Di Pino Cabras

Lo Yemen è già da tempo per l’Arabia Saudita quel che il Vietnam è stato per gli Stati Uniti, e quel che l’Afghanistan è stato per l’Unione Sovietica: puoi avere un volume di fuoco schiacciante, una dovizia di bombe da gettare senza risparmio, un’indifferenza ai costi umani da te causati, ma perdi lo stesso sul campo di fronte a un popolo determinato, pronto al sacrificio, capace di alleanze internazionali, con capi militari capaci di tattica e strategia e che non ragionano in quel modo grossolano dei tuoi criminali di guerra affidati soltanto al volume dei loro ordigni.
Quelli meno armati fanno una cosa astuta: a loro basta puntare a forme di “guerra asimmetrica”, dove le forze belligeranti più deboli sopperiscono alle proprie carenze quantitative e qualitative con stratagemmi che infliggono il massimo danno con il minimo sforzo ad apparati militari accecati dal loro senso di onnipotenza.
Molti dirigenti sauditi, ieri, devono essere rimasti sorpresi, quando dal cielo è giunto un attacco militare che ha distrutto i loro impianti dotati della capacità di lavorare metà del volume di petrolio che l’Arabia saudita tratta ed esporta ogni giorno. Dopo l’attacco, il Paese ha di fatto dimezzato la produzione di greggio, che resterà priva di 5,7 milioni di barili al dì. Molti analisti corrono a prevedere rapidi aumenti del prezzo al barile, con effetti drammatici sulle nostre economie. Anche qui a Ovest molti ormai temono l’incendio che avevano a lungo lasciato divampare, ora che lambisce già le proprie case.
La sorpresa dei dirigenti sauditi sarà stata espressa più o meno così (traduco dall’arabo): «Mannaggia! Siamo il terzo paese al mondo per spese militari, nel 2018 abbiamo scucito 68 miliardi di dollari, quasi il 9 per cento del nostro PIL, sborsiamo più della Russia che viceversa se la gioca con gli USA in capacità strategica, eppure bastano pochi droni scalcinati di quei pezzenti dello Yemen per metterci in ginocchio, porcaccia di una miseria! E dire che su questi scalzacani abbiamo scaricato interi arsenali, roba da sterminarli. E invece, guarda qua che catastrofe abbiamo in casa!»
La guerra in Yemen è già oggi un disastro strategico per l’Arabia Saudita, irrisolvibile con le vie costosissime usate finora dall’uomo forte di Riad, Mohammad Bin Salman, detto MBS. O la guerra finisce e MBS trova un accordo internazionale che riduce le sue pretese in Yemen. O la guerra si allarga e incendia il Medio Oriente, e parleremmo in tal caso dell’anticamera di una guerra mondiale. Difficile invece vedere una sostenibilità dell’attuale fase bellica, che incontra una preoccupazione sempre maggiore a livello mondiale. Oltre all’incalcolabile costo umano causato dalle continue stragi, in Yemen sono state distrutte tutte le infrastrutture, sono state generate maree di rifugiati che hanno innescato un domino di catene migratorie disastrose, mentre si è creato un quadro di instabilità a medio e lungo raggio. Le cancellerie e i parlamenti uno dopo l’altro nel mondo hanno cominciato a pensare che non sia vero che la pecunia non puzza. Puzza troppo, in questo caso. Guadagnata con una mano, ne fa perdere troppa dall’altra mano. Il caos, quando è esorbitante, fa rimettere soldi e minaccia il potere. Il dio dei bilanci in rosso scava la terra sotto il dio della guerra.
Quando molti parlamenti, tra cui il parlamento italiano senza un solo voto contrario, hanno approvato risoluzioni per interrompere le forniture all’avventura bellica dei sauditi e dei loro alleati, hanno tratto le conclusioni dovute di fronte a una vicenda diventata politicamente senza un futuro: la guerra in Yemen e gli affari connessi sono una questione da risolvere perché genera problemi di scala oramai troppo vasta. L’Onu l’ha definita «la peggiore crisi umanitaria del pianeta». E nel contempo la crisi bellica è un vettore di destabilizzazione potentissimo che si trova a pochi passi dai gangli vitali delle forniture energetiche globali.

Il Caso RWM

A poche settimane dalla risoluzione del parlamento e dalle conseguenti decisioni del governo sull’export di bombe a sauditi ed emiratini, i dirigenti della RWM, la società che possiede la fabbrica sarda di bombe di Domusnovas, hanno annunciato una drastica riduzione dell’organico. Le persone che ora pagano il prezzo con la perdita del proprio lavoro sentono come cose lontane e astruse le vicende geopolitiche che pure influiscono sul proprio immediato futuro, in una terra che offre già poco lavoro e che negli anni ha visto sparire industrie e prospettive di vita. «Se non le fabbricano qui le fanno altrove, e quelle bombe per noi sono il pane». «La colpa di questa ennesima crisi è dei politici che hanno voluto chiudere l’esportazione. La guerra continuerà lo stesso, ma intanto qui perdiamo tutto». Lo ripetono in tanti, ma – per le ragioni che ho illustrato prima – la crisi yemenita non si riduce affatto a queste osservazioni, Quelli che speculano sul “finché c’è guerra c’è speranza” parlano di un affare che era già un business senza futuro, perché la guerra in Yemen aveva raggiunto una soglia che nessuno poteva più lasciare funzionare come prima a livello internazionale. Questione di pochi mesi, e la discontinuità nella guerra arrivava. Ed è arrivata. Sorge perciò la domanda che doveva sorgere anni fa: “dunque che fare?”
Ne ho parlato già con diversi esponenti del governo, raccogliendo la loro disponibilità a occuparsene quanto prima. Per uscire dalla monocultura delle bombe non bastano chiacchiere. Servono scelte politiche di grande portata. Dopo la Guerra Fredda, quando la Germania fu riunificata, ottenne un programma comunitario per la riconversione economica e sociale delle aree dipendenti dalle produzioni e dalle presenze militari. Furono grandi risorse non solo nazionali, perché internazionali erano state le cause di quel prolungato impatto militare. Un’analoga scelta di livello europeo occorre anche per il caso RWM, facendo uscire un’intera comunità locale da una monocultura economica e offrendo alternative occupazionali.
Uno dei grandi piani di investimenti annunciati dal neo-comissario europeo al Mercato Unico, la signora Sylvie Goulard, sarà nei settori della Difesa e dello Spazio, dapprima con un aumento della cooperazione europea, poi con la creazione di mega-fondi di investimento europei dedicati a questi settori altamente innovativi, con l’idea di ricadute per le produzioni civili e posti di lavoro qualificati. Si tratta di investire decine di miliardi a livello europeo con produzioni che creino ricerca, innovazione, lavori di qualità, industrie di nuovo tipo. Il Sulcis Iglesiente può stare in questa partita se gioca da subito nel gioco grande, non se aspetta le briciole mentre cambia il vento di una guerra disgraziata.
Per essere chiari. Io non penso affatto che la Repubblica italiana debba rinunciare ad avere un’industria a produzione militare. Un conto è incrementare i bilanci vendendo bombe da usare contro la popolazione civile, finché soffia il vento di una battaglia, un’altra questione ancora è produrre sistemi d’arma complessi. Un paese che perda competenze militari e non abbia una politica industriale militare moderna perde ogni residua sovranità, specie se ambisce a creare relazioni multilaterali paritarie, ancorché orientate al disarmo. Tutto il filone industriale ad alto valore aggiunto ed ecologico che va dalla ricerca, alla Difesa, all’aerospaziale, in collegamento con i grandi investimenti nei campi innovativi nei settori dell’energia e delle tecnologie ambientali, deve trovare casa in Sardegna.
Oltre alla massima utilizzazione delle risorse europee, si rende necessaria l’istituzione di un fondo ad hoc e l’individuazione di un organo responsabile di condurre a buon esito, in tutte le sue fasi, il processo di riconversione verso il settore civile e “a duplice uso” delle aziende e dei territori che subiscono il prezzo economico e sociale dei divieti di esportazione (peraltro previsti già nella legge 185/1990). Buone pratiche e provvedimenti che hanno avuto esito positivo in materia in Europa e nel mondo sono da prendere ad esempio.
In proposito occorre convocare un Tavolo tecnico per la Riconversione coinvolgendo diverse università, a partire dalle facoltà di ingegneria ed economia degli atenei sardi, il mondo delle imprese e quello delle cooperative, la Regione Sardegna, Banca Etica, Banca Europea degli Investimenti, Banca del Consiglio d’Europa, SFIRS, Invitalia.
Subito dopo occorre lanciare un grande Concorso d’idee a livello internazionale, coinvolgendo anche grandi organizzazioni religiose, una risorsa chiave per un progetto guida che può diventare un esempio ripetibile.
Non da ultimo, occorre riorientare e riattivare il Piano Sulcis, la Bella Addormentata della programmazione economica, in raccordo con le risorse della programmazione della Regione Sardegna.

Pino Cabras è un deputato del M5S

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