Fonte: ATTA KENARE/AFP/Getty Images

Gli Stati Uniti hanno dislocato le loro truppe in Medio Oriente nel 2001. In questi diciassette anni hanno combattuto delle guerre devastanti. Afghanistan, Iraq, Siria sono paesi che non esistono più, derubati della dignità di conservare la propria sovranità politica e territoriale. Altri hanno deciso per loro, e hanno deciso male.

La guerra in Afghanistan è la guerra più lunga degli ultimi decenni. Cominciata 17 anni fa e fortemente voluta dal repubblicano G.W.Bush, ancora oggi viene bombardata dagli Stati Uniti e subisce attentati terroristici che mietono centinaia di vittime. La guerra in Iraq è cominciata nel 2003 e se gli Stati Uniti hanno ottenuto dei risultati immediati come il rovesciamento del regime di Saddam Hussein, hanno generato soltanto caos nel medio-lungo termine.

Tra le conseguenze esiziali di questa guerra bisogna citarne due in particolare. La prima, drammatica per il mondo intero, è stata la formazione dell’Isis, proclamatosi poi Stato Islamico nel 2014, in cui sono confluiti molti ufficiali e soldati dell’esercito iraqeno, ormai inesistente. La seconda, motivo di preoccupazione per le autorità statunitensi, è l’instaurazione di un regime sciita -essendo stato rovesciato quello sunnita di Hussein- che oggi compone un anello fondamentale dell’asse sciita composta da Iran-Siria-Iraq-Hezbollah.

Nel 2011 scoppiano le Primavere arabe, Gheddafi viene ucciso a Sirte -cosa che renderà la Libia un inferno in terra- e l’onda di protesta si espande anche nella Siria governata da Bashar al-Assad. Le proteste cominciate nel marzo del 2011 si fanno sempre più violente e diventano un’insurrezione armata. A sua volta, l’insurrezione armata degenererà in quella che i media occidentali raccontano come guerra civile.

Una definizione errata, strumentale a fini propagandistici. Una guerra civile, in Siria, sarebbe scoppiata se la popolazione siriana avesse impugnato le armi e avesse creato delle sacche di resistenza per rovesciare il regime di Assad. Le cose invece sono andate diversamente. Le manifestazioni sono diventate armate quando i primi gruppi jihadisti sono stati fatti entrare in Siria tramite corridoi creati dalla Turchia e dalla Giordania, si sono infiltrati tra i manifestanti e hanno ridotto delle legittime manifestazioni in carneficine.

I gruppi jihadisti venivano regolarmente finanziati dagli Stati Uniti, dall’Arabia Saudita e dal Qatar. La Turchia offriva loro sostegno logistico. Per tutti gli anni della guerra, l’intera macchina mediatica occidentale ha definito i terroristi dei “ribelli moderati“, diffondendo un’immagine terribilmente fuorviante sulla natura di questi tagliagole. L’amministrazione che decise di combattere una guerra indiretta in Siria -cioè una guerra non combattuta direttamente dall’esercito statunitense ma da gruppi di terroristi mercenari sostenuti dagli Usa- è stata l’amministrazione Obama, con segretario di Stato Hillary Clinton, già protagonista della distruzione della Libia.

Assad era stato dato per perduto, i terroristi e i “ribelli” avevano invaso il paese fino ad arrivare alle porte di Damasco. I piani statunitensi e delle potenze regionali si stavano avverando. Secondo le previsioni, il presidente siriano sarebbe dovuto cadere nel giro di pochi mesi. Ma il coinvolgimento esterno dei terroristi -sostenuti da Arabia Saudita, Qatar e Turchia- hanno provocato l’ingresso in guerra, al fianco di Assad, degli alleati sciiti Iran ed Hezbollah. A metà 2013, due anni dopo lo scoppio del conflitto, il presidente siriano aveva già riconquistato ampie parti di territorio, restando così al potere. Questo il primo grande fallimento degli Usa in Siria: Assad non è caduto.

L’appoggio palese e dichiarato delle potenze esterne ai terroristi (ribelli moderati per l’opinione pubblica occidentale), ha favorito lo sviluppo e la formazione del più organizzato e feroce gruppo jihadista, cioè l’Isis, che ha proclamato lo Stato Islamico nel 2014 per voce del califfo Abu Bakr al-Baghdadi. Questa organizzazione terroristica non ha eguali nella storia del terrorismo, non solo perché si è costituita come Stato, ma perché ha portato il terrore anche in Europa, in alcune zone dell’Africa e del sud-est asiatico. In più, i suoi affiliati provenivano da ogni angolo del pianeta e tra gli strati poveri delle popolazioni europee e americane -soprattutto tra gli immigrati arabi di seconda o terza generazione ma non solo- il tasso di radicalizzazione è stato molto alto.

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Abu Bakr al-Baghdadi proclama la nascita dello Stato Islamico dalla Moschea di Mossul (Foto LaPresse)

Gli Stati Uniti si sono così trovati davanti a un paradosso di portata storica: da una parte hanno favorito la nascita e lo sviluppo del terrorismo, e continuano a farlo; dall’altra hanno inneggiato una lotta senza frontiere allo stesso terrorismo che sostengono. Porgono il coltello alla mano del loro assassino. Nel 2001 gli Usa hanno pagato per la loro strategia criminale con le 3000 vittime delle Torri Gemelle. L’Europa -che allo stesso modo ha favorito lo sviluppo del terrorismo distruggendo la Libia- non si è ancora ripresa dagli attentati di Parigi, Bruxelles, Berlino, Nizza e così via. Larghe fasce territoriali del Medio Oriente vivono ancora sotto la frusta dei fondamentalisti islamici. Questo il secondo grande fallimento degli Usa in Siria: aver favorito direttamente o indirettamente la nascita e i crimini del terrorismo internazionale.

Nel 2015 la Russia di Vladimir Putin entra nel conflitto schierandosi al fianco di Bashar al-Assad. Da questo momento le sorti della guerra si capovolgono. Le truppe dei terroristi vengono travolte dall’aviazione russo-siriana e le potenze che le sostengono incassano una sconfitta che non avevano messo in programma. Assad doveva cadere in pochi mesi, ma Iran, Hezbollah e Russia lo hanno impedito e il presidente siriano recupera sempre più vaste parti di territorio, giungendo nel dicembre del 2017 anche alla sconfitta territoriale dell’Isis.

Il 2016 è l’anno cruciale della battaglia di Aleppo, decisiva per un rovesciamento dei rapporti di forza nel Paese. La Russia di Putin propone una tregua, che viene accordata con l’allora segretario di Stato John Kerry. Il cessate il fuoco viene però regolarmente infranto, e questo è indicativo di due fattori. Primo, gli Stati Uniti non riescono più a gestire le forze terroristiche che combattono per loro in Siria. Secondo, è in corso un conflitto interno all’amministrazione americana -tra Pentagono e Casa Bianca- che si scontra sull’alleanza con i russi. Il Pentagono vuole continuare ad armare e finanziare i terroristi, la Casa Bianca vuole trovare un accordo con la Russia e combattere insieme l’Isis. Alla fine avranno la meglio le istanze del Pentagono, la tregua viene interrotta e l’aviazione russo-siriana bombarda Aleppo senza tregua. Nel dicembre 2017 Aleppo, roccaforte dei ribelli, cade e torna al governo siriano.

Nel gennaio 2017 Donald Trump viene eletto cinquantesimo presidente degli Stati Uniti d’America. Le sue posizioni sulla Siria sono molto confuse e contraddittorie, ma il tycoon sembrava aver preso una posizione contro l’Isis, accettando l’idea che Assad restasse al potere. Questa linea rientrava nel disegno isolazionista e protezionista dell’amministrazione Trump, che prevedeva di destinare le risorse economiche alla crescita degli Stati Uniti piuttosto che a guerre lunghe e dispendiose, oltre che fallimentari. Soprattutto, Trump si era dimostrato aperto ad una collaborazione con i russi per combattere l’Isis.

Il Russiagate è stato quindi un modo molto efficace per rimettere Trump sul sentiero tracciato dall’establishment, un caso mediatico totalmente inventato per impedire all’amministrazione americana qualsiasi avvicinamento alla Russia. Da qui le dimissioni forzate di Michael Flynn -convinto che il nemico principale degli Stati Uniti fosse il terrorismo islamista che bisognava debellare con azioni militari coordinate con la Russia- dal Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Da qui anche la nomina di James Mattis -russofobo notorio e sostenitore convinto del rovesciamento di Assad in funzione anti-iraniana -al Dipartimento della Difesa. Passo dopo passo l’amministrazione Trump diventa sempre più intransigente ad ogni rapporto con la Russia e si compone sempre più di membri decisi a rovesciare Assad. L’ultima autorità che era disponibile al dialogo con Putin, Rex Tillerson, è stato licenziato pochi giorni fa e sostituito dall’ex direttore della CIA, il falco Mike Pompeo.

Nell’aprile 2017, Trump accontenta il suo establishment e bombarda con un attacco diretto a firma statunitense la base aerea siriana di Shayrat. Per la prima volta gli Stati Uniti attaccano la Siria in maniera diretta. Il pretesto di questo attacco era il presunto uso di armi chimiche contro la popolazione di Khan Sheikhun, nella provincia di Idlib in mano ribelle, da parte di Assad. Lo stesso James Mattis dichiara pubblicamente di non avere prove sufficienti ad incastrare Assad. Tuttavia Trump dà l’ordine di bombardare un paese sovrano.

Infine c’è la questione curda. Gli Stati Uniti hanno sostenuto i curdi -situati nella parte settentrionale della Siria, per combattere l’Isis. Tuttavia, questa operazione non è mai piaciuta al presidente turco Erdogan, che considera i curdi siriani complici del PKK, il Partito dei Lavoratori curdo, che la Turchia reputa terrorista. Armare i curdi siriani -agli occhi di Erdogan- significava creare un cordone curdo al confine con la Turchia, e questo era un pericolo che Erdogan ha dovuto scongiurare a tutti i costi.

In un primo momento, il presidente turco ha abbandonato i vecchi alleati occidentali e si è seduto al tavolo con Putin ed Rohani, formando l’asse Turchia-Russia-Iran. In seguito alle dichiarazioni fatte nel gennaio 2018 dall’allora segretario di Stato Rex Tillerson riguardo alla formazione di un nuovo esercito curdo di frontiera tra la Siria e la Turchia, Erdogan ha fatto scattare l’operazione “Ramoscello d’Ulivo”, riaccendendo una guerra che sembrava avviata verso una conclusione. Immediatamente le truppe turche hanno invaso la Siria e hanno raso al suolo l’enclave curda di Afrin, caduta definitivamente in mano turca due giorni fa.

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soldato sventola una bandiera della Turchia issata su un ramoscello d’ulivo

Questo è il quarto grande fallimento in Siria degli Stati Uniti: mettere in rotta di collisione due suoi alleati, i turchi e i curdi. La Turchia -che è uno Stato membro della Nato e con cui gli Usa condividevano la guerra contro Assad- contro i curdi con i quali gli americani condividevano la guerra all’Isis. Per assurdo che possa sembrare, le truppe siriane -la cui collaborazione era stata rifiutata per la volontà dei curdi di restare ancorati agli Usa- sono intervenute in sostegno dei curdi, essendo Afrin una città siriana. Questo è indicativo della crisi interna all’amministrazione statunitense che non sa quali sono i suoi obiettivi in Siria: abbattere Assad o debellare il terrorismo?

A febbraio scoppia la battaglia di Ghouta, sobborgo rurale di Damasco in mano dei terroristi dall’inizio della guerra. L’aviazione russo-siriana ha bombardato senza tregua recuperando più del 50% della regione e decisa alla sua riconquista totale. Qualche giorno fa le autorità militari siriane hanno dichiarato di aver scoperto nelle zone riconquistate un laboratorio di armi chimiche appartenenti ai ribelli. Subito, per voce del rappresentante siriano permanente alle Nazioni Unite, al-Jafari, ha denunciato in sede internazionale che i ribelli vogliono preparare un attacco chimico, incolpare Assad e provocare l’intervento statunitense per scongiurare la riconquista di Ghouta. Teniamolo a mente quando tutto questo si verificherà. Teniamolo a mente perché è una strage annunciata e perché è già successo a Idlib nell’aprile del 2017. Teniamolo a mente perché gli Usa hanno dichiarato ufficialmente di voler bombardare Damasco nei prossimi giorni, e nella capitale siriana sono di stanza le truppe russe, che non tollereranno questo bombardamento.

In questi sporchi anni di guerra gli Stati Uniti hanno distrutto ciò che hanno costruito. Hanno generato solo morte e distruzione, guerra e dolore, e non hanno ancora deciso cosa vogliono. Non hanno mai rispettato il diritto internazionale o una risoluzione Onu. Hanno calpestato i diritti di milioni di cittadini, spezzato popoli e creato il terrorismo internazionale che dicono di combattere. Ci stanno portando ad una guerra contro la Russia che vogliono solo loro. È nelle loro mani che vogliamo restare?

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