In Venezuela il clima continua a rimanere teso. Sono settimane che Caracas è vittima di improvvisi black out elettrici, che l’opposizione guidata dall’autoproclamato presidente Juan Guaidó attribuisce a scarsa manutenzione degli impianti elettrici, corruzione e clientelismo dei vertici delle aziende statali di gestione. Negli ultimi giorni, oltre Caracas, anche altri 15 Stati del Paese sono stati colpiti da questi improvvisi black out. Essi stanno causando problemi non indifferenti, visto che i media occidentali e Usa già hanno dichiarato che ci sono stati dei decessi in alcuni ospedali per via della mancanza di energia, fatto smentito dagli stessi medici degli ospedali coinvolti. Il presidente Nicolas Maduro, però, non riesce a comprendere come a distanza di poche ore dagli interventi di risanamento, si verifichino nuovamente delle esplosioni agli impianti. Il presidente, quindi, crede si tratti di atti di sabotaggio ad opera di infiltrati per destabilizzare la sua leadership e fomentare il popolo contro il suo governo.

L’alleato Russo

Ma Mosca non resta di certo a guardare. Infatti, notizia delle ultime ore, sarebbero atterrati militari, tecnici e diplomatici russi nell’aeroporto di Maquetià, a Caracas, dopo essere partiti da Mosca facendo uno scalo intermedio in Siria. Il giornalista venezuelano Javier Mayorca ha parlato di due aerei giunti lunedì battenti bandiera russa: un Antonov 124, che è l’aereo più grande del mondo destinato a trasporto truppe, e un un jet modello Ilyushin Il-62. Dal primo mezzo sarebbero sbarcati circa cento militari guidati dal generale di Mosca Vasily Tonkoshkurov, comandante delle forze militari di terra. Con loro sarebbero giunte 35 tonnellate di “merci” non meglio identificate ed in arrivo, per la prossima settimana, un carico di medicinali dopo lo sbarco di 300 tonnellate di aiuti umanitari avvenuto alcuni giorni fa. Insomma, pare che Maduro gli aiuti dagli altri Paesi (come Cuba e Cina) li accetti volentieri. Ufficialmente questa presenza russa sarebbe giustificata per consulenze tecniche e operazioni di addestramento delle forze locali per via della cooperazione tra i due Paesi. Infatti il primo accordo siglato risale al lontano 2001 e il secondo al 2005, quando venne stabilita anche l’edificazione di una fabbrica di produzione di fucili mitragliatori modello Kalashnikov cal. 103.

Motivazioni geopolitiche

La presenza russa, seppur di un numero insignificante, ha allertato gli Usa. Infatti avere dei militari russi sull’uscio di casa non tranquillizza gli animi della Casa Bianca soprattutto alla luce del fatto che Mosca vorrebbe addirittura creare una base militare sull’isola di La Orchila. Il Venezuela necessita indubbiamente del sostegno militare di una potenza e da parte sua dispone di un’ottima merce di scambio: risorse energetiche. Sembrerebbe che ci sia l’intenzione della Russia di investire nell’estrazione petrolifera creando anche un consorzio di aziende. Inoltre, a spingere Mosca a questa decisione, c’è anche il fatto che l’America latina sta orbitando sempre più nella sfera di influenza statunitense, vedasi il Brasile di Jair Bolsonaro che si è confrontato con Washington per trovare una soluzione comune per il Venezuela, o la Colombia che di recente è entrata a far parte dell’Alleanza Nato. Motivo per cui Mosca si è attivata per controbilanciare il peso statunitense nel continente. D’altronde, in Europa, è attiva la presenza della Nato nei Paesi confinanti con la Russia ( Estonia, Lettonia, Lituania) motivo per cui si avverte tale esigenza di rispondere all’accerchiamento.

Il sostegno del popolo

Oltre Mosca, a sostenere Maduro, vi è anche parte della popolazione. Venerdì scorso, il Partito socialista unito venezuelano ( Psuv) ha organizzato una manifestazione nelle piazze di Caracas in segno di solidarietà per: “contrastare le pretese interventiste del governo degli Stati Uniti e in appoggio al presidente legittimo”. La marcia ha interessato anche altre città del Paese ma di questa notizia si è dato poco ( o per nulla ) rilievo nei media stranieri.

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