I dati che descrivono quanto sta succedendo negli Stati Uniti sono preoccupanti: da oltre trent’anni i redditi della maggior parte degli americani sono sostanzialmente fermi. La classica vita del ceto medio -un lavoro dignitoso con salari decenti e un minimo di sicurezza, la casa di proprietà e la possibilità di mandare i figli all’università, con la speranza di una vecchiaia tranquilla dopo la pensione- è sempre più lontana dalla portata della maggior parte dei cittadini.

Con la progressiva scomparsa del ceto medio, il numero dei poveri è aumentato. L’unico gruppo che non ha mai problemi è quell’1 per cento, e ancor di più lo 0,1 per cento, della popolazione, ossia qualche centinaio di migliaia di americani super ricchi.

L’ascesa sociale sembra più difficile e tutti conoscono qualcuno che è caduto in basso. La lotta per mantenersi a galla rappresenta un’enorme fonte di stress per le persone e, non a caso, ha conseguenze sulla salute.

Questa tensione, unita alla disuguaglianza crescente e alla mancanza di un’assistenza sanitaria adeguata, ha avuto conseguenze drammatiche: nel 2015 il tasso di mortalità dei maschi bianchi americani di mezza età era in aumento, mentre in altre parti del mondo diminuiva. (Senza parlare, per esempio, dell’aspettativa di vita dei neri americani, sempre di molto inferiore a quella dei bianchi).

Questi dati non sono riconducibili a un’epidemia di AIDS, di Ebola, o alla diffusione di qualche altro virus: il tasso di mortalità è il riflesso di tensioni sociali, alcolismo, droghe e suicidio. Nel 2016, è diminuita l’aspettativa di vita per l’intero paese nel suo complesso. Queste diminuzioni sono sconcertanti: si verificano in circostanze rare, come l’epidemia di Aids nell’Africa subsahariana o negli Stati Uniti, o la dissoluzione dell’Unione Sovietica.

[…] Non c’è da stupirsi, invece, che per alcuni le cose siano andate piuttosto bene nell’ultimo quarto di secolo: i grandi vincitori sono l’1 per cento globale -multimilionari o miliardari- e le nuove classi medie in India e Cina.

Il quadro generale è allora questo: quasi ovunque nel mondo cresce la disuguaglianza. In genere, i paesi che hanno adottato il modello economico americano sono andati peggio di quelli che ne hanno seguiti altri ottenendo risultati non altrettanto negativi.

A destare preoccupazione non è solo la disparità fra poveri e ricchi, ma anche il crescente disagio economico di fasce sempre più ampie della popolazione, a maggior ragione negli Stati Uniti, paese che sembrava il più liberalizzato e il più globalizzato di tutti, oltre a essere quello maggiormente orientato al mercato.

Si pongono quindi tre interrogativi: in che misura questi risultati sono le conseguenze della globalizzazione? In che misura sono inevitabili? E se sono dovuti alla globalizzazione, fino a che punto si verificano perché le regole del gioco della globalizzazione non sono calibrate correttamente, e da che punto in poi l’esito dipende dai paesi che, una volta date queste regole, non hanno saputo gestire gli effetti della globalizzazione?

[…] La globalizzazione ha svolto un ruolo centrale, anche se sono entrate in gioco altre forse importanti, come i cambiamenti tecnologici e la struttura delle diverse economie. Questi risultati negativi non sono inevitabili, bensì il risultato delle politiche messe in atto. La globalizzazione è stata gestita male.

Le regole che la governano sono in parte da biasimare perché, ad esempio, sono inique nei confronti dei paesi in via di sviluppo e hanno consentito la libera circolazione di flussi di capitali destabilizzanti. Ma, pur in presenza di queste regole, i paesi avanzati avrebbero potuto evitare un tale deterioramento della situazione che oggi -non solo nei paesi in via di sviluppo, ma anche in quelli avanzati- vede aumentare costantemente il numero di chi, dalla globalizzazione, ha soltanto da perdere.

Quindi, in breve, per rispondere alla domanda se gli economisti e i politici che avevano decantato le virtù della globalizzazione fossero nel giusto, dico: avevano in parte ragione, e in parte no. La globalizzazione, se ben gestita, avrebbe potuto giocare a tutti. Ma in genere non è stata amministrata adeguatamente, con il conseguente deterioramento della condizioni di vita di una parte, se non addirittura di una maggioranza, della popolazione.

Di Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino, 2002

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