Giorgio Bianchi è un fotoreporter che ha realizzato straordinari progetti nelle zone calde del mondo: da Piazza Maidan a Kiev alla Siria. In questi giorni, durante l’invasione turca del nord della Siria, Giorgio Bianchi si trova a Deir ez-Zor tra i soldati dell’Esercito Arabo Siriano.

Di Giorgio Bianchi

Sarà difficile contenere in un post le riflessioni maturate durante un mese di riprese.
Sicuramente il fatto di lavorare senza sosta per quindici ore al giorno, non lascia molti spazi per l’introspezione, ma data l’eccezionalità del momento e del luogo tornerò anche questa volta in Italia carico di emozioni e pensieri da riordinare e concettualizzare.
A peggiorare la situazione poi c’è stato l’essere on assigment, il che comporta il fatto di trovarsi dentro storie incredibili sapendo in anticipo di non avere il tempo per approfondirle.
Una tortura.
Lavorare in autonomia ti concede la libertà di prenderti tutto il tempo necessario.
Ho rinunciato alle news tempo fa per avere il lusso di non essere contingentato dalla fretta.
Purtroppo il lavoro su commissione, seppure sotto altri aspetti, ti riconduce all’interno della medesima logica.
Pertanto non ho sofferto più di tanto nel sapere di trovarmi nell’occhio del ciclone e di non potere approfondire le informazioni di prima mano che mi arrivavano quotidianamente: accodarsi alla grancassa delle news, anni luce lontane dalla realtà dei fatti e dalla sofferenza dei civili e dei militari, è un tipo di lavoro che non rende giustizia alle storie che si incontrano
Peggio ancora però è ritrovarsi ad entrare nell’intimità di persone in condizioni di fragilità, con la delicatezza di un tagliatore di teste.
Avere i minuti contati comporta questo, stravolgere le proprie convinzioni in funzione del risultato.
Va bene per tutto, ma non dovrebbe valere quando si ha a che fare con la vita e la dignità delle persone.
Non è piacevole lavorare facendo quotidianamente a pugni con la propria coscienza.

In tutto questo ci sarebbe poi da portare avanti una riflessione seria sul collasso del sistema dell’informazione mainstream e sulla dilapidazione di un patrimonio di credibilità accumulato in decenni, che non è affatto positivo beninteso, ma che nella situazione attuale si presenta come l’unico modo possibile per liberare l’opinione pubblica dalla cappa di disinformazione sotto la quale giace ormai da troppo tempo.
In questi giorni stiamo assistendo ad un circo che definire grottesco è riduttivo: il pubblico si ritrova con i “ribelli moderati” che per incanto diventano tagliagole, con la Siria che si trasforma da stato dittatoriale in unica ancora di salvezza per i curdi, l’invincibile armata curda “che ha sconfitto l’ISIS” che riacquista la dimensione di una piccola milizia mercenaria iperbrendizzata, che ha fatto da paravento alle forze speciali e all’aviazione della NATO nel tentativo di balcanizzazione della Siria.
L’informazione in evidente stato confusionale, in questi giorni continua a frullare nomi e sigle e ad ipotizzare scenari lontani anni luce dalla realtà sul campo, rinnegando di fronte al suo pubblico quanto raccontato negli ultimi otto anni, con l’ineffabilità di chi è convinto di avere a che fare con dei poveri minorati mentali.
Ad aggiungere un elemento di profonda ilarità, ci sono poi i commentatori da social, quei poveri disperati che si sono abbeverati per decenni nei pozzi avvelenati dell’informazione di regime.
Sono gli studiati, i saccentini, quelli che ti piombano sulla bacheca col piglio di chi la sa lunga.
Hanno letto tre articoli copiaeincollati dalle agenzie di stampa straniere da qualche pseudogiornalista con il culo incollato sulla sua sedia da ufficio e si sentono analisti da think tank.
Non sanno nulla di nulla, vedono il mondo dal buco della serratura della porta del loro salotto nella convinzione che quei due gradi di campo siano l’intero orizzonte
E’ un po’ come atteggiarsi a fisici teorici dopo aver visto una puntata di Superquark.
Loro sanno che il turco è cattivo.
Punto.
Ignorano completamente il tentativo di rivoluzione colorata di Gezi Park del 2013 (guarda caso lo stesso anno di Maidan), l’abbatimento del jet russo del 2015, l’assassinio dell’ambasciatore russo ad Ankara del 2016, il tentativo di colpo di stato sempre del 2016 per sostituire Erdogan con Gulen, la firma del contratto di l’acquisto dei sistemi AS-400 del 2017, la speculazione sulla valuta turca in contemporanea con le elezioni del 2018.
In pratica non hanno la minima idea che da anni è in atto un tentativo di destabilizzazione della Turchia a causa del suo progressivo avvicinamento alla Russia.
Ci hanno provato in tutti modi.
La conferma che questo lunghissimo corteggiamento, osteggiato in tutti i modi dal Don Rodrigo atlantico, è finalmente convolato a nozze, la vediamo in questi giorni in Siria.
La Turchia sta facendo quello che Damasco, seppur legittimata, non avrebbe potuto fare, ovvero riportare i “sacri” curdi a più miti consigli.
E’ stato tutto stabilito a tavolino, ma i nostri analisti pensosi non si sono accorti di nulla.
Trump nel suo ultimo Tweet si atteggia a quello che aveva calcolato tutto e che ha lasciato correre, pur sapendo benissimo che non aveva chances di toccare palla in questa vicenda.
L’impero è in fase regressiva, il re è nudo, meglio non combattere le battaglie che non si possono vincere soprattutto se andrebbero affrontate a 7000 miglia di distanza.

L’aspetto più scioccante resta comunque il totale disinteresse riguardo alle sorti della Siria
Gli stessi che oggi si stracciano le vesti per i curdi non hanno speso una sola lacrima per il popolo siriano e i ragazzi dell’EAS.
Il climax di questa situazione surreale si è raggiunto con le lacrime in diretta dell’Annunziata per i “poveri” curdi, dopo che per otto anni non si è curata minimamente del popolo siriano, di quello iracheno, di quello libico, di quello yemenita, di quello ucraino e di quello palestinese; questa è l’ennesima conferma della definitiva trasformazione del giornalismo in avanspettacolo.
Quando incontro i soldati dell’esercito Arabo Siriano, leggo nei loro occhi lo stupore di ritrovarsi in compagnia di un occidentale
Loro ci amano inconsciamente perché, è inutile nasconderlo, la nostra propaganda ha profondamente e in molti casi irreversibilmente colonizzato il loro immaginario.
E’ per loro un sogno che diviene realtà.
Immaginate di aver combattuto per otto lunghissimi anni, di aver visto morire o essere mutilati ragazzi con i quali avete condiviso parte della vostra giovinezza e ciononostante di essere considerati dei mostri.
Vedere un occidentale che non solo li tratta da esseri umani, ma che addirittura li considera eroi, è un momento di riconciliazione con la loro immagine del mondo, un modo per veder svanire il marchio dell’infamia che gli è stato ingiustamente affibbiato.
Qualche giorno fa ho detto ad un ragazzo di mostrarmi i suoi video e le sue foto dell’assedio di Deir ez-Zor.
Mi ha risposto che ha cancellato tutte le cartelle che aveva sul suo PC.
Le ha definite “black memory”, un virus capace di infettare l’anima

L’aspetto più incredibile è che questa infamia si trasmette per osmosi anche su chi, come me, ha sostenuto fin dall’inizio la causa siriana.
Oggi un’amica su FB mi ha raccontato di aver incontrato un mio collega a Lodi, un tale Giulio P.
Lei gli ha parlato di me e del mio lavoro in Siria e per tutta risposta si è sentita dire con aria schifata dal fenomeno in questione che io, essendo alleato con Assad, sarei una persona da cui bisogna stare alla larga.
Questo personaggetto, bravissimo fotografo, è uno di quelli che salta su tutti i carrozzoni graditi dal pubblico benpensante e alle sue testate di riferimento.
Quello che questi fenomeni omettono di raccontare nelle loro omelie, è il loro continuo perlustramento dell’etere con le antennine ben protese per capire come dei pubblicitari, cosa c’è che va o non va nel mercato dell’editoria progressista.
Loro sono i buoni per definizione, la punta di diamante del pensiero unico.
Vorrei dire a questo signore che io sostengo il popolo siriano, rappresentato dal suo legittimo governo, e il suo diritto ad esistere e a preservare la sua integrità territoriale.

La Siria, strangolata dalle sanzioni internazionali, al momento quindi è anche impossibilitata ad attingere a buona parte delle sue risorse naturali.
Addirittura si trova nella condizione di dover acquistare il suo petrolio dai curdi.
La lira siriana continua a svalutarsi ed i prezzi a salire.
Non sono bastati otto anni guerra, ci vogliono anche le sanzioni.
Se la cittadella non viene espugnata, allora si ricorre all’assedio. Le sanzioni altro non sono se non una moderna forma di assedio medievale. Il fine ultimo è il medesimo: portare la popolazione alla fame inducendola ad aprire le porte al nemico.
Ha funzionato bene nel passato, funziona alla grande anche oggi.
Qualche giorno fa, durante una cena a Damasco, ho avuto conferma di quanto avevo finora letto riguardo alla situazione economica della Siria.
Il mio amico restauratore, era meno allegro della volta scorsa, anzi era decisamente triste.
Con il trascorrere del tempo ho cominciato a sondare il motivo per quale fosse così sotto tono e la risposta non ha tardato ad arrivare: rispetto all’ultima volta che ci siamo visti, il suo stipendio vale il 40% in meno, e nel frattempo i prezzi sono aumentati.
Le sanzioni lavorano bene, mi ha detto.
E’ sempre così: si finge di colpire le élite, quando in realtà il bersaglio di questi scellerati provvedimenti è la popolazione.
Si vuole indurli ad abbandonare la cittadella oppure ad arrendersi al nemico.
Il mio amico prima della guerra viveva bene: il suo lavoro di restauratore gli assicurava un buono stipendio e inoltre riusciva a vendere molti quadri, essendo tra le altre cose anche un ottimo pittore.
Oggi si ritrova con una moglie insegnante disoccupata, due bambini e uno stipendio quasi dimezzato dalla crisi economica.
Mentre parlava gli occhi si sono fatti più volte lucidi; è terribile vedere un papà sull’orlo delle lacrime.
Probabilmente in casa, davanti ai figli, cercherà di mostrarsi sicuro, perché un papà come si deve è forte anche quando si sente debole, è come un filtro, trattiene su di se la sporcizia per cercare di far arrivare ai figli acqua limpida.
Ma a lungo andare quella sporcizia ti può avvelenare, e in un certo senso l’uomo che mi trovo davanti mostra decisamente i sintomi di una pesante intossicazione.

Poi ci sono gli altri papà, quelli che servono sotto le armi.
Mesi, in molti casi anni, senza vedere la famiglia, a combattere nella fornace del deserto martoriati da nuvole di pappataci che la notte non ti fanno chiudere occhio.
Dovendo raccontare la loro routine quotidiana ho trascorso intere giornate con loro: giorni che sembrano mesi, senza mai un momento di benessere.
Mi chiedo come sia stato possibile trascorrere otto anni in queste condizioni.
Una settimana e ero distrutto, e sto parlando solo dello stress fisico, perché quello mentale resta per me inimmaginabile.

In tutto questo marasma di pensieri non ho avuto molto tempo per pensare a te.
La consapevolezza dello scorrere del tempo è logaritmica e inversamente proporzionale all’età.
Le tue giornate sono infinitamente lunghe le mie abbastanza brevi.
Ho passato una vita a ricercare cose che non esistono più.
La frustrazione nasce dal fatto di scorgerne in giro le tracce, subirne la fascinazione evocativa che genera risonanza emozionale, per poi ritrovarmi a fare i conti con la consapevolezza che quell’immaginario non ha corrispondenze nella realtà.
Forse sarebbe stato meglio se non avessi passato tutto quel tempo con mia nonna, ad ascoltare il racconto di un mondo che oramai è solo un’ombra.
Altrettanto utile sarebbe stato non leggere tutti quei libri carichi di descrizioni.
Il problema è l’immaginario, in qualche modo ci aspettiamo che corrisponda al reale.
Prima del boom economico il mondo cambiava ancora con una lentezza accettabile.
Poi tutto è accelerato.
Cosa fare?
Dovrei consigliarti di leggere i classici, con quelle magnifiche descrizioni di un mondo del quale non troverai il benché minimo riscontro all’esterno?
E con il cinema come la mettiamo?
Dovrei raccontarti come funziona il mondo o lasciare che tu lo scopra da solo?
Esiste un modo per metterti in guardia dalle insidie senza condizionarti?
Se ti dicessi tutto come ti rapporteresti poi con i tuoi insegnanti ?
In questi giorni ci ho pensato molto
Per me l’immaginario è stato tutto, ma anche una continua sorgente di malessere.
La nostalgia di un luogo che non esiste è un motore perpetuo di pensieri negativi e malinconia.
Per ora posso solo sperare che un giorno potrai aggirarti per il mondo, senza essere circondato dai fantasmi del tuo immaginario.

 

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome