Di Giulietto Chiesa

Ventisette anni e un giorno fa i pubblici di tutto il mondo assistettero in televisione, trasmessa in diretta dalla tv di Stato e dalla CNN, alla fine formale dell’Unione Sovietica. Era la sera del 25 dicembre 1991. Poche ore dopo io ero sulla Piazza Rossa a guardare la bandiera rossa con falce e martello scendere dal pennone principale del Cremlino. E, al suo posto, salire quella della Federazione Russa. Faceva molto freddo e non c’era proprio nessuno. Oltre e me c’era solo il corrispondente di un giornale olandese. Nessun russo, né a piangere, né ad applaudire. Non c’era proprio nessuno. C’erano solo, letteralmente, i due soldati di guardia al Mausoleo di Lenin.
Alle 19, ora di Mosca, Mikhail Gorbaciov parlò in tv e si dimise da Presidente dell’Unione Sovietica. Disse poche cose; che si dimetteva per “ragioni di principio” dopo la proclamazione di un altro Stato, la “Comunità di Paesi Indipendenti”; firmò il decreto che affidava a Boris Eltsin, allora ancora per poco Presidente della Federazione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la valigetta delle armi strategiche; augurò ai suoi concittadini tutto il bene possibile, e uscì per sempre dal Cremlino.
Fu la conclusione di un colpo di Stato che si era compiuto 17 giorni prima nella residenza di Stato Viskula, in Bielorussia, nel Bosco di Bieloveshkaja Pushchia, vicino al confine polacco. Là si erano riuniti i tre leader delle tre repubbliche ortodosse: Boris Eltsin per la Russia, Leonid Kravciùk per l’Ucraina, Stanislav Shushkevic per la Bielorussia.
E avevano dichiarato “non più esistente” l’Unione Sovietica. Le memorie successive dei testimoni presenti dicono che erano tutti e tre ubriachi.
Il 12 dicembre il Soviet Supremo della Federazione Russa aveva ratificato la decisione, con un voto a maggioranza e aveva denunciato l’accordo sulla formazione dell’Unione Sovietica del 1922, richiamando anche i suoi deputati dal Soviet Supremo dell’URSS.
Il 21 dicembre il documento ufficiale della formazione della “Comunità di Stati Indipendenti” fu firmato a Mosca. Oltre a Russia, Ucraina e Bielorussia, firmarono i leader, ancora a quel momento comunisti, di Azerbajgian, Armenia, Kazakhstan, Kirghisia, Moldavia, Tajkistan, Turkmenia, Uzbekistan. Non firmò la Georgia. Ovviamente non firmarono Estonia, lettonia, Lituania, che si erano già proclamate indipendenti dall’URSS a tutti gli effetti.
La capitale della nuova “Comunità” fu Minsk, capitale della Bielorussia. La nuova “Comunità” era soltanto una foglia di fico e serviva a non far capire alla popolazione che cosa stava succedendo. In seguito non rappresentò nient’altro. Si alzò, invece, un’onda così grande che, ancora adesso, è librata sulle nostre teste, 28 anni dopo.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome