Di Pietrangelo Buttafuoco

Il viaggio con papà quello di Ermolaj che accompagna il suo vecchio genitore – Aleksandr Solzenicyn – nel viaggio di ritorno nelle Russie dopo uno straziante ventennio di esilio nel remoto Vermont.

Con la caduta dell’Urss, l’autore di Arcipelago Gulag – già premio Nobel per la Letteratura – può fare ritorno nella sua madrepatria. Ed è un viaggio in più di quindici città in due mesi, dal 27 maggio al 21 luglio 1994, in cui il vecchio e il giovane incontravano – oltre alle strade, alle piazze, e alle stazioni – il futuro di una popolazione resa libera ma priva di speranze.

Alexandr Isaevič Solženicyn

Solo degli sciagurati potrebbero immaginare di ricostruire l’Unione sovietica ma sono dei senza cuore, senza alcun dubbio – dirà qualche anno più tardi, Vladimir Putin, l’attuale capo di Mosca – “quelli che non ne hanno nostalgia”.

E come uno straniero anziano e barbuto, in quell’attraversamento del continente euroasiatico, Solzenicyn coglie l’urgenza: tutelare diritti e proprietà dei venticinque milioni di propri connazionali esclusi dalla propria vita, “che si erano ritrovati” – annota Ermolaj – “con i passaporti di un impero scomparso e uno status giuridico indefinito”.

Ritorno in Russia, dunque. È il titolo di un libro di Aleksandr Solzenicyn, a cura di Sergio Rapetti, edito da Marsilio, contenente i discorsi e le trascrizioni di conversazioni dell’illustre esule nell’arco di tempo che va dal 1994 al 2008, ovvero l’anno della sua morte.

Unione Sovietica, anni ’70

Un “viaggio con papà”, questo dei due russi tornati nella distesa dove le distanze raggiunte dalla Transiberiano servono a contenere automobili di seconda mano, macchine della polizia crivellate da pistolettate, caramelle coreane, succhi e biscotti di Vladivostok e contrabbando di ogni genere in un posto dove la libertà si capovolge nella illegalità e solo il più forte – chi ammazza per primo, sparando dal pertugio di una palizzata – riesce ad avere ragione.

Aleksandr ha cinquantacinque anni quando aveva dovuto lasciare Mosca, tre, invece, ne ha il suo Ermolaj, ed è per entrambi – quel loro ritorno – come una prima volta di azzurrissimo cielo sulla battigia del Bajkal, il lago più grande del mondo dove arriva la linea ferroviaria più lunga del pianeta.

Padre e figlio che non erano mai stati insieme così tanto nella loro vita in quel viaggio si ritrovano l’uno accanto all’altro, sempre appiccicati l’uno all’altro, ciascuno riversando reciprocamente quel tanto di linfa che vivifica di poesia quel che resta della vita – e quel che se ne va, da lì a poco – in un vortice di pensieri e lacrime.

Unione Sovietica, anni ’70

Con tutto il rispetto dovuto ad Aleksandr, la nota introduttiva di Ermolaj – Il Ritorno – è un toccante capolavoro tutto di grazia e forza: “È stato così che papà e io abbiamo visto per la prima volta nella vita il Bajkal. E di lì, a quattordici anni, in una mattinata di sole come allora, di nuovo sulle sponde del Bajkal, ho saputo della sua morte”.

Se ne legge, parola dopo parlo, una sceneggiatura vivida di colori che sono rumori, di suoni che disegnano nel viaggio l’apologo universale della misericordia che, simile a una spugna, assorbe in se stessa il carico di dolore di ogni anima per farne verzure, fiori, profumi e alture. Viaggiano, padre e figlio, e arrivano, dunque, a Mosca: “avanziamo a fatica per lo stretto corridoio tra due ali di gente lungo la banchina, e poi pioggia, ombrelli, cineprese, il discorso di mio padre alla folla, automobili e la partenza della stazione verso casa…”.

La casa, appunto, dove si nasce. Per non potervi mai più crescere.

Da Il Fatto Quotidiano del 1 luglio 2019

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