Žižek, l’ipocrisia del politicamente corretto

Perché il politicamente corretto è un'offesa alla realtà?

Ecco dove sta il problema della nota massima “Sii te stesso”. Quale me stesso? […] l’immagine idealizzata di me stesso, la disinvolta auto-identificazione e l’auto-accettazione mutano impercettibilmente in auto-alienazione, e la paura di non essere fedele al mio “vero me” mi tormenterà per sempre. E la stessa identica domanda – quale sé? – tormenta l’ultima trovata del politicamente corretto, la cui espressione commerciale si materializza nel cosiddetto “Kit per il Consenso Affermativo” che viene offerto su internet dal Progetto per il Consenso Affermativo a soli 2 dollari: una borsetta che contiene un preservativo, una penna, alcune mentine, e un contratto semplice dove si stabilisce che entrambi i firmatari acconsentono liberamente a un atto sessuale concordato. La coppia che volesse fare sesso dovrebbe scattarsi una foto col contratto in mano, così viene consigliato, oppure darsi un appuntamento e firmarlo. Nonostante il “Kit per il Consenso Affermativo” affronti un problema molto serio, lo fa in un modo che non solo è stupido ma anche immediatamente controproducente -perché? L’idea implicita è che un atto sessuale, perché sia a riparo da qualunque sospetto di costrizione, debba essere dichiarato in anticipo, in quanto esito di una decisione libera e consapevole presa da entrambe le parti.[…]Il kit è solo l’espressione esasperata di una mentalità che si sta diffondendo negli Stati Uniti – per esempio, lo Stato della California ha approvato una legge che richiede a ogni college che riceve finanziamenti statali di adottare le politiche necessarie affinché tutti gli studenti ottengano un consenso affermativo […] prima dell’attività sessuale, altrimenti si rischia di essere puniti per violenza sessuale.

[…] Dalla prospettiva attuale, possiamo leggere in quella proibizione un segnale precoce che anticipava la stessa ossessione politicamente corretta che oggi vorrebbe preservare gli individui da qualunque esperienza potenzialmente nociva. E non ci si limita alle esperienze della vita reale, persino la finzione può essere censurata, come si rileva da una richiesta inoltrata recentemente dal Comitato Consultivo per gli Affari Multiculturali della Colombia University (MAAB) perché venga applicato un bollino rosso alle opere d’arte canoniche.[…] A provocare la richiesta, la lamentela di una studentessa che, avendo subito violenza sessuale, si era sentita “provocata” dalle descrizioni vivide dello stupro nelle Metamorfosi di Ovidio, che doveva studiare. Visto che il professore non aveva accolto la lamentela della studentessa, il MAAB ha anche proposto dei “corsi di formazione alla sensibilità” rivolti ai docenti perché fossero istruiti su come trattare i sopravvissuti a un’aggressione, i neri, o le persone appartenenti alle fasce di basso reddito. Jerry Coyne ha ragione nel sostenere che ” la strada che ci ha portati all’adozione del bollino rosso- non solo per segnalare le aggressioni sessuali, ma anche la violenza, il fanatismo e il razzismo – condurrà infine ad additare ogni opera letteraria come potenzialmente offensiva. Allora addio alla Bibbia, addio a Dante, addio a Huck Finn, addio a tutta la letteratura antica, scritta prima che comprendessimo che le minoranze, le donne e i gay non sono persone di seconda categoria. E quanto alla violenza e all’odio, be’, sono ovunque, giacché fanno parte tanto della letteratura quanto della vita. […] Alla fine ognuno può dichiararsi offeso da qualche cosa: i liberali dalla politica conservatrice, i pacifisti dalla violenza, le donne dal sessismo, le minoranze dall’intolleranza, gli ebrei dall’antisemitismo, i musulmani da qualunque cenno a Israele, i creazionisti dall’evoluzionismo, i fanatici religiosi dall’ateismo e così via.”

[…] E – ecco il paradosso ultimo e inesorabile – in quanti si sentirebbero feriti dal dispiegamento universali di bollini rossi, interpretandolo come un regime oppressivo di controllo totale? Dovremmo allora contestare il presupposto su cui poggia la richiesta del MAAB:”” Gli studenti hanno bisogno di sentirsi al sicuro in classe…” No, non hanno bisogno di sentirsi al sicuro, devono imparare a confrontarsi apertamente con le umiliazioni e le ingiustizie della vita, e a combatterle. L’intera visione della vita proposta dal MAAB è sbagliata, e anzi, “è tempo che gli studenti imparino che la Vita è una Provocazione[…] Rinchiudersi in un Grande Spazio Sicuro per quattro anni ha un effetto regressivo”. Dovrebbero insegnarci a uscire dal guscio, dal Grande Spazio Sicuro, a entrare nella vita pericolosa, rischiosa che c’è fuori e a intervenire lì. Dovrebbero insegnarci che non viviamo in un mondo sicuro – viviamo in un mondo pieno di catastrofi, da quelle ambientali ai possibili nuovi scenari di guerra, alla violenza sociale crescente.

[…]Per capire veramente la violenza sessuale bisogna esserne turbati, traumatizzati persino – se restiamo vincolati alle descrizioni asettiche, ai tecnicismi, ci comportiamo come quelli che descrivono la tortura come una “tecnica di interrogatorio potenziata” o lo stupro come una “tecnica di seduzione potenziata”. Solo il sapore di quella cosa può renderci davvero immuni. E già assistiamo alle conseguenze di una mentalità simile: quando, all’inizio del settembre 2016, Facebook ha censurato la celebre fotografia della “bambina del napalm” – che ritrae una bambina vietnamita di nove anni, nuda, mentre fugge dalle bombe al napalm – ha motivato in maniera ipocrita la propria scelta accampando la scusa di voler tutelare la nudità infantile che avrebbe potuto essere interpretata come pedopornografia, ignorando l’evidente dimensione politica. Ciò che questa immagine può “provocare” non è di certo l’eccitazione sessuale, ma la presa di coscienza dell’orrore della guerra contro la popolazione civile.

[…]A questo proposito, Nikki Johnson-Huston ha descritto in modo eloquente il modo in cui i bianchi liberali hanno deviato il discorso sulla diversità, sul politicamente corretto e sui temi che dovrebbero farci sentir oltraggiati: ” Quello che critico nel liberalismo è l’impegno eccessivo nel sorvegliare il linguaggio e i pensieri della gente, da cui, tuttavia non si pretende che faccia alcunché per risolvere i problemi. Gli studenti bianchi liberali dei college parlano di spazio sicuro, provocazioni verbali, micro-aggressioni e privilegio dei bianchi [corsivi miei] mentre non hanno niente da fare o, che più importante, niente a cui rinunciare. Non riescono neanche a conversare con chi vede il mondo in maniera diversa da loro, senza affibbiargli un’etichetta come razzista, omofobo, misogino, fanatico, provando poi a farlo espellere dal campus, o a rovinarlo e a rovinargli la reputazione […].”

Ecco qual è, da un punto di vista politico, il problema che si riscontra nell’atteggiamento politicamente corretto: riconoscere le ingiustizie della vita reale, ma, parafrasando Robespierre, vuole sanarle con una rivoluzione senza rivoluzione: vuole il cambiamento senza sociale senza un effettivo cambiamento. 

(da Il coraggio della disperazione di Slavoj Žižek,Ponte delle Grazie, 2017)

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