Di Gilberto Trombetta

Nonostante lo scoppio dell’ennesima crisi economica (questa volta innescata da un virus) abbia – almeno a parole – messo in discussione – e quindi in crisi – molti dei pilastri su cui si è basata la politica economica degli ultimi 30/40 anni, le soluzioni proposte sono nel segno della piena continuità delle politiche liberiste e ordoliberiste.

In estrema sintesi, poco Stato e al servizio del privato.

Eppure la Storia, anche recente, ci racconta un’altra realtà. Ci racconta del fallimento del modello economico dominante. O meglio, del fallimento per la stragrande maggioranza dei lavoratori, degli artigiani e delle PMI. Un grande successo, invece, se visto dal portafoglio del 10% più ricco della popolazione. Ancora di più dell’1%. Per non parlare dello 0,1%.

Eppure è lo Stato il motore dell’innovazione, non il privato. È lo Stato che può mediare il conflitto sociale, facendo diminuire le disuguaglianze. È il mercato interno la vera ricchezza di un Paese, non quello estero. È la tutela del lavoro a far aumentare la produttività, non la sua precarizzazione. Sono i salari dignitosi a far girare l’economia di un Paese, non la globalizzazione dei prodotti a basso costo.

È vero che ogni crisi può essere un’occasione per migliorarsi. Ma negli ultimi decenni le crisi sono state occasioni per peggiorare la qualità di vita di fette sempre più grandi di popolazione. La povertà è aumentata, sia per numero di persone che per intensità. La classe media è stata ferocemente attaccata schiacciandola sempre di più verso il basso.

La scarsità – indotta politicamente – di lavoro e di denaro sono state le armi con cui i più ricchi hanno vinto la lotta di classe. Insieme alla conquista di una globalizzazione fortemente deregolamentata.

Eppure in Italia avremmo la situazione ottimale per ricostruire dalle macerie tutto il Paese. Da Nord a Sud.

Con una classe politica all’altezza della situazione, avremmo lavoro da fare almeno per le prossime 5 generazioni. Ci sono le infrastrutture da rifare: autostrade, rete ferroviaria e porti. C’è un intero territorio da ricostruire tenendo conto dell’alto rischio idrogeologico e sismico del Paese. E lo si potrebbe fare adottando le più moderne tecnologie a basso impatto ambientale.

C’è metà del Paese in cui manca quasi tutto, il Sud. Andrebbero costruite autostrade e ferrovie che colleghino tutte le aree dell’Italia. Andrebbero realizzati distretti portuali. Andrebbero costruiti centri di ricerca e fabbriche che si integrino con quelli già esistenti al Nord. Mancano migliaia di asili nido. Mancano i piccoli Ospedali, quelli vicino al territorio.

E tutto questo non viene realizzato non per la mancanza di lavoratori. Abbiamo milioni di italiani tra disoccupati, sottoccupati, inattivi e costretti al part time involontario. Cioè a fare 2 o più lavori perché sottopagati.

Avremmo, per dirla in termini economici, sia la domanda che l’offerta. E avremmo, soprattutto, le capacità per farle incontrare.

Eppure ci impongono da anni come scusa la scarsità di denaro, cioè del mezzo di contatto tra questa domanda e questa offerta, come scusa per acuire le disuguaglianze. Cioè per trasferire reddito e ricchezza dal 90% della popolazione al 10% più ricco.

Ma i soldi si creano dal nulla. Non possono mancare. Sono infiniti.

Allora bisogna prendere atto come non si tratti di limiti oggettivi, ma di una precisa scelta politica.

Quella di aver creato una classe politica nelle mani di portatori di interessi contrari al bene comune. Cioè eversivi rispetto alla nostra Costituzione.

Anche per colpa dell’abolizione del proporzionale puro. Anche pr colpa dell’introduzione delle soglie di sbarramento. Anche tramite l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Anche per colpa delle sempre più frequenti nomine in seno ai partiti che rendono impossibile eleggere un proprio rappresentante nominalmente. Per potergli così chiedere conto, tramite il voto, del suo operato.

Perché in questo sistema solo chi ha montagne di soldi riesce a far arrivare nelle sedi preposte la richiesta di tutela dei propri interessi. Anche se di minoranza. Anche se avversi all’interesse comune.

Dipendenti, lavoratori autonomi, artigiani, commercianti, piccoli e medi imprenditori hanno solo un modo per far valere le proprie istanze: il voto. È eleggendo rappresentanti politici portatori dei loro interessi che sarebbe possibile invertire la rotta degli ultimi 30 anni.

Combattere le pervasive e potenti azioni di lobbying a suon di miliardi delle élite rimpiazzando col voto una classe politica costituita in prevalenza da maggiordomi.

È questo l’unico voto utile possibile. Ma prima bisogna mettere da parte i conflitti orizzontali con cui ci hanno riempito la testa: dipendenti pubblici contro dipendenti privati, lavoratori dipendenti contro piccoli e medi imprenditori, giovani contro anziani, pubblico contro privato.

Perché i conflitti orizzontali aiutano solo quelli che stanno in alto. Perché senza Stato, muore anche il privato. Perché se mettessimo da parte l’insensato campanilismo che vorrebbe il Nord contrapposto al Sud, non ci fermerebbe più nessuno.

Perché siamo il Paese che per quasi un secolo, dall’Unità di Italia al 1992, è cresciuto mediamente più di tutti al mondo. Più degli USA. Più della Cina. Più della Russia. Più del Giappone.

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