questo rifiuto da parte dei poveri del luogo sarà un sogno che si realizza.”

(Di Slavoj Žižek, da La nuova lotta di classe, Ponte delle Grazie,2016,Milano)

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