Donbass, Ucraina (Foto: Giorgio Bianchi)

Giorgio Bianchi è un fotoreporter. Ha raccontato con le immagini i tragici fatti di Piazza Maidan, giorno in cui è stata provocata la faglia profondissima che divide in due l’Ucraina. Ha raccontato la guerra del Donbass, dando parola agli occhi degli ucraini che hanno perso tutto, e che continuano a vivere quando intorno tutto muore. Il primo maggio, mentre si recava ad Odessa per assistere alla commemorazione della strage di quattro anni fa, è stato fermato dalle autorità ucraine ed espulso dal Paese. Noi lo abbiamo intervistato.

 

Ciao Giorgio, da quattro anni racconti la crisi ucraina. Il primo maggio ti stavi recando a Odessa per partecipare alla commemorazione della strage del 2 maggio ma sei stato fermato a Kiev e sei stato espulso dalle autorità ucraine. Come è andata?

Il 1° maggio mi stavo recando ad Odessa per documentare le commemorazioni del massacro e la marcia organizzata da Pravysektor.
Al controllo passaporti all’aeroporto di Kiev mi è stato detto che c’erano problemi con il mio documento e sono stato invitato a recarmi in un ufficio della polizia di frontiera.
Lì mi è stato dato un foglio secondo il quale risultavo essere persona non gradita.
Sono stato accompagnato al gate e mi è stato detto di aspettare perché sarei stato rimpatriato con il primo volo. Dopo circa 2 ore sono tornati a prendermi e mi hanno condotto in un altro ufficio dove ad attendermi c’era una collega difronte a un PC con webcam puntata verso la sedia sulla quale mi sarei dovuto sedere. Hanno iniziato ad interrogarmi sul motivo della mia visita; a quel punto ho mostrato loro le mie lettere di accredito e ho spiegato che ero lì per verificare una serie di informazioni che avevo raccolto nelle interviste che avevo realizzato per il documentario che stavo girando.

Kiev, Ucraina (Foto: Giorgio Bianchi)

Le guardie di frontiera mi hanno a quel punto riferito che sulla mia persona pendeva un decreto di bando di 5 anni che era dovuto ad un mio presunto ingresso illegale sul loro territorio nel 2015. A quel punto gli ho risposto che io semmai rientravo in quell’esigua minoranza (circa il 10%) di reporter che all’epoca fecero tutte le cose in regola, ovvero che volai A/R su Kiev, che mi accreditai presso il loro Ministero dell’Interno ricevendo la ATO card, che mi recai a Kramatorsk via treno e a Donetsk via autobus. Per di più (ma non lo avevo li per mostrarglielo) avevo conservato il vecchio passaporto con i timbri dei checkpoint. Era del tutto evidente la pretestuosità di questo provvedimento.
A quel punto i poliziotti di frontiera mi hanno informato che la situazione si era aggravata a causa della mia consapevolezza del decreto di bando di 5 anni e che per questo motivo sulla base di una legge da poco promulgata ero passibile di arresto. Senza indugiare troppo mi hanno trasferito in un’altra stanza e hanno cominciato a scrivere dei moduli, ma il tutto è stato interrotto da una chiamata alla radio. Dopo un breve scambio verbale in ucraino il funzionario ha smesso di scrivere e mi ha invitato a seguirlo; siamo di nuovo tornati al Gate e mi ha detto di aspettare fino alle 20.30 per essere imbarcato sul volo per Orio.

La strage di Odessa è apparsa come un vero e proprio pogrom antirusso perpetrato contro alcuni manifestanti antiMaidan.  E proprio a cominciare dai tragici giorni di Piazza Maidan l’Ucraina si ritrovata spezzata in due. Dopo questi quattro anni di violenza pensi che sia possibile una riconciliazione del popolo ucraino?

Oramai penso che l’Ucraina governativa e quella secessionista siano due “placche” separate dalla medesima linea di faglia che corre lungo il confine del Donbass.
Tali placche sono oramai in progressivo e irreversibile allontanamento, pertanto non credo ci siano troppi margini per una futura riconciliazione. Personalmente spero che un giorno il buon senso prevalga anche se, stando ai commenti degli ucraini di ambo gli schieramenti ai miei post sui social, credo che il livello di ideologizzazione abbia oramai superato il punto di non ritorno.

Donbass, Ucraina (Foto: Giorgio Bianchi)

In questi ultimi anni abbiamo visto come l’Unione Europea e la NATO siano impazienti di far rientrare l’Ucraina nella propria sfera di influenza. Questo aumenterebbe il rischio di uno scontro diretto con la Russia. Pensi che questa sia una crisi regionale o mondiale?

In realtà non credo che l’Europa sia così felice di far entrare l’Ucraina nell’Unione e men che meno nella NATO. Credo che gli USA stiano facendo enormi pressioni in tal senso e che i burocrati Europei, come sempre del resto, stiano facendo ciò che gli riesce meglio ovvero il pesce in barile (non a caso la Mogherini è ufficialmente definita Miss PESC).
Bisogna entrare nell’ottica che la crisi ucraina è stata organizzata a tavolino dagli USA per danneggiare le relazioni diplomatiche tra Europa e Russia.
Gli americani sapevano perfettamente che in caso di colpo di stato i russi avrebbero immediatamente sigillato le frontiere della Crimea per salvaguardare i loro interessi strategici.
Questa reazione scontata è stata provocata deliberatamente per poi giustificare le sanzioni economiche nei confronti della Federazione.
E’ stata una sorta di profezia che si è auto-avverata.
La crisi ucraina non è affatto una questione secondaria ma è stato il segnale di inizio della nuova guerra fredda. E’ da quel preciso momento che le relazioni tra EU e Russia sono precipitate.

Euro 2012-Aeroporto di Donetsk, dicembre 2017.
(Foto: Giorgio Bianchi)

In Ucraina ci sono circa 16 milioni di russi su una popolazione di 40 milioni di abitanti. La Crimea è tornata alla Russia dopo aver indetto un referendum e il Donbass è insorto contro il governo di Kiev. Proprio in questa regione la minoranza russa è del 40% e ovunque si parla il russo. Come sono cambiate le condizioni di vita dei russi d’Ucraina?

Basti solo dire che mentre ero all’aeroporto di Kiev una famigliola di San Pietroburgo, padre e due figli di 13 e 17 anni, è stata rimpatriata assieme a me.
Erano in visita presso una famiglia di ucraini di Kiev che li avevano invitati.
Avevano con se tutti i documenti necessari ivi compresa una lettera di invito da parte della famiglia ospite.
Purtroppo per loro non c’è stato nulla fare, sono stati rimandati a casa con un decreto di bando di 5 anni per ciascuno ivi compresi i ragazzi minorenni.
Il padre prima di salutarmi mi ha detto “siamo stati cacciati via solo per essere russi”.
Purtroppo, per noi che siamo qui, non è facile comprendere il clima di frustrazione che in questo momento sta attraversando il popolo russo fortemente attratto dall’Europa ma da essa respinto per ignoranza più che per conoscenza.
Soprattutto nei riguardi di noi italiani, nutrono una sincera quanto quasi infantile ammirazione, pertanto gli risulta veramente incomprensibile la nostra ostilità nei loro confronti.

Donbass, Ucraina (Foto: Giorgio Bianchi)

Tornerai in Ucraina?

No non credo anche perché se lo facessi finirei molto probabilmente per essere arrestato.
Mi piacerebbe vedere pubblicata sul sito della televisione ucraina Hromadske.ua l’intervista che mi hanno fatto 2 mesi fa mentre ero a Donetsk.
Un loro giornalista di nome Vasyl Pekhno mi ha cercato per una settimana per chiedermi una intervista.
Alla fine ci siamo sentiti via Skype hanno registrato la conversazione e mi hanno persino chiesto se potevano prendere le mie foto dal sito.
Quale occasione migliore del mio fermo all’aeroporto per mandarla.
Eppure niente.
Si vede che avevo detto cose veramente scomode se dopo avermi cercato per una settimana alla fine hanno deciso di cassarla.

 

Le foto di Giorgio Bianchi si trovano qui:

http://www.giorgiobianchiphotojournalist.com/

http://www.giorgiobianchiphotojournalist.com/

 

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