Bashar al-Assad © AFP 2015/ SANA

L’intervista è stata registrata in seguito alla risoluzione del Consiglio di Sicurezza ONU per l’uso delle armi chimiche nella Ghouta, di cui fu accusato Assad. Cinque anni dopo la storia si ripete: ancora un attacco chimico nella Ghouta, a Douma, ancora una volta l’accusa ricade su Assad, e ancora una volta l’accusa non viene sostenuta da prove. Cambiano solo le condizioni. Nel 2013 Assad era sul punto di essere rovesciato e di venire ucciso, nel 2018 Assad ha sconfitto il terrorismo e vinto la guerra. Guardate questa intervista come documento storico.

Di seguito il testo integrale:

Monica Maggioni: Signor Presidente grazie di questo incontro. Ci troviamo in un momento chiave, il consiglio di sicurezza dell’ONU ha chiesto alla Siria di eliminare completamente le sue armi chimiche. Rispetterete la risoluzione?

Bashar al-Assad: In realtà abbiamo aderito all’accordo internazionale sull’uso e l’acquisizione di armi chimiche prima che quella risoluzione venisse alla luce. La parte centrale dell’iniziativa russa è fondata sulla nostra volontà. Dunque non si tratta di una risoluzione, ma in realtà si tratta della nostra volontà. Naturalmente dalla parte nostra la volontà c’è, perché nel 2003 il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, aveva proposto di liberarci di queste armi in Medio Oriente e di creare un’area libera dalla armi chimiche in Medio Oriente, quindi è ovvio che dobbiamo rispettare queste condizioni, fa parte della nostra storia, dobbiamo rispettare tutti i trattati che firmiamo.

M.M.: Davvero senza alcun limite e fino in fondo?

B.A.: Secondo quanto sancito da ogni articolo dell’accordo, non abbiamo riserve e per questo abbiamo deciso di aderire all’accordo.

M.M.: Il processo di smantellamento sarà assai complesso. Come avverrà?

B.A.: Questa domanda dovrebbe essere rivolta all’Organizzazione, il nostro compito è fornire i dati e accelerare le loro procedure come già sta accadendo, ma credo che il problema riguardi l’aspetto tecnico della questione, quello relativo all’attuazione; come raggiungere quei luoghi soprattutto in presenza di terroristi che sarebbero pronti ad opporre qualunque tipo di ostacolo, e come smantellare e sbarazzarsi di quei materiali.

M.M.: Mi faccia speculare un poco su questo aspetto, significa che li aiuterete e li proteggerete visti i problemi di sicurezza?

B.A.: Naturalmente, è chiaro, sì.

M.M.: Signor presidente, guardiamo avanti, cerchiamo di capire che cosa accadrà in Siria nei prossimi giorni e nei prossimi mesi visto che l’attacco che sembrava vicino si è allontanato. Cosa farete, qual è il suo progetto personale?

B.A.: Per cosa, scusi?

M.M.: Sì, in termini politici voglio dire, come userà questo tempo che ha davanti?

B.A.: Fin dall’inizio della crisi, abbiamo sempre affermato che l’attività politica o la soluzione politica, comunque vogliamo chiamarla, è un elemento fondamentale della crisi, ma quando c’è il terrorismo non ci si può aspettare che la soluzione politica possa risolvere tutto. Nonostante ciò è necessario proseguire con l’azione politica, ma per ora non c’è alcun procedimento in corso. Tocca ai siriani sedersi intorno ad un tavolo per discutere del sistema politico che desiderano, del futuro della Siria e qualunque cosa concorderanno verrà poi sottoposta a referendum popolare per avere l’approvazione del popolo siriano su qualunque cosa in merito al futuro della Siria, che si tratti della costituzione, delle leggi o di qualunque altra cosa. Questo è quello che stiamo facendo sin dall’inizio della crisi ed è il tipo di azione che continueremo a portare avanti.

M.M.: Poi torneremo all’inizio della crisi, ma rimaniamo su questo per un istante, significa che lei discuterà anche con l’opposizione? Anche con quella armata?

B.A.: No, quando sono armati non si possono definire opposizione, ma terroristi. L’opposizione è un’entità politica, un programma politico, una visione politica. Questa è l’opposizione. Se ci sono le armi, si distrugge, si uccide, si commettono omicidi, non si tratta di opposizione. Questo è quello che tutto il mondo e tutti gli altri paesi definiscono terrorismo. Dunque possiamo discutere con tutti i partiti all’opposizione; per quanto riguarda i militanti che hanno le loro armi, se rinunceranno alle loro armi, saremo pronti a discutere con qualunque altro cittadino.

M.M.: Così arriviamo a parlare dei colloqui di Ginevra, tu hai visto che è probabilmente anche Ban-Ki Moon, il segretario dell’ONU ha detto che probabilmente in novembre ci sarà un nuovo incontro. Pensa di andarci, personalmente?

B.A.: Dipende dal contesto in cui si svolgeranno i colloqui di Ginevra. Fino ad ora quella conferenza non è chiara. Di che tipo di conferenza si tratta, chi parteciperà, quali sono i criteri alla base di questa conferenza. Dunque come governo dobbiamo essere pronti, ma non possiamo decidere chi sarà il capo della delegazione, finché non conosceremo chiaramente il contesto in cui si svolgerà e i criteri su cui si baserà.

M.M.: Mi lasci solo chiederle, quale tipo di situazione la convincerebbe ad andarci?

B.A.: Come ho detto qualunque partito politico può prendere parte a quella conferenza, ma non possiamo discutere ad esempio con Al-Qaeda, le sue ramificazioni, le sue organizzazioni affiliate, con i terroristi. Non possiamo negoziare con coloro che richiedono un intervento straniero ed un intervento militare in Siria.

M.M.: Bè, per esempio Qatar ed Arabia Saudita?

B.A.: Ah, vorrei essere franco con lei, si tratta di stati satelliti. Il loro padrone sono gli Stati Uniti, lo sappiamo tutti. Dunque se parteciperanno gli Stati Uniti saranno loro il partner principale, gli altri sono accessori. Se vuole parlare dei partiti siriani, a prescindere da loro nome, parlerò del loro comportamento durante la crisi. Il loro comportamento è ciò di cui possiamo discutere.

M.M.: visto quant’è complicata la situazione sul campo, potrebbe accettare l’idea di una forza internazionale di interposizione [fra i combattenti] a terra, per cercare di stabilizzare la situazione?

B.A.: Non funziona perché no stiamo parlando di due paesi in lotta l’uno con l’altro, per esempio Siria ed Israele per cui c’è un fronte, un fronte ben chiaro dove le nazioni unite possono dispiegare le loro forze su entrambi i lati della frontiera. La situazione è completamente diversa, qui si parla di bande che potrebbero essere presenti ovunque in Siria, in ogni città, dove non ci sono fronti o linee di demarcazione precise. Dunque, pur supponendo di poter accettare quell’idea, che per noi è inaccettabile, ma ipotizzando di accettarla, dove si potrebbero posizionare quelle truppe? Nessuno può tracciare una mappa. C’è bisogno di una mappa chiara, ma non esiste. Ci sono delle bande provenienti da ogni parte, si tratta di terroristi che dovrebbero essere combattuti, non isolati dalle truppe siriane.

M.M.: Senta parlavamo di Ginevra 2 e dunque pensavo al ruolo dell’Europa e dell’Italia in questo percorso. Come vede un ruolo dell’Italia?

B.A.: Ancora una volta sarò chiaro, molto chiaro. Se vogliamo discutere del ruolo dell’Italia, dovremmo vederlo alla luce del ruolo dell’Europa. L’Italia è indipendente dall’Europa? Se non è così, chi porterà avanti il ruolo dell’Europa? Poi dobbiamo discutere del rapporto degli europei con gli americani. L’Europa oggi è indipendente dalle politiche americane? Ho sentito da molti funzionari europei che sono convinti di quello che stiamo dicendo, ma non possono dirlo apertamente. Non è la prima volta, non è accaduto soltanto durante la crisi. Pertanto qualunque ruolo dovrebbe essere visto alla luce di due elementi: la credibilità di quel ruolo e in secondo luogo il rapporto tra l’individuo, o il paese, o il governo, con le altri parti in causa, per così dire. Ora la nostra realtà attuale è che molti paesi europei hanno adottato quella che potremmo definire la prassi americana nel trattare con gli altri paesi, dal tempo di George Bush, oltre dieci anni fa. Quando hanno un problema o sono in disaccordo con un paese, tagliano qualunque tipo di rapporto. Dunque se volete avere un ruolo come potete farlo se non ci sono rapporti? Per quanto riguarda la credibilità, come potete parlare di credibilità di qualunque paese europeo se parlano di aiuti umanitari e allo stesso tempo decidono di imporre il peggiore embargo che abbiamo mai vissuto dalla nascita della Siria, dopo l’indipendenza? Prima di chiedere di svolgere un ruolo è necessario discutere di molti aspetti. Noi accogliamo con favore qualunque tipo di ruolo, sosteniamo qualunque paese che voglia aiutare i siriani, ma non possiamo chiedere di svolgere un ruolo senza avere le fondamenta per farlo. Ad essere onesti oggi la maggior parte dei paesi europei, non ha la capacità di svolgere quel ruolo, perché non dispone di quei fattori necessari per avere successo e poter svolgere questo ruolo in modo efficace ed efficiente.

M.M.: Eppure sembra in questi giorni che gli scenari stiano rapidamente cambiando, penso alla telefonata tra il presidente Obama ed il presidente iraniano Rouhani. Sono nuovi equilibri che cambieranno le cose anche in Siria?

B.A.: Credo che inciderà positivamente per molte ragioni. Prima di tutto l’Iran è un nostro alleato. In secondo luogo perché noi abbiamo fiducia negli iraniani, e terzo, perché gli iraniani come i siriani come molti paesi nel mondo, non si fidano degli americani, e credo che molti alleati americani non abbiano fiducia nelle amministrazioni americane. Dunque l’avvicinamento degli iraniani agli americani non è solo una mossa naif, è un passo ben studiato basato sull’esperienza degli iraniani con gli Stati Uniti dalla rivoluzione del 1979. Ma se gli americani sono sinceri in questo ravvicinamento, credo che ci saranno risultati positivi su una serie di questioni, non solo la crisi siriana, ma anche tutti gli altri problemi della regione.

M.M.: Nei giorni della crisi quando l’attacco sembrava a poche ore, Papa Francesco ha pregato contro la guerra. Ora le cose sono diverse, ma la minoranza cristiana è spaventata e in generale le minoranze sono in pericolo. Cosa pensate di fare a questo proposito nei prossimi anni.

B.A.: La Siria è un crogiolo di razze, è sempre stata così e lo è anche oggi con la sua molteplicità di culture presenti da secoli prima del cristianesimo e dopo il cristianesimo, prima dell’Islam e dopo l’Islam. Se ci saranno dei cambiamenti anche drastici nel tessuto demografico e sociale della società siriana, ci sarà un grande problema in relazione al futuro della Siria. Non so che tipo di problema potrebbe essere, perché è più complicato di quanto si potrebbe pensare e avrebbe delle ripercussioni anche su altri paesi della regione. La Siria è un paese laico e la società siriana è una società laica. Laico significa trattare con ogni cittadino a prescindere dalla sua religione, setta o etnia. Io penso che tecnicamente queste minoranze in Siria, soprattutto i cristiani alla luce di quanto sta accadendo recentemente, chiese bruciate, attacchi a villaggi cristiani, espulsione dei cristiani dalle loro case, alla luce di tutto ciò affrontare questa crisi non è solo una questione siriana, non è solo una questione regionale; dovrebbe essere una questione internazionale, soprattutto per l’Italia ed il Vaticano.

M.M.: Signor presidente sono state certo settimane molto complesse, l’escalation peggiore è cominciata con l’attacco chimico del 21 agosto, attacco di cui molti accusano proprio lei. Gli ispettori dell’ONU in questo momento stanno lavorando lì intorno. Qual è la sua versione, visto che dice di avere delle sue prove, dice che gli ispettori… qual è la sua versione?

B.A.: Le darò la mia versione, brevemente. Prima di tutto iniziamo dicendo che l’esercito siriano non ha utilizzato affatto le armi chimiche, non lo ha mai fatto durante la crisi. Al contrario abbiamo prove sull’uso delle armi chimiche da parte dei ribelli. Ora perché l’esercito siriano non le ha utilizzate? Logisticamente, realisticamente, quando si avanza non si usano armi chimiche, l’esercito stava avanzando, perché utilizzarle? Non sono state utilizzate per due anni e mezzo quando c’erano molte situazioni difficili in diverse aree della Siria, e un numero più alto di terroristi in vari luoghi, più che a Damasco. Perché non le abbiamo utilizzate, perché solo in quel posto? Secondo, passiamo ora alla storia, al racconto americano. Abbiamo invitato in Siria la delegazione responsabile dell’indagine sull’uso delle armi chimiche prima di quell’incidente, e il giorno dopo che sono arrivati l’esercito siriano ha usato quelle armi chimiche, è plausibile? Non si può credere a questa storia. Perché quando abbiamo invitato la delegazione nel mese di marzo gli americani hanno posto degli ostacoli e perché hanno accettato che l’attacco sia avvenuto poco prima dell’incidente, quando sono arrivati? Non si possono utilizzare armi chimiche in una città dove si possono causare decine di migliaia di vittime, incluso l’esercito. La cosa più importante è che nessuno ha verificato la veridicità dei video e delle fotografie, nessuno! Perché in molti casi sono state utilizzate le stesse immagini degli stessi bambini in foto diverse e luoghi diversi. Quelle fotografie si possono trovare su internet, stanno circolando su internet. D’altra parte abbiamo prove complete come materiali e container utilizzati dai terroristi e abbiamo le confessioni di alcuni terroristi che hanno trasportato materiali chimici da paesi limitrofi e ci sono informazioni che non è stato l’esercito siriano a commettere questo crimine, ma i terroristi. Questa è la storia.

M.M.: Ma potrebbe esistere la possibilità, anche remota, che qualcuno della sua parte abbia compiuto l’azione senza il suo permesso, e magari nei prossimi mesi lo si scoprirà. In una crisi così complicata si può fare ogni genere di speculazione.

B.A.: Sono armi di distruzione di massa, armi chimiche, è come dire che qualcuno in un paese nucleare voleva utilizzare armi nucleari senza l’autorizzazione del suo padrone. Non si può credere ad una storia simile. E’ una storia molto naif. Potrebbe essere un racconto per bambini, non si tratta di una granata che si può mettere in tasca e lanciarla contro chiunque. E’ molto complicato utilizzare le armi chimiche in una guerra contro il nemico, la procedura è molto rigida perché prima di tutto è molto complicato dal punto di vista tecnico riuscire ad attivare il materiale; questo è il primo punto. In secondo luogo nessuna unità dell’esercito siriano dispone di armi chimiche. Ci sono unità specializzate e se si vuole fare uso di armi chimiche è necessario che queste unità specializzate si uniscano all’esercito per utilizzare le armi chimiche. Quindi, ancora una volta, sono storie per bambini.

M.M.: Visto che andiamo a ritroso nel tempo, torniamo all’inizio della crisi. Lei ha agito in modo molto duro contro l’opposizione. Ripensando a quei giorni non ha nulla da rimproverarsi?

B.A.: Dobbiamo definire la parola ‘duro’, perché abbiamo affrontato la situazione secondo la Costituzione. E’ come dire, gli americani nel 1995 hanno inviato l’esercito a Los Angeles; lei la definirebbe un’azione ‘dura’, o direbbe che hanno inviato l’esercito per combattere i ribelli? Secondo la Costituzione avremmo dovuto combattere i terroristi, perché sin dalla prima settimana avevamo molte vittime tra le fila dell’esercito e della polizia, sin dalle primissime settimane. Dunque quello che abbiamo fatto è normale, secondo la Costituzione è il lavoro del governo. Se invece si parla di errori commessi sul campo, possono accadere ovunque nel mondo. Qualche anno fa nel Regno Unito ad un ragazzo brasiliano è stato sparato per errore, dunque può accadere ovunque. E’ la politica ad essere diversa dalla pratica in molti luoghi del mondo.

M.M.: Sì, ma rimanendo nell’ambito politico, lei non pensa che in quei giorni avrebbe potuto fare di più, anche i politici possono ammettere di aver sbagliato.

B.A.: Anche se e quando si guardano i propri errori, e tutti gli esseri umani commettono degli errori prima o poi, è normale, come si possono giudicare i propri errori? E’ possibile solo a posteriori e non nel corso degli eventi. Ci troviamo ancora nel bel mezzo della crisi. Sarà possibile esprimere dei giudizi solo alla fine della crisi quando potremo analizzare la nostra azione, quando gli altri potranno criticarci su basi obiettive e sistematiche per così dire, e non in modo arbitrario.

M.M.: Ha mai pensato di lasciare il potere per il bene del suo paese, o di andarsene dalla Siria in cambio della pace e della stabilità per il suo popolo?

B.A.: Dipende dal ‘se’. Se abbandonare il mio incarico migliorasse la situazione, la risposta sarebbe molto semplice, senza esitazioni, Sì. Ma c’è un’altra domanda, la situazione sarebbe migliore? Fino ad ora come Presidente devo restare al mio posto perché quando c’è una tempesta nessuno abbandona il proprio posto, non si abbandona il proprio posto e non si lascia il paese nel bel mezzo della tempesta. La missione è riportare il paese al porto e non abbandonare la nave e il popolo siriano.

M.M.: Quale potrebbe essere lo scenario in cui lei vedrebbe il suo paese pronto a continuare da solo e quindi potrebbe decidere qualcosa di diverso?

B.A.: Prima di tutto due cose, come ho detto precedentemente il dialogo politico è molto importante per discutere il futuro della Siria e del sistema politico. La seconda cosa è fermare la violenza ponendo fine al contrabbando, e mandando via i terroristi provenienti dall’estero, interrompendo il sostegno finanziario e l’invio di armi, e il supporto logistico ai terroristi, perché se non riusciamo a fare questo non possiamo dedicarci alla soluzione del problema politico. In secondo luogo, a mio avviso, dopo aver risolto questo problema, l’unica strada da seguire è quella delle elezioni, perché è l’unico modo con cui il popolo siriano può dire ciò che desidera. Da parte mia, obbedirò alla volontà del popolo siriano, non ci sono alternative, in nessun paese. Intendo dire che non è un gruppo a decidere in Siria, ma ogni singolo cittadino.

M.M.: Si ricandiderà nel 2014?

B.A.: Deciderò prima delle elezioni. Se capirò che il popolo siriano vuole che mi candidi, lo farò, altrimenti, no.

M.M.: Signor presidente io ricordo molto bene l’inizio della sua presidenza, come quando lei veniva guardato come il simbolo della speranza per la Siria, l’emblema del cambiamento verso il mondo, colui che avrebbe portato una società più aperta. Erano proprio i giovani e gli intellettuali a pensarla così, poi sono successe molte cose. Oggi ci potrebbe essere una possibilità per fare qualcosa di davvero diverso? Per tornare ad essere identificato con quella figura, e non quella degli ultimi tempi.

B.A.: E’ necessario parlare di fattori interni e di fattori esterni, perché facciamo parte di una regione molto complicata nel mondo, in cui tutto è collegato e in cui ci sono interazioni quotidiane con la nostra periferia. Il fattore interno sono le riforme, non la riforma del presidente o del governo; il governo e il presidente dovrebbero essere a capo delle riforme perché riguardano la società nella sua totalità e perché è una questione di cultura. Non si tratta solo di leggi e di costituzione. Le leggi e la costituzione sono gli strumenti per il cambiamento, ma il vero cambiamento avviene grazie alle persone. Dunque secondo la nostra realtà, quando si parla di migliaia di anni di civiltà, ci si riferisce ad usanze, costumi, tradizioni e consuetudini. La nostra società è molto complicata a causa della varietà della nostra cultura, quindi si trattava di andare avanti. Secondo qualcuno è tutto falso. Secondo altri il progresso era troppo lento. E’ soggettivo. Ognuno ha il suo modo di vedere le cose, ma alla fine nessuno può dire che siamo nella stessa posizione, perché siamo andati avanti, lentamente, ma lo abbiamo fatto. Questa è la prima parte della mia risposta. In secondo luogo ci sono ostacoli esterni. Quando sono diventato presidente, due mesi dopo è iniziata l’intifada in Palestina e questo ha influenzato tutti i paesi del mondo arabo. Il processo di pace era fallito pochi mesi prima che diventassi presidente e si era in un momento di stallo. In terzo luogo, era accaduto l’11 Settembre e noi dovevamo pagare il prezzo, eravamo uno dei paesi che doveva pagare il prezzo. Hanno invaso l’Afghanistan e noi eravamo contrari; hanno invaso l’Iraq e noi eravamo contrari. E dopo il 2003, dopo l’invasione dell’Iraq, la Siria ha dovuto pagare il prezzo ed è iniziato l’embargo dell’Europa e dell’Occidente, e così via. C’è stato solo un periodo artificiale di riconciliazione, per così dire, tra la Siria e l’Occidente. Soprattutto tra gli europei, tra il 2008 e il 2011, anche se forse ‘conciliazione’ non è il termine più esatto. Si può piuttosto parlare di una sorta di riavvicinamento. Perché artificiale? Perché tutto è avvenuto sotto la supervisione degli americani; non c’era nulla di autentico. Perché non erano indipendenti. E ora abbiamo la crisi. Quando si parla di riforme, soprattutto di riforme radicali, è necessaria una condizione diversa, è necessario trovarsi in una situazione confortevole dal punto di vista economico, politico e ideologico. A questo proposito non dimentichiamo che uno dei fattori esterni e interni allo stesso tempo, è l’invasione delle ideologie negative nella regione, e anche in Siria. Mi riferisco all’ideologia di al-Qaeda che ha invaso molte comunità nella nostra regione, tra cui una parte della società siriana. Non si può parlare di riforme e democrazia se ci sono ideologie ostinate e ottuse che non accettano alternative. Perché la democrazia, la vera democrazia, si fonda sull’accettazione degli altri. Si inizia ad accettare il prossimo soprattutto in una civiltà eterogenea. dunque posso dire che da parte nostra c’è ancora la stessa volontà di andare avanti in quella direzione secondo la nostra realtà, la portata delle riforme sarà limitata dalla nostra realtà.

M.M.: L’ultima domanda: ora che il pericolo di attacco è scongiurato, cosa si promette di dire alla sua gente?

B.A.: Credo che ora ci sia solo una cosa da dire, cioè l’unica opzione che ci è rimasta: difendere il nostro paese. Prima di tutto dobbiamo impegnarci a liberarci dai terroristi, dal loro terrorismo e dalla loro ideologia. In secondo luogo, anche se supereremo questa crisi avremo molte cose da gestire, il retaggio della crisi e soprattutto le conseguenze ideologiche, psicologiche e sociali su questa società. Dovremo fare molto lavoro. Ma posso dire con fiducia che potremo costruire una Siria di gran lunga migliore rispetto a quella precedente alla crisi.

M.M.: Anche le riforme?

B.A.: Sì, naturalmente, abbiamo bisogno delle riforme. Senza le riforme non si va avanti. Le riforme sono una parte fondamentale di ciò di cui sto parlando; in realtà sono l’asse portante per una Siria migliore, è certo, ma questo non significa essere la speranza di paesi o di persone straniere, io potrei essere la speranza dei siriani, di nessun altro.

M.M.: Grazie signor presidente per averci voluti qui.

B.A.: Grazie per essere venuti in Siria.

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