Pereira. Una moglie defunta, a cui parla attraverso una foto, l’ossessione della morte, un corpo non sano, dei baffi. Questo fino all’incontro-scontro con il giovane  rivoluzionario Monterio Rossi.
L’incontro del bianco e del nero. Lo scontro della morte e della vita. “Era il venticinque luglio del millenovecento trentotto, e Lisbona scintillava nell’azzurro di una brezza atlantica, sostiene Pereira”, scrive Tabucchi. Ma chi è Tabucchi? Cosa pensa della scrittura in quanto scrittore? In un’intervista egli afferma che la letteratura mette in dubbio i dogmi, che non è monoteista. Subito sopraggiungono alla mente i Bücherverbrennungen, i “roghi di libri”, ovvero i roghi organizzati nel 1933 dalle autorità della Germania nazista, durante i quali vennero bruciati tutti i libri non corrispondenti all’ideologia nazista. I nazisti avevano bruciato libri perché portatori di una parola differente da loro.
Forse per Tabucchi la letteratura è questo: una visione del mondo differente da quella imposta dal pensiero dominante, o al potere. È il dubbio che ci porta ad interrogarci e a farci capire che a volte la
realtà non è esattamente così come ce la presentano e raccontare è quello che ad un certo punto ha il coraggio di fare Pereira – nel suo caso la denuncia del regime in cui vive e l’omicidio di Rossi. Al di là di ogni ideologia politica, il coraggio è quello che Tabucchi con questo libro trasmette.

Allo scrittore serve coraggio. Alla letteratura temerarietà. Sostengo dunque che la letteratura sia andare al di là del limite. Al di là dei nostri limiti di pensiero, sempre più in là. Non tutto d’un tratto,
ma passo dopo passo: mettere in dubbio ogni volta le proprie certezze e riuscire ad ampliare la propria visione delle cose. Si pensi al Pasolini degli Scritti Corsari, il Pasolini contestatore della società dei
consumi, che lui definisce una civiltà dittatoriale. Si pensi al discorso “I have a dream” di Martin Luter King, denunciatore dello schiavismo. Si pensi a Leonardo Sciascia e alla sua Sicilia mafiosa.
Sciascia scrive nella sua opera-parodia del 1971, “Il contesto”: “Ma la prigione vera, quella di cui gli altri tengono le chiavi, quella cui gli altri vi costringono, è appunto la negazione della prigione cui forse ogni uomo aspira e che alcuni, inconsapevolmente o meno, realizzano nella propria vita”. Con questa frase si vuole riassumere l’intero libro di Tabucchi. Pereira sostiene di continuo. O meglio,
crede di sostenere, non accorgendosi che ciò che lui crede di sostenere sia in realtà il più sterile dei pensieri. È come imprigionato nella sua stessa mente, che ruota attorno agli stessi pensieri, in primis
quello della morte e della moglie. Non vuole uscire dalla prigione di cui lui stesso è l’architetto, finché non apre gli occhi e scopre un’altra prigione, più grande di lui e di tutti quelli che gli stanno intorno.
Decide quindi di bloccare questo doppio circuito di costrizione, denunciando. O meglio, raccontando. Perché? Perché il silenzio, insegna Tabucchi, è la morte. La scrittura invece, quella vera, quella
sentita, quella rivoluzionaria, è la vita. Non si parla quindi di ribellione, ma di una cosa più importante: la libertà. Pereira non diventa da un giorno all’altro un rivoluzionario con la pistola in mano. Nelle prime pagine del libro padre Antonio gli dice: “ma in che mondo vivi, tu che lavori in un giornale? Senti Pereira, vai un po’ a informarti”. Pereira passa dall’essere un morto che cammina, ad essere un uomo con una penna in mano, affilata come un coltello, perché guidata da una mente
non più annebbiata, ma consapevole. Dovremmo avere tutti un padre Antonio che venga da noi e ci sbatta in faccia la senilità che a volte – troppo spesso? – ci colpisce, facendoci entrare in un vortice
di solipsismo da cui è difficile uscire.

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