” Una razza pura senza mescolanze, che non assomiglia che a sé stessa “. Tacito descrive i Germani con queste parole nell’opera intitolata a buona ragione “Germania“. Questa descrizione dei Germani tornò molto utile in tempi di nazionalismi, come in epoca romantica o in epoca nazista, quando era necessario mitizzare la natura del popolo tedesco, cercando la sua superiorità nelle radici epiche e gloriose della storia e del mito.

Ma nessun antropologo, nessuno storico, nessuno studioso può appoggiare questa tesi. Non esistono cioè popoli o razze che trovano la propria radice in sé stesse. Ci sono al contrario popolazioni che si sono formati nel corso dei secoli, a partire da quando non esisteva nessuna popolazione ma soltanto tribù nomadi o gruppi di contadini che si sono uniti e inglobati nel corso dei secoli e che hanno dato vita a un fenomeno che ha un nome particolare: etnogenesi. E le popolazioni barbariche, vale a dire tutte quelle che si erano formate al di là del Reno e del Danubio, costituivano una galassia. Tra i tanti c’erano i Goti, c’erano i Franchi, gli Alamanni, i Burgundi, i Vandali, gli Alani, gli Avari, i Sassoni e soprattutto c’erano gli Unni. Questi ultimi tra III e IV secolo erano ancora lontani da Roma e dal limes.

I barbari non avevano un re fisso, ma erano coordinati dai duchi, i quali tuttavia assumevano forme di comando soltanto quando necessario, e quindi in guerra, o durante massicci spostamenti. Si procuravano da vivere anche praticando razzie e non avevano moneta, ma praticavano il baratto. Pregavano dèi pagani, e questo ovviamente era motivo di gravi scontri con Roma, che nel quarto secolo è diventata cristiana. Ed anche quando i barbari si convertiranno al cristianesimo grazie ad Ulfila, che aveva tradotto la Bibbia in gotico e portava avanti una significativa opera di evangelizzazione, la situazione non migliorò, dato che si trattava di un ramo singolare del cristianesimo, dichiarata eresia dal concilio di Nicea del 325, e cioè l’arianesimo. Chi professava l’arianesimo credeva che Cristo non avesse natura divina, la qual spettava solo a Dio.

I Romani conoscevano bene i barbari, avevano continui rapporti con loro. Le frontiere del limes non erano murate ma costituite da confini naturali, come il Reno e il Danubio, confine nord-orientale dell’impero. Con le popolazioni che vivevano al di là del fiume, che pare essere lo spartiacque tra civiltà e barbarie, tra istituzioni raffinate e istituzioni tribali, i romani avevano continui rapporti e di duplice natura: di guerra e di confronto. Con i barbari si commerciava, con i barbari si facevano affari, in più i barbari costituivano manodopera ed erano valorosi guerrieri, così che spesso entravano a far parte dell’esercito romano, e aspiravano anche ad alte cariche militari. Insomma, il limes non rappresentava un confine rigoroso, chiuso e fortificato, ma deve essere pensato più come una zona periferica in cui convivevano, a volte pacificamente e a volte con metodi selvaggi da entrambe le parti, romani e barbari.

A partire dal I secolo, secondo un’intelligente politica di integrazione, i romani avevano preferito accogliere al suo interno, momento che sanciva anche la loro conversione al cristianesimo, superando in questo modo il momento critico dello spopolamento e della poca sicurezza dei territori periferici, resi pericolosi dalle continue incursioni dei popoli germanici. Nel III secolo, si può dire che si era stabilito un notevole equilibrio tra romani e barbari.

LE PRESSIONI AI CONFINI DELL’IMPERO

Ammiano Marcellino racconta la triste sorte che capitò al Danubio. Alla metà del IV secolo, racconta la fonte, migliaia di Visigoti si erano presentati sulle rive del Danubio, e con le braccia tese, disperati e imploranti, chiedevano ai romani di entrare nel limes. Un’immagine difficile da realizzare se si pensa ai valori guerreschi delle tribù barbare, e del ruolo che giocava l’onore tra di loro. Noi sappiamo che i Visigoti non furono gli unici barbari che si radunavano ai confini dell’impero. Cosa stava succedendo? Perché l’imperatore Valentiniano non si era accorto di nulla?

Nel IV secolo una ferocissima tribù nomade proveniente dalla Mongolia stava portando avanti razzie e saccheggi per l’intera steppa euroasiatica, con una violenza difficile da immaginare. Degli Unni aveva già avuto terrore un altro grande impero, quello cinese, troppo lontano da Roma, che continuava a considerarsi caput mundi. Cosa potevano fare le tribù della steppa davanti ad una ferocia simile? Fuggire. Alcuni ci riuscirono, come i Visigoti. Altri vennero inglobati nella tribù unna. Dopo una trattativa, come Roma era abituata a fare già da tre secoli, Alani, Ostrogoti e Visigoti ottennero il permesso di stanziarsi in Tracia, in cambio di sostenere militarmente la regione e di coltivare le terre. Il sogno di ogni barbaro.

Tra i barbari, con particolare rilievo devono essere considerati i Goti. Costantino, a cui è dovuta la politica di apertura nei confronti dei barbari ( al contrario del predecessore Diocleziano che aveva instaurato un clima molto più repressivo ) era amato dai Goti. Sotto di lui i patti erano rispettati e barbari e romani potevano trovare un certo equilibrio. Dopo la morte di Costantino e di suo figlio, salì al trono imperiale d’occidente il generale Valentiniano, e al trono d’oriente salì suo fratello Valente. Fu sotto questo impero che i rapporti così equilibrati tra romani e Goti s’inclinò. Valente impose un nuovo trattato, con condizioni più dure rispetto al precedente accordo fatto con Costantino, e si verificarono tutte le condizioni per cui una popolazione intera venga ridotta alla fame: le sanzioni.

Cos’avevano fatto i Goti per meritare questa punizione? Quando Valente fu nominato imperatore da suo fratello, al momento della nomina, un generale che prestava servizio a Costantinopoli, Procopio, si ribellò e si fece incoronare imperatore dalle sue truppe. I Goti mandarono le loro truppe in aiuto di Procopio, non essendo legati a Roma ma a Costantino, secondo la loro antica usanza di essere legati a un duca provvisorio. Ma Procopio fu sconfitto e i Goti persero l’accordo che avevano stretto con Costantino. Il risultato fu un trattato molto più duro, che privò i Goti non solo della fiducia imperiale ma soprattutto del sussidio che ricevevano regolarmente per nutrirsi.

I Goti erano ridotti alla fame, molti di loro furono venduti come schiavi e i loro capi restavano inginocchiati all’imperatore. Non erano più federati ma schiavi di Roma, e i più morivano di fame. I soprusi dei funzionari che dovevano occuparsi dell’emergenza dei Goti, Lupicinio in particolare, gettarono la situazione nello scompiglio totale. Non bisogna dimenticare che i Goti erano un popolo barbaro, che significa che erano un popolo permeato dallo spirito di guerra. Gli ordini erano chiari, e in quella situazione di tensione ai Goti era assolutamente proibito l’uso delle armi. Eppure questi si rivelarono essere armati fino ai denti, a causa della corruzione facile di alcuni funzionari. Si creò un pericoloso malcontento e un profondo senso di ribellione, acuito dai continui abusi dei funzionari della Tracia, per cui si arrivò ad una data definitiva per l’impero romano, il 378, anno della battaglia di Adrianopoli, in cui perse la vita lo stesso imperatore Valente, che pare fu bruciato vivo. Ecco le battute finali della battaglia raccontata da Ammiano Marcellino:

” Il cielo, ridotto a un luogo d’orrendi clamori, era nascosto da spesse cortine di polvere per cui i dardi, lanciati da ogni parte, piombavano sempre mortali, la loro traiettoria non essendo né visibile né evitabile. Poiché i barbari dilagavano in schiere senza numero pestando indistintamente uomini e cavalli, poiché ormai non c’era spazio per una ordinata ritirata, poiché l’assembramento era tale da impedire persino la fuga dei singoli, i nostri, in un supremo disprezzo della morte, si buttarono con le spade su quanto gli veniva a tiro, mentre scudi e corazze cadevano in pezzi sotto le scuri dei combattenti […] I barbari, l’occhio fosco di furore, si davano intanto ad assalire i nostri ormai prostrati per l’improvviso indebolimento del sangue: gli unì cadevano senza nemmeno sapere da dove arrivasse il colpo, gli altri rovesciati dalla sola furia degli assalitori, qualcuno trafitto dai suoi stessi commilitoni. Non c’era tregua per chi resisteva, non misericordia per chi avesse voluto arrendersi. Ogni pista, ogni sentiero spariva sotto un groviglio di moribondi che si contorceva negli spasimi delle ferite. Le masse dei cavalli abbattuti s’aggiunsero a quel carnaio. Una notte senza luna pose fine a un disastro le cui conseguenze pesarono a lungo sui destini dello Stato”

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