Di Andrea Zhok

Qualche giorno fa abbiamo tutti visto la deputata democratica Alexandria Ocasio Cortez mettere sulla graticola il padrone di Facebook Mark Zuckerberg, durante un’audizione al Congresso USA.

La maggior parte dei resoconti della vicenda ha visto in quel confronto una rivincita del potere democratico su quello privato. La Ocasio Cortez ha messo in imbarazzo reiteratamente Zuckerberg premendo sul tasto delle ‘fake news’ e della ‘responsabilità’ dei social media rispetto alla diffusione delle fake news. A un certo punto ha praticamente deriso Zuck ponendo la domanda retorica se pensasse che gli organismi di controllo fossero stati efficienti nel garantire agibilità a siti dei ‘white suprematists’: “Lei dunque non ritiene i siti dei White Suprematists pagine dove vengono diffuse fake news?” (mormorio di approvazione, gimme five, mutismo imbarazzato di Zuck).

In questa vicenda le parti dei buoni e dei cattivi sembrano dunque ben divise: la giovane, graziosa, multietnica, dinamica, progressista lottatrice per la Verità, contro il presuntuoso miliardario senza scrupoli.

Ora, temo che la sostanza di questa rappresentazione, più che ad un trionfo del bene sul male, assomigli ad una messa in scena del tipo “Good cop – Bad cop”, dove il gonzo che deve cascare nella recita sta dall’altra parte dello schermo.

Il punto che viene qui toccato è in effetti un punto epocale, che va ben al di là delle competenze e della consapevolezza dei due protagonisti.

Quando si parla di Verità si parla non di un fatto, ma di un processo, un processo che, se virtuoso, porta alla luce unità di significato capaci di orientare in modo efficace e funzionale l’azione.

Nel discutere di Verità non dobbiamo fingere che si tratti di una semplice operazione di scrematura dove da un sacco di fagioli bisogna estrarne quelli marci.
La Verità non è mera interpretazione, ma non è mai disgiunta da processi interpretativi, che hanno sempre necessariamente natura intersoggettiva (sociale).
Nel processo che porta alla luce verità possono anche occorrere locali errori fattuali.
Mentre in un processo totalmente falsificante possono anche comparire solo dati accreditati.

Ora, se davvero ci sta a cuore la produzione del Vero, abbiamo due modelli storici cui possiamo attingere.

Il primo è quello della Comunità dei Sapienti (i ‘Filosofi-Re’ platonici), che vengono chiamati ad elaborare in forma di consenso collettivo dei dotti le verità da diffondere.

Il secondo modello è quello che si è imposto in epoca illuminista, e che assume che la verità emerga nel lungo periodo attraverso la libertà della discussione pubblica. Ciò dà per scontato che nel processo compariranno molte deviazioni e molti errori, tuttavia si ritiene che progressivamente s’imporranno le unità di significato più solide.

Il modello che veniva inizialmente promosso come ideologia di funzionamento dei social media era proprio il secondo: lasciate le persone libere di interagire e dire la loro, e nel lungo periodo ciò avrà effetti generalmente benefici sulla diffusione della conoscenza e della verità.

Può darsi che questo modello sia troppo ottimista, e che forse sia opportuno dare una chance al primo, ma purtroppo le domande della Ocasio Cortez non si muovono certo in direzione dei ‘filosofi-re’ platonici. Ciò che ha in mente (e che è oggetto di discussione pubblica da tempo) è che il ‘libero dibattito’ sui social media venga filtrato a due livelli: da algoritmi elaborati da team composti includendovi tutti i gruppi o minoranze che di volta in volta si sono sentiti attaccati o discriminati + da controlli di merito da parte di gruppi preposti al ‘fact-checking’ (qui il modo di selezione non è ritenuto importante, perché si immagina che la rilevazione di verità e falsità fattuali siano un mero fatto tecnico).

Ora, tanto gli algoritmi ‘politicamente corretti’ che i ‘fact-checkers’ travestiti da tecnici sono quanto di più lontano possa esistere nell’universo dai ‘filosofi-re’ di Platone.
Sono in verità forme di distorsione sistematica, strumentalizzabili e manipolabili in un’infinità di modi, proprio perché travestite da obiettività neutrale.
In concreto, subordinare il dibattito pubblico che avviene oggi sui social media a entità del genere significherebbe creare il più grande e sistematico impianto di manipolazione dal Ministero della Verità di Orwell.

In questo quadro non bisogna pensare che Zuck sia semplicemente la vittima degli atti di bullismo ‘politically correct’ della Ocasio Cortez.
In verità, da tempo, Zuck (e i suoi luogotenenti nei vari paesi) operano varie forme di filtri e censure mirate, per venire incontro ad influenti desiderata politici ed economici (la recente censura dei siti pro curdi su pressione di Erdogan è solo l’ultimo episodio).

Dunque ciò che abbiamo visto in TV non è una scena dove la Democrazia si impone all’arbitrio dell’Interesse, ma una sceneggiata a nostro uso, dove due espressioni di Interesse stanno negoziando duramente per trovare un nuovo modo per manipolare meglio la Democrazia.

 

[Dipinto di Umberto Verdirosi]

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