Di Gilberto Trombetta

L’indicatore di recessione tedesco fa suonare un poderoso campanello d’allarme: lo spread tra i Bund a 3 mesi e quelli a 5 anni è tornato negativo per la prima volta dalla grande crisi globale.

L’ultima volta era capitato nell’agosto del 2008, alla vigilia del crollo della Lehmann.

Stiamo assistendo al fallimento del modello tedesco centrato interamente sulle esportazioni. Un modello che si regge sulla compressione della domanda interna, cioè dei salari.

È così che la Germania negli ultimi 20 anni, dall’introduzione cioè dell’euro, ha accumulato un surplus commerciale che negli ultimi anni ha superato anche quello della Cina.

Una “crescita” fatta non solo sulle spalle dei lavoratori tedeschi (un esercito tra mini jobber e working poor), ma sulle spalle degli altri Paesi europei. Soprattutto di quelli periferici.

Quelli che gli eurocrati hanno simpaticamente chiamato maiali, PIIGS.

Lungi dall’essere la locomotiva d’Europa che è sempre stata dipinta, la Germania assomiglia più a quei parassiti che vivono e prosperano a spese di altri esseri viventi.

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