Di Pierluigi Fagan

Il generale Qassem Soleimani non era solo un generale perno delle strategie estere iraniane, era un simbolo e se ti attaccano un simbolo di quel livello, è come se ti avessero dichiarato guerra formale. Gli americani hanno rinforzato la presenza militare nella regione, il governo iraniano è sotto pressione di sanzioni e manifestazioni di scontento, in mezzo c’è la situazione contrastata in Iraq (ma le ramificazioni di cui Soleimani era perno vanno dal Libano alla Siria, dallo Yemen a Gaza) e tutt’intorno la non meno tesa situazione del Golfo Persico con Israele ed Arabia Saudita ai bordi e attori geopolitici di tutto il mondo non occidentale (cinesi, indiani, giapponesi e coreani, russi, turchi e si noti che i turchi hanno deciso di mandare truppe in Libia, cosa di non poco conto per gli equilibri della regione) legati in qualche modo e per varie ragioni ai destini iraniani.

Con questo assassinio, Trump inaugura la sua campagna elettorale, sperando nella reazione iraniana e conseguente escalation a dieci mesi dal voto. Trump alza la posta, “o con me o contro di me”, un classico che appiani le turbolenze interne radicalizzando lo scontro col nemico esterno, nei conflitti non si discute il comandante. Molti i calcoli che nelle prossime ore verranno fatti a Teheran, come e quando reagire dirà qual è lo stato della partita, se il governo iraniano si occuperà solo suo del suo prestigio interno, se a questo punto vuole regolare i conti nella regione o se anche vuole a modo suo partecipare alla compagna elettorale americana. Il gioco degli scacchi si pensa sia originario dell’India, ma è della Persia sasanide la versione che poi è arrivata a noi tramite Spagna e Sicilia. Sicuramente, qualcosa del genere era attesa dagli iraniani, vedremo cos’hanno preparato.

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