Di Giorgio Bianchi

A dicembre ero a Spartak.
E’ inutile tentare di descrivere quel posto, bisogna andarci per capirlo.
Per farvi un’idea recuperate “La strada” di Cormac McCarthy, lo si legge in un paio d’ore.
L’ideale sarebbe girare le pagine passeggiando per le strade del villaggio del Donbass. Tutte le immagini descritte magistralmente dallo scrittore di Providence vi scorrerebbero davanti agli occhi quasi fossero un ologramma del testo.
Spartak è un villaggio situato 3km a nord di Donetsk. Prima della guerra vi abitavano circa 5000 abitanti oggi soltanto 45; sembra un luogo scampato ad un olocausto nucleare nel quale si muovono come ombre i sopravvissuti.
Svetlana e Marina, mamma e figlia, sono due di loro: vivono in un bunker sotterraneo in quanto la loro casa è stata più volte colpita dai proiettili di artiglieria e ancora oggi non è sicuro farvi ritorno per trascorrere la notte.
La loro vita si svolge tra le macerie delle villette a schiera e lungo i viali deserti di Spartak, ove si aggirano soltanto branchi di cani randagi, mentre il silenzio spettrale è rotto soltanto dal rumore delle lamiere agitate dal vento e dai suoni della guerra che, qui come in molti altri posti situati lungo la linea del fronte, incombe con tutto il suo carico di orrore.
Una delle esperienze più incredibili che mi è capitato di fare nella vita è stato accompagnare Marina a scuola una mattina di fine novembre.
Sveglia alle 5:00, colazione con gli avanzi della sera prima (è stato uno sforzo titanico finire la zuppa di pesce riscaldata a quell’ora), abluzioni con la bacinella piena d’acqua, trucco (anche se vivi in bunker sotterraneo a 17 anni ci tieni che il tuo aspetto sia sempre impeccabile) e poi in marcia.
Fuori della cantina era buio pesto, la temperatura attorno ai -15.
Per raggiungere la fermata bisognava fare un tragitto a piedi attraverso le vie deserte del paese, oltrepassare un boschetto e attraversare la tangenziale desolata, il tutto rigorosamente al buio per non finire nel mirino dei cecchini ucraini appostati nella zona.
Camminare sulle strade ghiacciate completamente immersi nelle tenebre è da brivido; ad ogni passo rischi di piombare a terra.
Marina però c’è abituata e si muove su quella lastra di vetro come una pattinatrice sovietica.
La scuola è nel vicino villaggio di Yakovlevka. E’ ancora il piedi e non ha subito grossi danneggiamenti.
Nel cortile c’è un olmo squarciato e il muro adiacente ha le classiche vaiolature dovute alle schegge.
Muoversi tra i giochini per i ragazzi sentento le detonazioni delle esplosioni e le raffiche delle armi automatiche fa impressione. Ma i ragazzi camminano verso l’ingresso lungo il vialetto come se nulla fosse; dopo quattro anni di guerra ci hanno fatto il callo.
Ma quello che volevo dire in realtà era altro.
La cosa che veramente mi colpì fu lo stato di perfetta conservazione dell’interno dell’edificio.
C’era calore, gli arredi erano perfetti così come le apparecchiature a disposizione degli studenti. La mensa era pulita e le signore che vi lavoravano sembravano uscite da un film sovietico anni ’60 (rispettavano i canoni di Terence Hill ne “Il mio nome è nessuno” ovvero dietro i grembiuli c’erano decisamente le facce giuste, facce di donne gioviali che interpretano il loro ruolo con dignità).
Mentre fotografavo Marina nella sua classe la dirigente scolastica mi si avvicinò e mi chiese gentilmente di non far rientrare nel fotogramma il punto in cui la tendina aveva perso un gancetto.
Rimasi scioccato…Nel mio liceo alle tende avevano dato fuoco credo negli anni ’80 e avevano pensato bene di non rimetterle più. In quel posto, dove la scuola era in piedi per miracolo, si preoccupavano di un gancetto.
Penso che la differenza sostanziale tra noi e loro sia in quel gancetto.
Ieri sera mentre facevo il solito giretto col cagnolino di mia madre sono ripassato davanti alla mia scuola media.
Il giardino infestato dalle erbacce, scritte sui muri, il quarzo plastico tutto sgretolato. Messo a Sparak quell’edificio sarebbe stato sicuramente più credibile dell’altro che invece era curato in ogni dettaglio, quasi ridondante in quel paesaggio di desolazione.
L’unico elemento che era stato apportato di recente era un cartello pop con la dicitura School 01 (le lettere “cool” erano di un colore differente per far intendere la dicitura più estesa “school cool”).
Il sottotesto poi recitava

“Nato nel 2012 SCHOOL è un laboratorio proposto nelle scuole per attivare i ragazzi dai 6 ai 15 anni e realizzare una scuolamuseo di arte sperimentale proprio nel plesso dove studiano tutti i giorni. È un progetto di cittadinanza attiva teso a migliorare il proprio quartiere, è un progetto inclusivo dove nessuno rimane indietro, è un progetto che combatte la dispersione scolastica, è un progetto che sostiene l’integrazione degli alunni che provengono da altri paesi, è un progetto condiviso in rete per aprirsi e confrontarsi con altre realtà scolastiche, ma soprattutto è un progetto di micro impresa che responsabilizza i ragazzi, e li abitua alle dinamiche lavorative che incontreranno dopo il percorso scolastico”

Stendiamo un velo pietoso sull’utilizzo di parole anglosassoni nella comunicazione della scuola italiana.
In sostanza quel cartello ci dice che la scuola casca a pezzi ma noi siamo “cool” perchè abbiamo la “scuolamuseo di arte contemporanea”; vuoi mettere.
Da una parte l’imbarazzo per un gancetto della tendina staccato, dall’altro un rudere, ma molto “cool”.
In quel momento ho pensato che quello fosse il perfetto paradigma della politica liberal:

“marketing idiota per coprire lo sfascio di una società”.

Foto ©Giorgio Bianchi

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