Di Andrea Franco

Non è possibile comprendere appieno il significato della crisi che sta lacerando l’Ucraina senza aver prima chiarito le radici storiche del movimento nazionale ucraino, i suoi contenuti e il legame degli intellettuali che lo fondarono con la Russia nel corso dei primi decenni dell’Ottocento. Le proteste odierne, pregne di un messaggio soprattutto politico e sociale ostile alle politiche di Yanukovich – considerate repressive e inclini a privilegiare il rapporto con la Russia – si innestano su un tessuto sociale culturalmente polarizzato fra l’Ovest ucrainofono e l’Est russofono.

È necessario partire dal rapporto a geometria variabile fra il centro dell’impero zarista e le sue periferie allogene, con una particolare attenzione alla prima parte del XIX secolo.

La politica nei confronti delle nazionalità allogene puntava, sin dai tempi di Pietro I, a cooptare le élite delle nazionalità socialmente più strutturate – purché disposte a prestare i propri servigi e specializzazioni all’impero (in cambio del mantenimento dei privilegi di ceto) – russificando le comunità meno sviluppate. Un nuovo indirizzo fu codificato ufficialmente nel 1822, quando Michail Speranskij, collaboratore “illuminato” di Alessandro I, creò la categoria degli inorodcy (gli allogeni, per l’appunto), nella quale rientravano le comunità non-russe della Siberia e, fra queste, anche gli ebrei.

Per una popolazione, l’inserimento in tale categoria comportava una capitis deminutio dal punto di vista dei diritti soggettivi. D’altro canto, se inteso finalisticamente, tale inserimento avrebbe anche potuto favorire lo sviluppo di una prima autorappresentazione nazionale in seno alla comunità stessa, benché inizialmente marginale, poco articolata da un punto di vista socio-culturale e scarsamente alfabetizzata. Ciò fu reso possibile poiché il centro, innervato sulla nazionalità grande-russa, forniva a tali comunità una definizione a contrario contro cui strutturarsi.

Nel 1833 il ministro Sergej Uvarov istituì la triade della “nazionalità ufficiale” che avrebbe dovuto indirizzare, nel suo complesso, la politica imperiale. Si trattava di un sistema di valori fondato su autocrazia, ortodossia e nazionalità da cui sarebbe scaturito un orientamento teso ad affermare l’elemento nazionale russo. Secondo la visione ufficiale codificata da Uvarov, al pari delle tesi slavofile che si affermarono a Mosca tra gli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento, l’insieme delle popolazioni slave orientali avrebbe formato, storicamente, un unico gruppo nazionale originatosi dalla Rus’ di Kiev il cui tronco principale era costituito dall’elemento grande-russo (quello russo propriamente detto) a cui si aggiungevano le ramificazioni secondarie delle comunità piccolo-russe (ucraine) e russe-bianche (bielorusse).

La specificità della questione nazionale ucraina emerge dunque da quest’insieme di dati: ufficialmente, la comunità piccolo-russa era considerata un sottoinsieme dell’obščerusskaja narodnost´ (nazionalità russo-comune) e non una nazionalità a sé stante. Così, se i sudditi ucraini dell’impero non erano soggetti a limitazioni dei propri diritti (in quanto parte sui generis della nazionalità dominante), era loro negato, allo stesso tempo, il diritto di considerarsi una nazionalità a sè stante che potesse dare adito ad aspirazioni “risorgimentali”. Così, mentre fra i popoli d’Europa si facevano largo movimenti di carattere nazionale, quello ucraino era stato soffocato sul nascere.

A ciò va aggiunto il “tradimento delle élite”, fenomeno politico che conobbe un’accelerazione al tempo della zarina Caterina II: la nobiltà cosacca, considerata l’antesignana della nazionalità ucraina, accettò la russificazione dei territori orientali dell’odierna Ucraina (e la polonizzazione di quelli occidentali) in cambio del mantenimento delle proprie prerogative. Complice il “tradimento”, la comunità piccolo-russa si trovò sprovvista di un qualunque ceto di intellettuali che ne avrebbe potuto indirizzare lo sviluppo in un senso nazionale.

Eppure, a partire dall’ultimo scorcio del Settecento e dai primi decenni dell’Ottocento, l’Ucraina divenne l’oggetto di un interesse culturale senza precedenti: dapprima grazie a semplici viaggiatori moscoviti, quindi con i primi etnografi che, sulle orme dei Grimm, andavano alla ricerca della “Ausonia slava”, meridione “russo” non corrotto dagli influssi dell’Occidente, soffermandosi su quella terra lussureggiante e mite tanto nel clima quanto nel carattere dei suoi abitanti. Si trattava in sostanza di un incontro con il “proprio” meridione interno, filtrato con le lenti del romanticismo dell’epoca. Un sentimento simile avrebbe portato Puškin, nella sua recensione alle Veglie alla fattoria presso Dikan’ka di Gogol’, a definire estaticamente i piccoli-russi la “tribù che canta e balla”, lasciando trasparire sia un innegabile paternalismo sia un vivo entusiasmo nei confronti dei “fratelli minori” d’Ucraina.

Allo stesso tempo, emerse un “ucrainofilismo” autoctono animato da intellettuali di estrazione piccolo-russa. Nacquero le prime composizioni letterarie in lingua ucraina, come l’Eneida di Ivan Kotljarevs´kyj che è considerata la prima opera laica redatta in ucraino. Scritta nel 1794 e portata in scena 3 anni dopo, quest’operetta satirica riprendeva un intreccio tipicamente virgiliano trasponendolo in un’ambientazione cosacca. A tale pièce seguirono altri testi in ucraino quali, ad esempio, Marusja (1832), i Racconti piccolo-russi di Hryhoryj Kvitka-Osnov´janenko e, soprattutto, le opere del “bardo ucraino” Taras Ševčenko. Questi, in particolare con la sua prima raccolta di liriche Kobzar (1840), composta in ucraino, invitava le popolazioni dell’impero russo alla rivolta contro l’autocrazia.

Fu invece assolutamente neutro, politicamente, il ruolo di Gogol’, l’autore di frontiera per eccellenza (se si considera una frontiera culturale, specialmente nell’Ottocento, quella russo-ucraina): i suoi cicli giovanili, che videro la luce tra gli anni Venti e gli anni Trenta del Diciannovesimo secolo, erano scritti in russo, benché l’autore facesse ampio ricorso al suržik, idioma parlato dal prostonarod’e (la “gente semplice”) dell’area di trapasso linguistico fra russo e ucraino, cui seppe conferire dignità letteraria. Soprattutto, Gogol’ regalò fama universale al patrimonio folcloristico ucraino, che seppe rielaborare con fine visionarietà, pur rimanendo del tutto estraneo a ogni polemica politica.

In questo clima culturale, nel 1828, venne pubblicato il manoscritto anonimo Istorija Rusov, preludio della nascita dell’idea nazionale ucraina, i cui toni – tanto avversi alla “Moscovia tatara” e alla “Polonia cattolica” – superavano per intensità quello che era il sentimento allora diffuso presso i primi “adepti” del movimento nazionale. Questi erano in particolare i membri della Confraternita cirillo-metodiana, fondata nel 1846 presso l’università di Kiev sullo stesso modello delle società segrete che avevano già portato alla rivolta decabrista (1825). Si distinguevano Nikolaj Ivanovič Kostomarov, giovane docente universitario che seppe diffonderne le istanze presso i propri studenti mediante un insegnamento di tipo seminariale; Pantelejmon Kuliš, intellettuale che avrebbe composto la più celebre grammatica ucraina dell’Ottocento e lo stesso Ševčenko, a quel tempo un già celebre poeta.

L’orientamento ucrainofono della confraternita era la sintesi di idee differenti, talvolta in apparente contrasto le une con le altre: romanticismo e idea di nazione; slavofilia; illuminismo; cristianesimo mistico; federalismo panslavo. Il romanticismo del pensiero “kostomaroviano” (da Kostomarov, assurto a guida del movimento) altro non era che il prodotto della temperie culturale dell’epoca, fondandosi su studi etnografici che permettessero la “riscoperta” della nazione ucraina e sul pensiero liberale e democratico di Mazzini. La produzione kostomaroviana di questa fase, oltretutto, si inseriva appieno nell’alveo della perdurante querelle identitaria scaturita, in modo furibondo, in seguito alla prima Lettre philosophique di Čaadaev (1829).

La slavofilia si riconduceva al pensiero degli slovacchi Kollár e Šafarík, incardinandosi sul concetto di “slavjanskaja vzaimnost´” (reciprocità slava) piuttosto che sulle idee conservatrici degli slavofili moscoviti del tempo. L’illuminismo era invece il frutto degli insegnamenti paterni ricevuti dallo stesso Kostomarov e della lezione decabrista: consisteva in un atteggiamento incline al repubblicanesimo e nell’ostilità alla servitù della gleba e all’analfabetismo, retaggi di un passato vetusto che impediva l’emancipazione delle masse contadine, ignare dei propri diritti basilari.

Il cristianesimo mistico era mutuato dal pensiero degli scrittori romantici Mickiewicz e Czajkowski nonché dalla stessa cultura polacca con cui Kostomarov ebbe modo di entrare in contatto al tempo dei suoi insegnamenti in un liceo di Kiev frequentato dai rampolli della locale e influente nobiltà terriera. Conseguenza di tali impostazioni fu la concezione secondo cui l’Ucraina, dimentica dei torti subiti per mano delle sue sorelle slave, sarebbe dovuta presto divenire la pietra di volta della Slavia. La teoria federativa, facendo una sintesi degli altri concetti, auspicava infine la nascita di una federazione panslava che fosse libera da zar e nobiltà, si ispirasse ai criteri evangelici e avesse nell’Ucraina il proprio nucleo fondante.

Si trattava di idee troppo rivoluzionarie per poter essere tollerate da Nicola I, che nel 1847 fece mettere sotto processo i membri dell’associazione. Di ritorno dal confino, intorno al 1860, questi ebbero modo di ritrovarsi a San Pietroburgo con l’intenzione di ravvivare la fiamma dell’ucrainofilismo.

L’idea di nazione ucraina, dalla metà dell’Ottocento in avanti, sarebbe stata quindi ripresa da diversi protagonisti: come Mykhailo Petrovych Drahomanov e poi Ivan Yakovych Franko, che fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento puntavano a un affrancamento nazionale e sociale al tempo stesso, sulla scorta dell’eredità della Confraternita cirillo-metodiana. Oppure Dmytro Doncov e Stepan Bandera, che guidarono la resistenza nazionale al tempo della seconda guerra mondiale dal vertice dell’Esercito insurrezionale ucraino.

I moti di questi giorni sono dunque l’esito di un lungo periodo di malcontento, avvertito soprattutto dal ceto medio che è privo di una collocazione geografica ben definita. Le diverse espressioni dell’opposizione a Yanukovich sono però accomunate dallo stesso modo di salutarsi, quel “gloria all’Ucraina” che riprende il motto degli uomini di Bandera: si tratta di un’evocazione patriottica o sottende il proprio consenso a un paradigma di valori connesso alla resistenza antisovietica e nazionalista ucraina? Lo vedremo presto.

Da Limes del 17 gennaio 2014

Qui la prima parte

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