Da Laboratorio per l’Alternativa Politico-Culturale

La protesta dei Gilet Gialli è iniziata con una petizione lanciata su Change.org da una comune cittadina Priscilla Ludosky, imprenditrice nel settore dei bio-cosmetici.
Nel giro di qualche settimana ha superato un milione di firme segnando il maggiore successo francese di Change.org secondo solo alla petizione per abolire la riforma del lavoro di Hollande (sulla falsariga del Jobs Act).

La petizione chiedeva di abbassare le tasse sulla benzina, dopo l’ennesimo rincaro. Accanto all’iniziativa della Ludosky, tra ottobre e novembre, è seguita la pubblicazione di un gran numero di pagine Facebook, di video ed eventi Facebook (è così che si sono radunate le masse) che denunciavano il rincaro del prezzo della benzina e invocavano manifestazioni collettive contro Macron, visto come simbolo delle élite e della Francia benestante. In poco tempo nacque l’idea di identificarsi con i gilet gialli che gli automobilisti devono indossare quando scendono dall’auto in panne.

Negli ultimi decenni la diseguaglianza tra i grandi centri cittadini e le periferie francesi è cresciuta smisuratamente al punto che per molti è diventato impossibile vivere nelle grandi città, troppo costose. Così molti francesi si sono ritirati nelle periferie dovendo fare da pendolari tutti i giorni. Per questo l’aumento del prezzo del diesel e della benzina colpisce soprattutto i ceti popolari: i benestanti, in quanto tali, possono permettersi di vivere nelle grandi città e quindi usano le automobili molto meno.
Anche per questo la giustificazione ambientalista all’aumento dei prezzi dei carburanti è stata sentita come un pretesto, o peggio, un approccio tipico di un ambientalismo da radical chic.
I gilet gialli non rinnegano, infatti, la necessità di salvaguardare il clima ma chiedono che il costo per la transizione ecologica non sia solo a carico delle fasce più deboli della società. Tra le loro rivendicazioni c’è a tal proposito la richiesta di investimenti massicci sui trasporti a idrogeno al posto di quelli previsti per le automobili elettriche.

Presto la protesta però ha allargato i suoi orizzonti ed è andata ben al di là delle semplici richieste sui prezzi dei carburanti: ora si rivendicano una paga minima di 1300€ mensili, una casa ai 200.000 francesi che vivono per la strada, un’imposizione fiscale fortemente progressiva, pensioni minime a 1200€ e sistema pensionistico socializzato, ripudio di una grossa fetta del debito pubblico, nazionalizzazione del settore energetico, protezione dell’industria nazionale dalla concorrenza internazionale e processo di reale e piena integrazione dei migranti. Il programma si articola in 39 punti ed è stato comunicato alla stampa prima dell’incontro che doveva tenersi con il governo francese, poi saltato per mancanza di uno streaming. La designazione di un programma politico delineato in diversi punti, segna comunque il passaggio dal semplice sfogo nelle piazze a una volontà propositiva, per nulla da disprezzare.

Si tratta di richieste tutte legittime e che vanno chiaramente in direzione contraria al globalismo e all’Unione Europea di Maastricht. Nessuno dei 39 punti potranno essere realizzati da Macron che ha un programma di governo diametralmente opposto, ed è per questo che alla fine i Gilet Gialli si sono rifiutati sinora di incontrare il presidente francese, consci, come hanno dichiarato, che non esiste una reale volontà di venire in contro alle loro istanze. Il consenso della protesta è stato trasversale: i sondaggi parlano di una percentuale tra il 70 e 80% della popolazione. Sia Melanchon che la Le Pen hanno dichiarato aperto sostegno nei loro confronti. L’adesione popolare al programma dei 39 punti, data la portata del consenso e del suo contenuto, si può quindi considerare genuina (non certo indotta dal canale mediatico).

Tuttavia riteniamo opportuno mantenere un certo prudenziale riserbo su tutta la vicenda. Potremmo anche essere di fronte al tentativo di un colpo di stato inscenato con una pseudo-rivoluzione. D’altronde il copione sembra ricalcare per certi versi quello già visto nelle rivoluzioni colorate. Ricorderemo tutti l’ultima in ordine cronologico: l’Euromaidan in Ucraina. In quell’occasione, proprio come ora in Francia, decine di migliaia di persone scesero in piazza del tutto all’”improvviso”, per protestare contro il governo, e anche in quel caso non c’era l’esplicito richiamo a nessun partito o organizzazione di riferimento. Dietro si è scoperto poi esserci la CIA e il dipartimento di Stato Usa che da anni addestravano e finanziavano Svoboda e il Settore Destro.

Inoltre, ad alimentare i dubbi, resta il fatto clamoroso che i Gilet Gialli, attraverso Christophe Chalençon, uno dei loro portavoce, hanno invocato le dimissioni immediate del governo e la nomina del generale de Villiers al posto di Macron. Nelle parole di Chalencon ai microfoni di Europe 1: “il generale de Villiers ha servito la Francia di sinistra o di destra. Oggi a capo del governo ci vuole un uomo di polso”.

Il generale de Villiers è stato licenziato qualche mese fa da Macron per una ragione precisa: egli era contrario al taglio degli investimenti alla difesa derivanti dalla sempre più stretta collaborazione della Francia con la Germania in ambiti militari. In altre parole, De Villiers era il rappresentate delle forze armate francesi contrarie all’integrazione militare della Francia con la Germania. Macron invece più volte ha espresso la volontà di avviare il progetto politico per realizzare entro il 2020 un esercito europeo, chiedendo l’istituzione di un bilancio per la difesa comune e addirittura l’elaborazione di una dottrina militare europea. L’iniziativa ha incontrando il favore della Germania mentre gli Stati Uniti hanno immediatamente manifestato il loro dissenso considerandola un’”orribile offesa.” Da lì in poi i rapporti Trump-Macron si sono deteriorati e sono rimasti apertamente ostili.

La ragione è chiara: per gli Stati Uniti, l’Europa ha già un esercito comune: quello della NATO sotto guida americana. Se si formasse un esercito comune che perseguisse addirittura un’autonoma dottrina militare europea, significherebbe il drastico ridimensionamento del ruolo attualmente egemone delle forze militari americane in Europa. Il che potrebbe portare anche a un repentino ritiro delle sanzioni alla Russia, che proprio Francia e Germania non hanno mai digerito, pur avendole accettate.

Alla luce di tutto ciò quindi, che cosa c’entra con i 39 punti del programma politico dei Gilet Gialli (in cui l’esercito non viene mai menzionato nemmeno una volta) il generale De Villiers?

Gli Stati Uniti hanno un interesse troppo strategico per essere completamente estranei a questo fenomeno.
È ragionevole supporre che Washington, se non è l’architetto di tutto sin dall’inizio, stia quantomeno provando a manovrare questa ondata di proteste verso Macron, per riuscire a portare al potere un generale che fermerebbe il progetto di un esercito europeo e al contempo, come è già prevedibile, sederebbe tutte le istanze popolari socialisteggianti e anti-globalizzazione.

Il punto di vista di AlterLab sul fenomeno dei Gilet Gialli è in conclusione di aperto sostegno alle lotte sinché queste andranno nella direzione di realizzare il programma dei 39 punti, senza trascurare tuttavia i forti interessi esterni alla Francia che sicuramente stanno provando a manovrare a loro favore il movimento. Anche per questo auspichiamo la formazione di una loro organizzazione politica attorno a quei 39 punti affinché la protesta diventi una reale forza politica e non rischi di dissolversi nel nulla come già accaduto in Italia con il movimento dei forconi e il movimento del popolo viola e con Occupy Wall Street in USA.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome