La vita di paese è così. Le cose sembrano accadere solo agli altri, a quelli che partono. Chi resta invece non può che vivere, nell’inconsapevolezza più assoluta, l’epopea della trasformazione lenta, della metamorfosi impercettibile. Così accade anche ai vitelloni. Per loro, tra un bagordo e l’altro, col passare delle stagioni, tutto resta uguale;  cambia solo il fatto che «Fausto si è fatto crescere i baffi, Alberto le basette e Leopoldo il pizzo». Il tutto coperto da una coltre di pigrizia esistenziale di cui Ennio Flaiano, sceneggiatore del film, aveva già scritto nel suo Diario notturno:«Decise di cambiar vita, di approfittare delle ore del mattino. Si levò alle sei, fece la doccia, si rase, si vestì, gustò la colazione, fumò un paio di sigarette, si mise al tavolo di lavoro e si svegliò a mezzogiorno».

Quella dei vitelloni è la storia di un pugno di amici cresciuti insieme, che incrociano ogni giorno le facce di sempre, nel paese dove il sacerdote che celebra i matrimoni è lo stesso che aveva celebrato anche il battesimo degli sposi, e non perde occasione di rammentarlo; dove il datore di lavoro, il “padrone”,  contribuisce insieme alle famiglie a correggere l’educazione di quelli che non hanno ancora messo la testa a posto, e vengono presi a cinghiate dai padri con solenne richiamo ai valori ancestrali dell’onestà, del sacrificio e del rispetto. È la storia degli ultimi romantici, capaci di gravi colpe ma anche di insopportabili rimorsi.

Alberto Sordi alle prese con l’amarezza del mattino dopo il Veglione

È soprattutto la storia di un’Italia che non esiste più, si potrebbe dire forse in termini retorici, si lasci passare il cliché. L’Italia strapaesana di Fellini, Longanesi, Flaiano, Guareschi, che mentre raccontavano un’epoca la stavano già forgiando, imprimendola nelle pellicole e nei capolavori letterari. Un’Italia piena di ironia, che sapeva continuamente reinventarsi, orgogliosa di sé stessa e di sé stessa eterna parodia. Strapaesana, appunto, ma mai provinciale.  Un’Italia distante della logica anglosassone della solitudine affannosa delle metropoli, ma che nella sua lentezza campanilistica aveva colto il significato di un’epoca; la rinascita non del mondo ma del proprio quartiere, dopo gli orrori della guerra. E che pur dal proprio cantone riusciva a trasformare l’Europa con straordinaria genialità.

Al Veglione di Carnevale

I vitelloni, si diceva, sono il prototipo del perfetto perdigiorno. Costoro rifiutano categoricamente di stringere alcun impegno ufficioso con la loro esistenza; sono gli Alberto Sordi che dal tettuccio dell’auto in corsa urla «Lavoratori!» agli operai che costruiscono una strada, ingiuriandoli con una pernacchia e col gesto arci-italiano dell’ombrello; che la sera, dopo i bagordi del giorno, proprio come i suoi degni compari, torna a casa a consumare la cena preparata dalla madre. Sono i Fausto Fabrizi che vivono in bilico tra la sacrosanta onorevolezza del matrimonio e gli espedienti dell’arte del rimorchio; in faticoso equilibrio tra incontri segreti con stupende donne borghesi conosciute nei cinema, le disinvolte ballerine delle compagnie teatrali, e Sandrina che lo aspetta a casa con un bambino appena nato. Sono i Leopoldo Trieste che la sera, dopo non aver combinato nulla durante il giorno, dà voce al grammofono, si siede alla scrivania con fare ispirato nel tentativo di comporre il dramma della sua vita, ma che si rialza immediatamente per lanciarsi in un romantico e reiterato tentativo di seduzione della «servetta degli inquilini accanto», alla quale fa intendere, sera dopo sera, di essere un “grande scrittore”.

I Vitelloni al bar, durante una delle attività principali della giornata

Questo è tra i film più romantici che Fellini avesse potuto regalarci, lanciato nelle sale cinematografiche nel 1953: l’anno della morte di Stalin e della crisi di Trieste, della Rivoluzione cubana e della nascita della Ceca. Un anno di grandi eventi, dunque, coperti però da episodi ancora più importanti, come la vittoria di Fausto Coppi al Mondiale di Lugano. Perché questi sono i vitelloni, l’Italia di paese che partecipa ai grandi eventi mondiali pur restandone lontana, diffidente. L’Italia romantica e neorepubblicana che si riunisce attorno al nuovo patto costituzionale, stravolgendolo già a modo suo, se era vero quello che scriveva Longanesi:«Una società fondata sul lavoro non sogna che il riposo».

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