Di Giuseppe Masala

Difficile capire quella che sarà la sorte di Julian Assange. Girano in rete ipotesi credibili ed altre meno credibili: ma sostanzialmente per chi è digiuno di diritto internazionale e di diritto penale britannico e americano è davvero accidentato tratteggiare scenari sul destino dell’uomo che ha rivoluzionato il modo di fare informazione nel XXI secolo.

L’unica cosa che si può dire senza tema di essere smentiti è che nessuno al mondo ha un debito di riconoscenza più grande nei confronti di Assange di Donald Trump che, probabilmente, senza le rivelazioni di wikileaks sarebbe rinchiuso in qualche carcere di massima sicurezza e avrebbe visto la sua acerrima nemica Hillary Clinton insediata alla Casa Bianca. Naturalmente avere un credito nei confronti di un uomo politico non significa averne un beneficio concreto: la politica è l’arte del possibile e del compromesso e la riconoscenza non ha alcun peso. Quindi inutile fantasticare su possibili aiuti da parte di Trump: la (in)giustizia farà il suo corso è c’è solo da augurarsi che ad Assange siano garantiti tutti quei diritti che sempre vanno riconosciuti ai detenuti a maggior ragione se in attesa di giudizio.

Invece non destano stupore le grida di giubilo dell’informazione mainstream e di tutti quegli esponenti politici (anche italiani) che sono indissolubilmente legati al carrozzone rosé americano sbaragliato da Donald Trump. Il colpo per loro è stato enorme: il loro mondo orwelliano dove le masse sono tenute sotto ipnosi da una informazione addomesticata è stato sgretolato dalle rivelazioni di Wikileaks. Basta andare sul sito di Wikileaks per comprendere l’importanza delle rivelazioni di Assange: la rete globale della NSA americana che spia qualsiasi persona dotata di device elettronico (non importa che tu abbia un computer, un tablet o uno smartphone, comunque sei intercettato e schedato. Sì, si, parlo proprio di te), le atrocità degne delle SS commesse dalle truppe occidentali in Afganistan e Iraq, i cables delle ambasciate USA verso il Dipartimento di Stato, che solo per rimanere all’Italia riscrivono la nostra storia degli ultimi cinquanta anni (basta digitare sul motore di ricerca interno di Wikileaks il nome “Aldo Moro” o “Paolo Baffi” per capire). E infine la divulgazione delle mail di John Podesta, capo della campagna elettorale di Hillary Clinton e che hanno devastato l’immagine della signora dandoci uno spaccato atroce dei retroscena: dal giochino del “pay for play” della Fondazione Clinton, al complotto per far perdere le primarie democratiche a Barney Sanders fino ad arrivare alle frequentazioni personali della Clinton con – come dire – un carrozzone di personaggi quantomeno equivoci, per non dire altro.

I detrattori di Assange – tra i quali brillano in Italia giganti del giornalismo addomesticato e al servizio del Potere come Gianni Riotta e giganti della Politica come il piddino Andrea Romano – non contestano la genuinità dei documenti rilasciati da Wikileaks, ovviamente se ne guardano bene. Si limitano a contestare il modo in cui Assange sarebbe venuti in possesso delle informazioni propagandando la storia – tutta da dimostrare – dei famosi hacker di Putin.

Non hanno capito che il loro mondo di menzogne è comunque finito: per un Assange che arrestano centinaia ne possono nascere. Basta un sito internet, una casella di posta e un buon programma di cryptografia che garantisca l’anonimato del whistleblowing (la fonte anonima) e tutte le loro narrazioni di plastica vengono a cadere.

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