Di Pierluigi Fagan

Un traumatizzato è colui che ha vissuto una esperienza traumatica da cui alla fine è uscito materialmente ma le cui tracce conserva nella psiche. In genere, nel mondo degli individui, sono persone poste al limite della società. Davvero inusuale che, nei gruppi umani, i traumatizzati profondi abbiano ruoli di comando o direttivi, la loro eccentricità psichica li pone automaticamente ai margini per via del principio di differenza ed efficienza. Efficienza nel senso che il traumatizzato non elabora gli imput come gli altri, la sua logica è distorta dal trauma, deve fare i conti con una serie di tabù del tutto personali.

La Germania è avviata alla recessione ormai secondo tutti gli analisti. Quello che non dicono i dati consolidati degli ultimi trimestri, lo dicono le previsioni facili che da una parte proiettano la struttura economica dipendente dalla esportazione e dall’altra la intersecano con la presa d’atto che l’economia mondiale sta flettendo di suo ma ancor di più vista l’agitazione del riformismo egoista degli americani che impongono dazi, barriere, blocchi.

Non c’è più alcun essere umano dotato di comprendonio sulla faccia della Terra che non esorti i tedeschi a normalizzare il loro comportamento economico aumentando i consumi interni e reinvestendo una parte degli enormi surplus accumulati in questi anni, per rinnovamenti strutturali. Tali esortazioni ora unanimi, superano le barriere ideologiche tanto politiche che economiche poiché ormai siamo oltre le ideologie opzionali, siamo al semplice buonsenso.

Ma i tedeschi non hanno alcuna intenzione di avviarsi al buonsenso, resistono con la caparbietà di cui solo un tedesco è capace, la stessa che poi gli ha auto procurato il trauma.

“Ordoliberalismo” la diagnosi che ormai si legge anche sulla stampa mainstream, non più solo le frange critiche che erano partite alle lucide e precoci analisi fatte da M. Foucault nei suoi corsi al College de France addirittura alla fine degli anni ’70. Ordoliberalismo è una variante dell’ideologia liberal-liberista in salsa teutone (il pensiero liberale ha natali franco-inglesi ma più inglesi che franchi, il liberismo è invece precipuamente anglosassone o austriaco che aspira ad esser anglosassone), nata negli anni ’30. Ma non ebbe molta presa al tempo. Venne recuperata e nominata, ampliata ed implementata, dopo il trauma, diventando anche uno degli ispiratori di quella che potremmo chiamare Costituzione tedesca sebbene loro la chiamino Legge fondamentale promulgata nel 1949 in pieno stress post-traumatico.

Si noti che il primo periodo di stress post-traumatico dei tedeschi non fu lasciato al libero tempo umano della sua elaborazione naturale, ma fu pesantemente influito dalle necessità americane di rimettere in piedi una nazione che doveva esser il primo e più importante confine della successiva partizione est-ovest dell’Europa spartita in aree di influenza dai due vincitori della IIWW. Per quanto frastornati da ciò che avevano combinato, gli orgogliosi tedeschi non ebbero tempo di domandarsi davvero cosa era successo e perché, in tutta fretta, recuperarono idee degli anni ’30 comunque “tedesche” come se tutto ciò che era successo non fosse stato pienamente “tedesco”, fosse stata una aberrazione fuori dalla propria traiettoria culturale storica, fosse stata l’occupazione di una fantasma che ne aveva pervertito la storia. Il tedesco trovò così ragioni teoriche da lui stesso pensate “a suo tempo” per auto-imporsi la norma senza eccezioni di non mettere mano, come Stato, al funzionamento auto-organizzato del Mercato. Idea che implicitamente risolveva il problema della estrema sfiducia che il tedesco aveva introiettato della sua stessa capacità “politica”. Il tedesco sapeva di sé che quando messo nelle condizioni di potenza del decisore politico che nulla e nessuno ha sopra di sé, aveva combinato quello che aveva combinato. Questa “potenza” del politico, non doveva mai più e per nessuna ragione esser riconcessa al politico. Il politico poteva armeggiare sulle condizioni di possibilità del mercato, curarne i fallimenti sociali collaterali, ma mai più e per nessuna ragione decidere al posto del mercato. I tedeschi si auto-assoggettarono al nuovo Führer impersonale del Mercato. Così gli parve di poter uscire dal trauma ed evitare di precipitare nuovamente nell’abisso.

Penso che tutti noi europei non si sia fatto i conti profondi con quello che è successo negli anni ’40. Occorrerà, come ben sanno gli storici, il giusto tempo che pone l’obiettivo distacco, per tornare ai fatti compiuti per capire i perché. Non solo siamo ancora intrisi di pezzi di quelle dinamiche sebbene vie via più flebili, siamo stati anche sovraesposti ad interpretazioni ed analisi, viziate da una mancanza di distacco obiettivo. Tale sovraesposizione ha tra l’altro avuto il perverso effetto di “abituarci” a fatti che invero hanno del clamoroso. Forse occorrerà un cinese o un nigeriano o un marziano che ci aiuti a comprendere di cosa siamo stati capaci, i tedeschi più di altri.

Ma per un tedesco, temo che questa terapia sarà molto lunga e complicata perché -a mio avviso- quello che è successo, sebbene influito ovviamente dalle dinamiche storiche del primo Novecento, ha sue radici geo-storico-socio-cultural-psichiche nel tempo più profondo. In più, il paziente oggi confortato dall’auto percezione di quarta economica del mondo, quasi antimilitarista, financo ecologista, perno centrale del sistema europeo ed atlantico, non ha motivi e ragioni per aprire volontariamente un cantiere di auto-ripensamento che porta dolore, incertezza, smarrimento e quindi debolezza. Gli Stati, i popoli, non possono permettersi la debolezza, oggi meno che mai.

I tedeschi sono i tedeschi, come si possa immaginare sia la Germania il perno di quella ipotesi senza alcuna ragione concreta di possibilità che immagina una Europa unita, lascia sbigottiti. La storia, la geografia, la cultura, delimitano le traiettorie di possibilità ovunque nel mondo, viepiù in Europa. Dopo il ’45, gli europei guardano a malavoglia questa loro storia profonda, arrivando addirittura a dipendere dal traumatizzato pur di far finta di sanare antiche, reciproche ferite. Ma ogni processo di rimozione, sebbene porti a sopravvivere in qualche modo, non risolverà mai il problema di fondo.

Forse oggi, “i tempi”, imporrebbero di guardare dentro questo “fondo” che assomiglia tanto all’abisso di Nietzsche, non a caso, un “tedesco”. Ma chi ne ha voglia? Chi ne ha la forza o il coraggio?

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