Di Pino Cabras

Leggo l’articolo-pastone di Marco Mensurati su Repubblica, con gli aggiornamenti in merito al tentativo di golpe militare in Venezuela pronunciato dal politico di opposizione Juan Guaidó. Tutta l’impostazione del pezzo porge un ascolto attentissimo alle interpretazioni della crisi che promanano dai falchi occidentali. A denti stretti però è costretto ad ammettere che l’operazione golpe è fallita. Chi ha scommesso sul suo successo (come in Italia ha fatto un asse che va da Salvini a Zingaretti) ha sbagliato i conti, anche perché vive in una bolla mediatica che non gli fa capire cosa succede.
Continua nondimeno il ripetersi di formule come la seguente, che traggo sempre dall’articolo in questione: «Così mentre la comunità internazionale si affrettava a riconoscere Guaidó presidente del Venezuela (alla fine saranno 55 paesi, Italia esclusa) gli Usa hanno subito emanato nuove pesantissime sanzioni che hanno logorato la già disperata economia locale, e hanno accentuato il loro sostegno strategico a Guaidó». Davvero un interessante concentrato di concetti. Siccome la politica deve prendere decisioni su basi concrete, vediamoli bene in dettaglio.
Ad esempio, un politico che oggi voglia essere realista, deve diffidare di una frase che reciti «mentre la comunità internazionale si affrettava a riconoscere ecc.». La comunità internazionale non è un soggetto unico e compatto, bensì la coesistenza di mondi, sistemi, popolazioni, paesi molto diversi e con interessi contrastanti. Vengono citati «55 paesi, Italia esclusa». Ma gli Stati nel mondo sono circa duecento. Se metti cinquantacinque in rapporto a duecento, chi è escluso? Fra i paesi che non hanno formalizzato il riconoscimento dell’autoproclamazione di Guaidó a capo dello stato c’è la maggioranza della popolazione mondiale. Faranno parte sì o no della comunità internazionale? L’Italia, lungi dall’essere esclusa, è nella posizione di chi può creare i ponti necessari fra gli interessi diversi che si scontrano a Caracas: è un paese pienamente occidentale, è molto interessato a suoi concittadini che vivono in Venezuela, ma è anche attento alla complessità della comunità internazionale (quella vera, non quella ridotta nel perimetro claustrofobico della propaganda). Allinearsi è stato spesso facile per sentirsi parte di uno schieramento potente, ma le guerre che ne sono seguite sono state costose, svantaggiose, portatrici di caos. Anche gli schieramenti potenti sbagliano, e lo fanno spesso perché credono alla propaganda che spargono imperterriti, ma che gli si ritorce contro nella forma di una lettura distorta e velata del pianeta che vorrebbero dominare.
L’altra questione è l’uso che il giornalismo e la politica vogliono accettare della parola “sanzioni”, equiparata alle forme di embargo che possono essere decise sotto l’egida dell’ONU, come se un governo che si arroghi questa facoltà sia un elemento neutro del diritto internazionale. Quelle messe in atto da uno Stato o un gruppo di Stati non sono sanzioni in alcun modo riconoscibili in base alla Carta dell’Onu, ma sono atti di guerra economica, di assedio, di pressione, di minaccia. Esistono e pesano nelle decisioni che si è costretti a considerare per realismo politico, ma non sono rivestite neanche lontanamente di quella legittimità che spetterebbe alla comunità internazionale (quella completa, non quella che si autodefinisce tale anche quando ricomprende soltanto una parte degli attori).
Il realismo politico quindi dovrebbe andare alla sostanza della questione, che per come la vedo, è preoccupante per le sorti della pace. E la prima cosa da fare è mettere in discussione quei concetti che intossicano la lettura dei fatti.

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Pino Cabras è un giornalista e deputato del Movimento 5 Stelle

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