Sin dai tempi più antichi l’essere umano si è interrogato sulla propria storia, sul contenuto del passato e sul suo senso. D’altronde, per citare  Montanelli “Un popolo dimentico del proprio passato è un popolo senza un futuro”. Ciò che più lascia perplessi, tuttavia, è considerare in che modo gli uomini di tutti i tempi si siano approcciati allo studio di quanto è stato.

Sappiamo, ad esempio, che per i Greci la storia si confondeva con il mito, tanto che accanto alla lettura di Tucidide, Senofonte, Erodoto non si disdegnava (anzi, si preferiva!) Omero, Esiodo e tutti gli altri poeti epici. Forse perché la scienza non aveva ancora dimostrato che l’uomo discende dalle scimmie o che l’universo si è formato miliardi di anni fa a seguito di una enorme esplosione spaziale, e si riteneva lecito, se non doveroso, pensare che in un molto remoto passato tutti vivessero bene, al pari degli dei da cui si discendeva, ed a seguito di qualche “colpa” si fosse precipitati nella caduta che così tanto ha degradato la condizione umana da renderla caratterizzata da attività quali il lavoro e l’invecchiamento. Poi vennero i grandi Romani, che scelsero di tingere di “politico” e “patriottico” le narrazioni della propria storia, facendosi risalire ai Troiani, sì da poter giustificare la propria grandezza e le proprie mire espansionistiche nel mondo allora conosciuto. Si approda a quello che conosciamo come Medioevo ed ecco le narrazioni altrettanto fantasiose di popoli scandinavi che rivendicano un ruolo di predominio sulle ormai macerie dell’impero, giustificandosi quali “figli di” o “favoriti da”. Solo con il tramonto delle epoche “barbariche” e l’inizio della civiltà comunale le signorie cominciano a ritenere necessario scrivere e tramandare la propria storia forse più come documento che ritrovato “etnico”, magari per far sapere al mondo perché il contado tal dei tali appartenesse loro, o semplicemente per affermare la propria superiorità rispetto ad altre formazioni politiche non meno forti, ma sicuramente meno avvedute in ambito propagandistico. Con Machiavelli, la rivoluzione.

La storia comincia ad assumere i caratteri fondamentali che ancor oggi la caratterizzano, quali l’importanza fondamentale delle cause e degli effetti, la constatazione fredda ed oggettiva dell’indole umana, il riconoscimento del ruolo delle passioni umane nei processi storici, per approdare ad un modello sano ed esaustivo di scienza storica. Non che con tale “rivoluzione” le cose cambino effettivamente e definitivamente in meglio, anzi. Ancor Vico, precursore dell’illuminismo napoletano, vede coesistere nella propria mente una matrice scientifica, che propone un più largo utilizzo della filologia come scienza della ricostruzione oggettiva dei fatti quale propedeutica alla storia, ed un’altra ancor saldamente legata al mondo pre-illuminostico quale la chiamata in causa della “storia sacra” in qualità di paradigma dei fatti umani e vera fonte di sapienza da consultarsi costantemente onde evitare di allontanare la ricerca storica dai suoi veri obiettivi, ovvero la consegna al genere umano di una forma di conoscenza epurata di ogni compromissione con la nefasta realtà delle cose.

E si approda così ad un illuminismo più maturo, il quale si fregia (ed a merito) di un più ampio ed oggettivo studio delle cose antiche, ma commette (a mio discretissimo parere) l’errore madornale di intessere nella trama storica ideali, movenze, etiche e morali in qualità non di derivati dei fatti accaduti, come la ragione ci porterebbe a pensare, bensì in veste di motori propulsori della storia stessa che viene pertanto a perdere di scientificità, per divenire sempre più la favola della buonanotte di signori benpensanti ai quali (come dargli torto!) fa piacere pensare che tutto muova verso il bene e il giusto, che nulla mai si commette per pura sete di denaro o di gloria, e che qualcosa di recondito e nascosto muove sotterra per reggere i fili delle vicende umane non più in veste di dei, ma di idee. Non vedo progressi rispetto ad Omero.

Come si può pensare, mi chiedo, che siano le idee a reggere il mondo? Se volessimo citare qualche esempio, dovremmo dire che: Roma cadde per un conflitto di civiltà e culture differenti e che nulla c’entra nel suo lungo perire la cattiva amministrazione, il decadimento della cosa pubblica e delle cariche statali; Cesare, da buon repubblicano, aveva seriamente intenzione di favorire i ceti subordinati per amor di umanità, e non certo per portare consensi al ceto equestre che ne aveva sospinta e finanziata la carriera militare e politica; che Carlo Magno avesse intenzione di restaurare l’impero riallacciandosi ideologicamente a Roma antica, non certo che, da buon barbaro qual era, volesse soltanto recuperare ricchezze da concedere ai suoi cortigiani per garantirsene la fedeltà e sedere su di un trono stabile ed imperituro; che Enrico IV di Borbone fosse seriamente convinto della necessità del trionfo della religione cattolica piuttosto che dell’opportunità politica che tale conversione avrebbe significato.

Brevemente, non ritengo che nella storia vi sia tanto di ideale quanto la fredda ed asettica constatazione dei vizi e delle passioni che realmente, da sempre, guidano gli animi umani. Dire che i primi cristiani furono perseguitati perché diversi, risolve in chiave estremamente semplicistica un questione ben più spinosa, che riguarda tanto gli usi e costumi delle élite italiche, quanto, per dirla con Voltaire, l’intolleranza che, a differenza di tutte le altre religioni del tempo, il cristianesimo ha perpetrato pretendendo per sé non il titolo di religione bensì di religione sopra le religioni. Ma, ovviamente, tutto ciò è complicato da spiegare ad un ragazzino che si stia approcciando, tramite un testo scolastico, allo studio della storia.

Conviene tanto allo scrittore quanto al lettore inserire qua e là le idee a facilitare la comprensione di ciò che per esser compreso necessiti di una attenta analisi dell’animo umano. Ed andiamo così, tra uno stravolgimento ed un altro, finché non si sarà persa memoria del nostro ieri, e ci verrà sbarrata la strada che conduce al domani.

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