Teheran, la Rivoluzione islamica

Cosa ha rappresentato la Rivoluzione islamica dell'ayatollah Khomeini per il Medio Oriente? Un'analisi alla luce del suo contesto storico, e del nostro.

Khameini, Iran (Reuters)

Trentanove anni fa scoppiava a Teheran una rivoluzione che avrebbe inciso profondamente sugli equilibri del Medio Oriente e che avrebbe trasformato radicalmente i rapporti diplomatici tra l’Iran e l’Occidente. Il 16 gennaio del 1979 l’ultimo scià del millenario impero persiano, Reza Pahlavi, compì una precipitosa fuga da Teheran insieme a sua moglie Farah Diba. Da quel giorno le proteste si inasprirono sempre di più e la folla acclamò a gran voce il ritorno in patria dell’ayatollah Khomeini, che il primo febbraio rientrò a Teheran dal suo quindicennale esilio parigino. L’11 febbraio l’esercito si schierò dalla parte delle proteste. Si tratta della Rivoluzione khomeinista, che condusse l’Iran a costituirsi come la prima Repubblica Islamica.

Dopo questi eventi l’Iran si strutturò come una teocrazia costituzionale, come la definì Olivier Roy. L’intero edificio politico, legislativo e finanziario dell’Iran fu reimpostato secondo la legge islamica.Le norme sociali, culturali, etiche e comportamentali, di riflesso, furono severamente condizionate da una nuova categoria di valori e di costumi che influì pesantemente sulla vita degli iraniani. Dopo aver applicato la Shari’a, la legge di Dio, furono vietati il commercio e il consumo di bevande alcoliche, fu imposto il velo alle donne e furono proibite la prostituzione e le case da gioco. Venne considerato illegittimo ogni aspetto della vita quotidiana che provenisse dall’Occidente. Infine fu istituito un corpo di polizia religioso, i guardiani della Rivoluzione, i pasdaran, a sorvegliare che la legge di Dio fosse rispettata. Era il 1979 per il calendario gregoriano e il 1357 per il calendario dell’Egira.

Sarebbe un grave errore ritenere che la Rivoluzione khomeinista abbia rappresentato un ritorno al passato e un sostanziale regresso. Fu al contrario la realizzazione inedita di un modello politico e sociale che nessuno prima di Khomeini riuscì a realizzare, cioè la creazione di uno stato islamico. Tutto il mondo mussulmano guardò alla Rivoluzione come a un ideale verso cui tendere. La creazione di uno stato islamico rappresentò la forma più riuscita di rifiuto dei modelli politici e culturali occidentali. Dopo la campagna d’Egitto di Napoleone e ancor di più in seguito ai fatti avvenuti dopo la prima guerra mondiale – come la spartizione del Medio Oriente tra Gran Bretagna e Francia e l’istituzione dei mandati – il naturale percorso storico, politico e culturale dei paesi mussulmani fu del tutto stravolto. A paesi che avevano avuto un’evoluzione storica parallela e diversa da quella europea, furono imposti sistemi politici ed finanziari nei confronti dei quali questi paesi erano totalmente inadatti, oltre che impreparati.

In un primo momento, dopo lo sbarco in Egitto, negli animi delle popolazioni arabe trionfarono sentimenti di ammirazione e di opportunità ( gli arabi più facoltosi mandarono i loro figli a studiare in Europa e l’Europa), ma in seguito – dopo aver preso consapevolezza degli inganni politici orditi dalle potenze occidentali – a quelle ingenue sensazioni di ammirazione si sostituirono sentimenti di odio e di rancore, oltre che una crisi di identità. L’origine storica di quelli che gli studiosi hanno definito “fondamentalismi” va collocata in questo contesto. La rivoluzione khomeinista rappresentò al contrario di quanto potrebbe sembrare una sostanziale continuità con il naturale andamento storico dell’Iran, un paese in cui da secoli i teologi avevano assunto un’autorità spirituale e soprattutto una posizione sociale e politica sempre più significativa. E lo fece in maniera totalmente inedita, cioè attraverso la realizzazione di una teocrazia, la Repubblica Islamica, ovvero il primo stato – nel senso moderno del termine, come si è costituito dopo la Rivoluzione francese – organizzato secondo la legge di Dio.

Il progetto fu reso possibile dal fatto che, a differenza della confessione sunnita, gli sciiti si articolano secondo un clero e una gerarchia. Lo scià Pahlavi, l’amico dell’Occidente, era considerato un traditore in quanto colpevole di aver minacciato l’identità e la cultura iraniana, avendo esposto il paese all’occidentalizzazione della propria identità politica e culturale e aveva soprattutto svenduto alle potenze occidentali le ingentissime risorse naturali. Non senza dolore il paese accettò lo stravolgimento dei costumi e l’imposizione della Sharì’a, dal momento che l’Iran era diventato sotto lo scià un paese avviato verso la modernizzazione e la liberalizzazione dei costumi, cosa che risultò intollerabile agli occhi della Rivoluzione, che usò anche mezzi violenti per reprimere i dissidenti. Capire l’importanza della Rivoluzione è fondamentale per capire l’Iran oggi: i principi di autodeterminazione e di difesa dell’identità della Repubblica Islamica, profondissimi ancora oggi, vanno compresi sulla base di questi eventi.

Oggi l’Iran ricopre un ruolo fondamentale in Medio Oriente. Protagonista assieme alla Russia, all’esercito arabo siriano ( EAS ), e al partito libanese Hezbollah nella guerra contro l’Isis, ha innalzato un muro difensivo contro i piani strategici mediorientali degli Stati Uniti e dei loro alleati, cioè le monarchie del Golfo, prima tra tutte l’Arabia Saudita, e Israele. Nonostante ricopra ruolo fondamentale sulla scena internazionale, il cuore della Repubblica Islamica è povero e in difficoltà economica. Con una disoccupazione al 12,5 % e un’inflazione al 10%, l’Iran sta affrontando un periodo di crisi economica molto difficile, soprattutto a causa delle sanzioni che le vengono imposte dalla comunità internazionale a guida statunitense.

L’Iran è soprattutto un popolo giovane ( il 60% della popolazione ha meno di 30 anni ) e la scolarizzazione è molto diffusa. Questa antinomia tra formazione culturale e occupazione crea un disagio molto sentito dalla popolazione, in special modo da quella giovanile. Inoltre è evidente la delusione degli iraniani nei confronti delle promesse che il presidente Rouhani aveva assicurato di mantenere in merito a riforme economiche e ad un sollevamento generale della società iraniana, rese teoricamente possibili dall’accordo sul nucleare firmato nel 2015. Promesse che si sono rivelate però impossibili da mantenere dal momento che, nonostante l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica ( AIEA ) abbia confermato la conformità dell’Iran al JOINT COMPREHENSIVE PLAN OF ACTION ( JCPOA ), cioè l’accordo con gli Stati Uniti sul nucleare, le sanzioni sono rimaste applicate, costringendo l’Iran ad un isolamento internazionale di natura politica e commerciale.

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