Home Storia Vivere con i Taliban: sangue, Corano e guerra

Vivere con i Taliban: sangue, Corano e guerra

Innamorati delle armi, così sognano di morire

Di Daniele Mastrogiacomo

LASHKAR GAH – Per due settimane, per quindici lunghi giorni e quindici notti infinite, ho vissuto con i Taliban. Sempre prigioniero, sempre legato mani e piedi. Mi hanno trascinato in giro in lungo e in largo per tutta Helmand, la regione a sud dell’ Afghanistan che controllano quasi interamente e che ha sfornato i mujahiddin più duri. I più decisi ad immolarsi alla ricerca del paradiso che Allah ha promesso solo ai musulmani fedeli ai princìpi del Corano. Come prigioniero cercavo sempre e soltanto una via di salvezza, uno spiraglio di speranza. Ma come giornalista mi scoprivo a guardarli, studiarli, analizzarli in ogni loro abitudine. Li osservavo nel freddo del deserto, nel caldo delle pianure sabbiose. Li scrutavo mentre mangiavamo lo stesso cibo, bevevamo la stessa acqua dei pozzi, dividevamo lo stesso pane rappreso. Annotavo mentalmente il loro modo di pregare, ma perfino quello di mettersi a dormire. E questo è uno studio coatto fatto di piccole e grandi esperienze, di dettagli quasi insignificanti, gesti, riti, usanze che solo adesso posso cominciare a sistemare nella mente e provare a interpretare. I Taliban sono soprattutto guerrieri. Gente abituata a maneggiare le armi, ad usarle, pulirle, a venerarle. Sono quasi sempre le sole compagne di vita con le quali dividere ogni cosa. Sono quasi tutti giovani, tra i venti e i venticinque anni. Hanno una solida e profonda formazione religiosa. Provengono dalle scuole coraniche, le madrasse sorte a centinaia lungo i confini tra il Pakistan e l’ Afghanistan durante e dopo la Jihad contro l’ Armata Rossa dell’ Unione Sovietica. Ragazzi poveri, privi di cultura, di esperienza umana, sessuale, emotiva, sentimentale. Sono cresciuti insieme e insieme, come un branco, continuano a vivere il resto della loro esistenza. Nelle madrasse si sono formati all’ Islam, hanno studiato il Corano, lo hanno imparato a memoria, lo sanno recitare in arabo, nella lingua originale. Li ho sentiti leggerlo ad alta voce, ascoltarlo nelle cassette registrate dove i versetti sono spesso accompagnati da dolci melodie. Le uniche musiche che possono e vogliono ascoltare. SEGUE A PAGINA 9 Ma sono anche diffidenti, sospettosi con chiunque sia un takfir, un infedele che ha smarrito il suo cammino. Un pericoloso nemico che minaccia la loro religione e nei confronti del quale ci sono poche speranze di redenzione. Il fatto di essere nato a Karachi, in Pakistan e di avere tra gli altri anche un nome islamico, Amir, (principe della pace) mi ha forse aiutato in qualche modo. Forse tra le circa ottanta persone che ho conosciuto in questa mia prigionia qualcuno ha intravisto la possibilità di riportarmi su quella che per loro è la sola retta via. Ci hanno provato in molti, capi religiosi in testa, a convertirmi. Mi sussurravano che ero ancora in tempo, che avrei potuto compensare la mia svolta spirituale e conquistarmi il diritto ad aspirare al paradiso che segue la nostra vita terrena. Era una costante, un tema che si riproponeva durante i lunghi pomeriggi che precedeva la preghiera delle sei, la quarta delle cinque previste nell’ Islam sunnita, forse la più importante, da recitare rivolti verso la Mecca, spesso individuata attraverso bussole militari di fortuna e officiata con un fervore che non ammetteva errori. Ho conosciuto e ho vissuto con due diversi gruppi Taliban. Quelli che mi hanno arrestato, hanno indagato sulla mia posizione cercando di capire se fossi una spia, erano dei combattenti, veri soldati, impegnati notte e giorno a programmare assalti e attentati alle forze di coalizione e a quelli della polizia afgana. Sono stati loro a trascinarmi verso il profondo sud di Helmand, fino ai confini con il Pakistan. Erano quindici giovanissimi, guidati da un comandante, piccolo, nervoso che ribadiva la sua autorità con ordini secchi e guidando personalmente la sua potente Land Cruiser in modo spericolato. Abbiamo vissuto insieme per la prima settimana. Dal lunedì mattina in cui ci hanno catturati fino alla domenica successiva. Seduti alla meglio, sopra un materasso di coperte trapunte, sacchi a pelo, taniche di acqua e benzina che coprivano l’ intero cassone del pick-up, abbiamo viaggiato quasi ogni notte e comunque gran parte delle mattinate. Indossavano tutti il vestito tradizionale afgano, pantaloni larghi stretti da un cordone colorato coperto da un camicione aperto all’ altezza dei fianchi che arriva sotto le ginocchia. Il tutto era avvolto da un telo. Il vestito era completato spesso da un turbante nero, comunque scuro, che veniva avvolto con un gesto rituale, quasi ogni ora attorno al capo a sua volta coperto da un piccolo cappello che lo teneva ben sicuro sulla testa. Avere qualcosa in testa era non importante, ma essenziale per le preghiere che avevano una cadenza precisa e non consentivano deroghe in ogni luogo in ogni tempo. Malaws, la guida religiosa con cui intrattenevo i dibattiti più profondi, avvertiva i ragazzi quando era venuta l’ ora di rivolgersi ad Allah e imponeva a tutti di eseguire il lungo rito che precede e accompagna a quella sensibilissima fase spirituale. Si iniziava alle sei del mattino, poco prima dell’ alba venivamo svegliati e invitati a fare le abluzioni. Prima di pregare bisogna purificarsi, lavarsi le mani, il viso, le orecchie e i piedi. Anche due, tre volte perché è assolutamente necessario eliminare tutte le impurità. E’ escluso da questo rito solo chi non è andato a fare i propri bisogni fisici e non sia contagiato da elementi esterni che possono compromettere il rito della preghiera e mancare di rispetto al Dio a cui ci si rivolge. Le prigioni erano luoghi di fortuna, spesso sporche e polverose. Ma l’ acqua, l’ elemento basilare di ogni giornata, non mancava mai. Anche dopo l’ omicidio dell’ autista i ragazzi sono rimasti a lavare con cura tutti i loro vestiti dalle macchie di sangue che erano sparse un po’ ovunque. Meticolosi, quasi maniacali, strofinavano via il sangue della loro vittima senza una parola. Un rito agghiacciante, subito spezzato da scherzi e altre risate, i conati di vomito per la scena a cui avevo assistito continuavano a riempire i miei incubi. Il rischio di un contagio, anche in quel caso, andava evitato assolutamente. Ajmal, il giornalista afgano con cui condividevo la cella, a differenza dell’ autista tenuto a distanza e spesso isolato, si svegliava. Sapeva di dover pregare lo faceva volentieri, forse come non lo avevo mai visto fare nei cinque anni in cui avevamo lavorato insieme. Vicino al suo giaciglio avevo una vecchia tanica di olio di palma da cucina piena di acqua. La mia aveva un segno particolare, un taglio sul manico o un tappo di colore diverso. Non doveva essere usata ne toccata da altri, mai, come il cibo: sempre patate lessate con fagioli, che mi veniva servito su una scodella a parte, stessa cosa per il tè che mi veniva offerto a orari o secondo riti prestabiliti. Io mi tiravo leggermente sulla schiena, fissato il soffitto retto da travi di legno e arbusti incrociati e approfittavo del momento per fare i miei bisogni mattinieri. Uscivo dal nostro angolo a piccoli passi, trascinando la lunga catena che mi fissava le caviglie verso un luogo indicato dai ragazzi di guardia. Un gesto secco con lo sguardo accompagnato da un piccolo grido se osavo allontanarmi troppo o sbagliassi direzione. Perché anche la direzione era importante, dovevo vedere verso dove si svolgevano i riti e la preghiera e dirigermi dalla parte opposta. Evitare sempre di passare davanti a loro che erano inginocchiati a pregare. Liberarsi verso la Mecca sarebbe stata un’ offesa che poteva anche costarmi – come mi è costata – nuove restrizioni nel rito da prigioniero. Si tornava a dormire. Dormiva soprattutto questo gruppo di soldati che dopo giorni di osservazione avevo definito il mucchio selvaggio e il comandante che guidava da folle la sua jeep fiammante, costringendo tutti noi stipati nel cassone a dei sobbalzi violenti e continui, con le mani sempre legate dietro alla schiena e i glutei indolenziti. E poi altri soldati che ti guardano torvi poi sorridenti, poi ancora seccati indispettiti da un lavoro imprevisto, molto lontano dalle eroiche battaglie da essi tanto desiderate, ma convinti comunque che si trattava di impegni importanti, che avrebbe dato loro onore e meriti. L’ approccio non è stato facile e bisognava cercare di impostare un rapporto che sarebbe durato nel tempo. Il rito del tè, un tè giallo, tonificante e curativo per il fisico e la mente, avveniva secondo scadenze anche queste fissate da motivi religiosi. Quattro volte al giorno, per intercalare i momenti della preghiera. Si avvicinavano a turno. Per curiosità, per desiderio di scoprire misteri e usanze di una persona che la loro cultura e i loro valori consideravano lontani, impossibili, quasi inconcepibili. Ero e restavo un loro nemico. Una persona che aveva smarrito la propria anima, che poteva contagiare la loro purezza. Ma la voglia di sapere era più forte delle preoccupazioni religiose. Con circospezione, con diffidenza l’ uno dell’ altro, si avvicinavano e parlavano. Di tutto. Chiedevano come si vive in Italia, come ci si comporta, quali siano le leggi che regolano la nostra convivenza. Un solo argomento non veniva mai solo sfiorato: le donne. Non fanno parte del loro mondo, non tanto perché vengano disprezzate, ma semplicemente perché fanno paura. Sono solo una fonte di problemi, destinata a svolgere ruoli e compiti diversi. L’ essere femminile, ti facevano capire nei rari accenni all’ altro sesso, va anche rispettato, ma isolato perché è destabilizzante. Non ha nulla a che vedere con la Jihad, la battaglia che ogni vero e puro musulmano deve compiere come missione della propria vita. Il più folle di tutti è quello che mi chiamava provocatoriamente Tony Blair. Piccolo, rotondetto, la barba lunga nera e riccia che lisciava guardandosela in un piccolo specchio che ogni Taliban conserva nel taschino della camicia, mi puntava la canna del kalashnikov sul petto e sorrideva mostrando la schiera di denti bianchissimi. Privati di tutto perfino delle scarpe, mi domandavo come facessero a mantenere così puliti i loro denti. Ognuno aveva il proprio pezzetto di legno di una corteccia speciale con cui spazzolava con cura tutto l’ arco dentario. Ne faceva quasi una questione di vita. Fu proprio lui a dirmelo una notte, mentre tremavo dal freddo attorno a una brace che aveva preparato per me. Mi disse che non poteva presentarsi davanti all’ altro posto (il Paradiso) pieno di polvere e che i denti costituivano, la parte del corpo più importante. Non lasciava mai il suo mitra. Come gli altri, del resto. Persino Hamed, uno spilungone a cui avevo insegnato qualche parola in inglese, soffriva se doveva staccarsi momentaneamente dalla sua mitragliatrice pesante con una cartucciera da duecento proiettili. Andava a dormire nella cuccia che si ricavava nella sabbia delle dune, si metteva vicino la sua arma e la copriva, con amore, quasi fosse stata la sua donna. La accarezzava, la puliva, copriva l’ imboccatura della canna con dei pezzi di stoffa poi avvolti con della plastica. Pulire la propria compagna di vita e di battaglia era un rito che occupava almeno due ore al giorno. Un lavoro di fino. L’ arma veniva smontata, strofinata con degli stracci, filtrata da una cordicella con una corda fatta di stoffa che raccoglieva ogni più piccola impurità. Il pranzo delle dodici, quasi sempre identico, si concludeva con la preghiera delle due, stesso rito le azioni, stesso telo steso per terra, gli sguardi seri, i versetti pronunciati a bassa voce. Solo dopo, a meno di tensioni improvvise che ci costringevano a cambiare programma, si riusciva a dormire. La guardia di turno veniva a sua volta a parlare, mi accorgevo che anche loro, forse dietro ordini precisi, spaziavano su temi che puntavano soprattutto a capire chi fossi, cosa pensassi e se cadessi in contraddizione. Non erano veri e propri interrogatori, erano chiacchiere esplorative, secondo la tecnica psicologica militare ben sperimentata. Ali, il più piccolo, non più di diciott’ anni, sognava di morire in battaglia. Era un desiderio che andava oltre la semplice volontà. Era un destino che cercava da sempre. Mentre sfrecciavamo nel deserto, intonava canzoni taliban, canzoni di battaglia, di leggende, di vittorie, di sogni, di speranze, di martiri. Le ho ascoltate tante volte. Ogni auto che abbiamo cambiato, che ci ha trascinato in lungo e largo nella regione aveva una cassetta inserita nello stereo che non smetteva mai di girare. Canti senza strumenti musicali, solo voci delicate, giovani che ripetono versi al limite della malinconia. Un mucchio selvaggio è in grado di fare di tutto. Cucinare, organizzare un campo, assaltare convogli, accendere fuochi, procurare da mangiare in pieno deserto, riparare motori, pneumatici, trovare mezzi alternativi di locomozione. Riuscire a sconfiggerli è veramente un’ impresa ardua. Non hanno una casa, vivono sempre in giro, tornano dalla famiglia una volta ogni quaranta giorni. Non possiedono un salario, fanno tutto gratis, hanno soltanto il gusto e il piacere, l’ orgoglio di combattere per la loro causa. Il tempo di riposarsi, di salutare amici e parenti e poi via, di nuovo nel gruppo, a ridere, scherzare, a combattere, a pregare. Ridono, ridono in continuazione. Non li ho mai visti arrabbiati, indispettiti, nervosi. Chiuso nelle grotte, negli anfratti, negli ovili, nei buchi di fortuna ricavati tra le rocce di un deserto solcato da centinaia di cammelli e capre selvatiche, li sentivo ridere, spesso con voce stridula, colpendosi con affetto, rincorrendosi, prendendosi in giro. Ti davano l’ illusione di essere solo ragazzi come tutti gli altri, allegri, spensierati, qualche volta perfino dolci. Ma era appunto un’ illusione. Bastava poco per assistere a improvvise manifestazioni di violenza e di durezza che ti riportavano subito alla durissima realtà. Giocavano con me, con il loro prigioniero, straniero, l’ uomo adulto a cui portavano rispetto, perché la tradizione lo imponeva, ma che consideravano comunque un nemico da dover usare per scopi che poteva renderli famosi, forti, potenti, persino eterni nei libri della grande Jihad. Mi chiedevano di tutto, ma l’ ossessione, era quella delle regole e delle punizioni. Volevano sapere quali fossero le pene previste nei comportamenti della vita comune. Mi chiedevano a quale pena incorreva un uomo che uccideva un altro. Io spiegavo loro che dipendeva da molti fattori, ma che nella nostra società privare della vita un altro essere umano è un reato non solo penale, ma etico e perfino religioso. Una condanna, concludevo, cinque, fino a vent’ anni. Loro scuotevano la testa. Seri, lo sguardo fisso per terra mentre scuotevano il capo, obiettavano: da noi è diverso. Chi uccide dev’ essere ucciso. Un parente dell’ ammazzato ha il diritto, il dovere di uccidere l’ assassino del proprio congiunto. Sorridevo e sintetizzavo: le legge del taglione. Spiegavo loro che accadeva anche da noi, ma che l’ evoluzione della società, nel modo di vivere, avevano imposto regole di convivenza più civile. Da noi esiste la giustizia, ma anche il perdono, il valore della vita per noi è sacro, ma vanno viste le circostanze, le attenuanti, i dettagli in cui si è consumato un delitto. Loro continuavano a scuotere la testa, negavano e sentenziavano: va ucciso e se non viene fatto lo facciamo noi, nella piazza pubblica. La stessa cosa per gli adulteri: donne e uomini, devono essere lapidati, se sorpresi ad avere un rapporto illegittimo. Così per i furti, se uno ruba gli va amputata la mano destra, se viene colto sul fatto gli viene tagliato anche il piede sinistro. Regole semplici, chiare, inappellabili. «Sono un ottimo deterrente, nessuno osa farlo più. Sono un esempio per gli altri e la società funziona», mi spiegavano. E qualche altro aggiungeva: «Guarda i territori che noi occupiamo: sono sereni, tranquilli, si può girare tranquillamente di notte e di giorno, lasciare aperti i negozi, aprire attività, girare in lungo e in largo senza alcun problema». E noi occidentali, naturalmente sbagliamo tutto: «Siete incerti, pieni di dubbi, di ripensamenti, la gente ne approfitta e sa di poterla fare franca. La società rischia di diventare un caos, senza certezze e regole». Il mucchio selvaggio mi ha lasciato dopo una settimana. La Jihad è in corso, i comandanti premono per aver indietro i loro uomini. Servono forze fresche e nuove per combattere sul fronte della prima linea proprio a sud di Lashkar Gah. Ed è stato sostituito da altri ragazzi, anche essi soldati, ma più giovani, più mansueti, meno impegnati sul terreno della guerra. Sono ancora più sospettosi. Vedo che l’ arresto, come l’ hanno chiamato, ha ormai preso la piega del sequestro mi guardano a vista, di notte a ogni mio movimento, ogni mio lamento per le catene che mi impediscono di dormire, illuminano con la torcia la mia cella e mi indicano di fare silenzio con il dito sulla bocca. Mimano uno schiaffo, come a far capire che i capi potrebbero ordinare altre punizioni corporali. Sono in sei, tre ciascuno, dopo l’ orribile assassinio del nostro autista. Fanno turni di guardia di due ore. Giorno e notte. Allargano e stringono le catene a secondo dell’ andamento della trattativa. Ma amano parlare, e sono anche loro curiosi, piano piano si fidano. Mi raccontano le battaglie che avevano programmato fino a qualche notte prima. Assalti a commissariati, posti di polizia, al check point. Tengono lontane le armi, ma poi me le fanno vedere, sempre a distanza, impartendo orgogliosi i primi insegnamenti. Calibri, struttura, modelli, tutti vecchi. Rattoppati con lo scotch, pezzi di stoffa, canne di mitra spuntate, sebbene sempre efficienti e difficili da inceppare. Improvvisano partitelle di calcio sull’ aia sporca, invasa dall’ immondizia che non curano di spazzare, assieme alla polvere, alla terra, alla sabbia che il vento, la pioggia, tempeste improvvise alzano due metri da terra. Sono duri, severi, ma anche più disponibili dei primi, quasi servili, pronti a soddisfare ogni mia richiesta. Continuo a dire che sono un uomo maturo, che non sono un soldato, ma un giornalista, che non riesco a sopportare quella vita fatta di stenti, di sofferenze e di privazioni. Loro annuiscono, si mostrano comprensivi. Giocano agli amici anche se non c’ è da fidarsi. C’ è lo sportivo che mi fa togliere un lucchetto alla catena al piede col quale compio esercizi fisici per recuperare un po’ di tonicità. C’ è il ragazzo neanche quindicenne con il quale mimo per due ore tutti i versi degli animali. Tra risate generali. Poi si torna a studiare il Corano. Il comandante mi ha regalato invece il registratore con una cassetta dove sono registrate tutte le letture trascritte in inglese, per loro mi fanno capire sarebbe un onore enorme, convertirmi all’ Islam. Credo che siano sinceri. Che vogliano provarci sul serio. Gli scherzi, le battute, la convivenza forzata che trova vie di sbocco piacevoli, per quello che può essere piacevole la prigionia, si interrompono improvvisamente quando si toccano temi religiosi. Hasman lo ricorda in continuazione: mai mischiare le mie cose con quelle degli altri. Imparo riti e usanze, mi adeguo, le rispetto. I Taliban sono un popolo a parte, pieno di misteri e di verità che conservano gelosamente nelle loro usanze. Dicono tutto e il contrario di tutto, imparo a conoscere e giudicare per quello che sono, forse in fondo dei gran bugiardi. Incapaci di esprimere, per pudore, per rispetto, per tradizione, quello che realmente pensano dell’ altra parte del mondo. Quella impura, e inconsapevole di essere caduta nel baratro dell’ apostasia, come continuano a ripetermi. Per loro esiste solo la Jihad. Un mondo felice, sereno, in pace, persino buono, giusto e solidale. Ma spietato se si tratta di imporre il proprio pensiero. Credono di essere nel giusto. E per redimere quella parte dell’ universo che va salvata da questo smarrimento sono pronti a tutto. Non hanno bisogno di cultura, educazione, scuole, rapporti, progresso, sviluppo civile. E’ già tutto scritto deciso, stabilito. Loro sono già salvi; siamo noi, ci sono io ad essere perduto. E per farlo sono disposti a ogni cosa. Per questo, dopo sorrisi, risate, scherzi e battute, tornano improvvisamente seri e mi dicono: «Domani ti uccidiamo. Per noi, e per il nostro futuro, per la società che vogliamo creare, sei un pericolo. Devi essere sacrificato». Non è solo un ordine che il grande capo, il regista di questo incredibile arresto-sequestro, il mullah Omar in persona, il capo dei Taliban che si è investito del ruolo dell’ erede naturale di Maometto, l’ uomo fuggito in moto dopo l’ attacco angloamericano, ha prima ordinato e poi sospeso. Questo ordine, per loro, arriva direttamente da Allah.

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