In molti Stati arabi, in questi recenti e curiosi anni, l’illusione di un nuovo inizio ha vestito i colori della primavera. L’illusione, già. Perché è sempre ciò che meno è a contatto con la realtà, che più dista dal selciato e gravita per aria a sfoggiare i colori apparentemente più accesi, quasi come appropinquandosi al suolo si ossidasse in tonalità e riflessi.

Ciò che ha portato all’insurrezione popolare nazioni come la Siria, la Libia, l’Egitto, la Tunisia, lo Yemen, l’Algeria, l’Iraq, il Bahrein, la Giordania e il Gibuti – e, al seguito di essi, molti altri Stati con focolai minori interessanti anche le regioni del vicino oriente – è stata, di fondo un’innescata esasperazione dalle molteplici ragioni. I principali fattori scatenanti questa esacerbazione su ampia scala, di fatto, sono stati:
– una corruzione a vari livelli ed in differenti branche sociali, protesasi tentacolarmente sino a raggiungere il settore governativo.
– Una mancanza, sempre meno parziale e via via più complessiva, di libertà individuali – ampie sono state, tra i Paesi arabi sopraelencati, le regioni coinvolte in una censura pressoché totale dei social network, con un ostacolamento esplicito alla possibilità di accedervi ed una sostanziale limitazione dell’intera rete internet, oltre che un controllo capillare dei canali TV abilitati a trasmettere e dei loro contenuti, ecc.
– La violazione, progressivamente più grave e dilagante, di diritti umani con un utilizzo sempre più coatto, spesso sfociante in abuso, della propria autorità da parte delle forze armate governative.
– Un’assenza di empatia da parte delle varie istituzioni politiche verso condizioni di vita ormai pietose e sprovviste di alcuna dignità, portate avanti dalla maggioranza della popolazione.
– Un significativo aumento dei prezzi, comprensivo anche dei beni di più largo utilizzo come viveri od acqua.

La pluralità del popolo, sovrassatura di angosce e malcontenti, ha visto sfociare i propri sentimenti negativi in rivolta a seguito di clamorosi episodi di repressione violenta adoperata delle forze dell’ordine statali ai danni di abbastanza innocui concittadini . Nei Paesi SET (Siria, Egitto e Tunisia) le proteste hanno avuto inizio nella medesima modalità: successivamente all’avere assistito a manifestanti esasperati che si davano pubblicamente fuoco.
Una volta preso piede in sempre più quartieri, l’insurrezione popolare si è estesa a macchia d’olio sul territorio ed ha trovato man forte in vari luoghi di ritrovo di massa, fisici e non. Sul web, anche grazie all’ausilio di tecniche in grado di eludere il blocco all’accesso di svariati siti e forum posto dalla censura governativa, si è ben presto rivelato determinante l’utilizzo dei social network. Piattaforme come Facebook e Twitter hanno rappresentato eccellenti ambienti di organizzazione e diffusione, tra gli oppositori delle tirannie governative. Anche attraverso un fitto scambio ed una capillare condivisione di email, e tramite l’utilizzo di Google, è stato possibile per la fascia più giovane e tecnologica di oppressi restare in contatto tra loro e conoscere i reali avvicendamenti aventi luogo nella propria area ed in quelle circostanti – informazioni altrimenti rese inaccessibili dalle omissioni televisive.

Ulteriori luoghi di ritrovo, questa volta fisici, determinanti ai fini del prosieguo della ribellione sono stati, a detta dei più, moschee e bazar; numerosi sono i sostenitori dell’idea secondo cui siano stati proprio questi ultimi i luoghi fulcro delle attività di preparazione all’attuazione di contromosse a danno dei proprio regime statale ormai troppo autoritario.
Cosi, i popoli arabi hanno adornato se stessi dei colori della primavera: quelli di una possibile nuova ripartenza, di nuovi plausibili orizzonti sotto i quali incamminarsi, finalmente, a testa alta e con dignità.
Ma l’illusione ha ben presto lasciato il posto a nuove, amare consapevolezze.

Non starò qui a dilungarmi particolarmente riguardo l’ingerenza degli Stati Uniti in merito a queste primavere arabe poi sfociate, più che altro,in gelidi inverni. Già tristemente ben note – ed ormai pure polverose – sono le modalità con le quali, certo non per la prima volta, varie sue agenzie – governative e paragovernative – hanno effettuato intromissione indebita in faccende decisamente fuori dalla propria gittata di competenza. Il 17 febbraio 2011, l’Alta Corte per la Sicurezza di Stato siriana trae in arresto la blogger ed attivista Tal al-Mallouhi accusandola di aver lavorato per la CIA. Non troppo tempo più tardi, la stessa Central Intelligence Agency dapprima ammetterà, attraverso Michael Morell – suo ex vertice – di aver avuto delle interpretazioni, e dunque successive contromosse, totalmente errate sulle primavere arabe, spiegando che gli statunitensi davvero avevano creduto potessero quelle sommosse popolari garantire nuovi, gloriosi inizi per i Paesi coinvolti, poi boccia con decisione le politiche adottate da Obama in tal merito. Peculiare è, comunque, come nel suo libro sull’argomento Morell abbia perfino raccontato di un dialogo segreto tra il governo USA, attraverso la sua intelligence, ed i servizi segreti egiziani richiedenti delucidazioni sul da farsi, nel quale gli Stati Uniti avevano suggerito una serie di concessioni-chiave da parte del governo per tenere a bada le folle inferocite, poi rimaste inascoltate dall’ostinato Mubarak. L’ingerenza USA è, e si riconferma spesso, davvero sorprendente.

Alquanto nota è, ormai, anche la vicenda – rivelata da Wikileaks – sui cospicui finanziamenti provenienti dalle forze politiche più a sinistra degli States, a sostegno delle ideologie dei rivoluzionari arabi. Lampante è stato il caso riguardante Jared Cohen, direttore ai tempi di Google Ideas ed, in passato, ex consulente di Stato ai secoli Condoleeza Rice ed Hilary Clinton, e rivelatosi il più determinante tra gli organizzatori di movements.org, campagna al centro delle ribellioni contro Mubarak che godé del sostegno della Casa Bianca fino a che i conflitti egiziani non divennero più vividi sul campo.
Il coinvolgimento, quantomeno parziale, degli Stati Uniti in questo processo di transito degli Stati arabi è, perciò, innegabile. Ciò non avrebbe, stavolta, neppure costituito un male – anche pensando ad altri casi di intromissione statunitense del passato – se solo, a parte sostenere una destituzione dei governi correnti tramite sue rilevanti personalità, una supervisione dall’importanza similmente possente quale quella statunitense avesse prodotto valide soluzioni successive a ciò.

Sicché, in assenza di valide prosecuzioni ai vari rovesciamenti popolari di governi gli arabi hanno, da un giorno al suo successivo, riaperto gli occhi ritrovando se stessi con le medesime problematiche sofferte in precedenza ed a secco di possibili repliche politiche a queste ultime. Sul vassoio, col senno di poi, un indebolimento e finale annullamento della magra struttura socio-politica presente in precedenza – da una parte, e senza ombra di dubbio alcuna, ormai dimostratasi insostenibile – che però, crollando, aveva visto disfarsi anche le spicciole, solide basi ancora in grado di poter vantare dalla propria, seppure scricchiolanti. A non farsi mai vivi, gli effetti della rivoluzione tanto agognati dai popoli arabi.

Gli effetti di una rivoluzione su ampia scala, tuttavia,non ci sono stati in quanto neppure la rivoluzione stessa c’è mai stata davvero. Perché ciò che distingue la rivoluzione dalla rivolta – quel che, concretamente, si può dire al massimo abbiano attuato i vari stati orientali – è, fondamentalmente, intrinseco alla presenza di una sua propria struttura politica, organizzazione partitica, condivisione di ideologie e programmi da parte di chi la porta avanti, oltre che la proposizione di un preciso modello sociale destinato a subentrare nel periodo successivo al rovesciamento di governo. Questo, sinteticamente è ciò che è mancato a queste rivolte popolari e non ha permesso loro di assumere i tratti di vere e proprie rivoluzioni rinnovatrici. Gli ideali popolari degli Stati in rivolta erano più che altro relativi a valori prepolitici: il ripristino di uno status delle cose che restituisse loro la dignità, che consentisse il cessare di nepotismi, dispotismi e violazioni di diritti umani, ormai perpetrate all’ordine del giorno. Ma tra politica e prepolitica il divario è ben maggiore di quanto si creda.
A vedersi, dunque, anche piuttosto in bella vista, solo gli effetti negativi di queste fallimentari sommosse.

Primo fra tutti, l’aumento del divario – già presente in precedenza, poi accentuatosi ulteriormente attraverso il deperimento dei pochi sistemi ancora in qualche modo funzionanti, come ogni gap che si rispetti – tra le economie arabe di serie A e quelle di serie B: quelle riguardanti gli stati esportatori e quegli importatori di idrocarburi. I primi, già ricchissimi prima della generalizzata crisi, hanno tratto vantaggio dall’aumento dei prezzi del greggio consecutivi a quest’ultima, incrementando così i propri ritmi di crescita tramite il commercio estero senza ravvisare, essendo rimasti solidi nel loro cavallo di battaglia economico, insormontabili problemi pur all’interno di un contesto di instabilità politica. I secondi, già instabili economicamente e divenutivi pure politicamente, hanno dovuto registrare un aumento del prezzo di acquisto sul greggio e sui beni di primo consumo, abbinato per di più ad un naturale crollo verticale del turismo, con conseguente deterioramento dei bilanci statali, crollo degli investimenti ed aumento della disoccupazione. Paradossale come, per molti versi, ciò per cui le proteste hanno avuto inizio si è solo accentuato una volta destituiti i Governi con la forza.

Il costo umano e monetario che queste primavere arabe hanno prodotto è stato vertiginoso quanto inconcludente rispetto ai fini sperati dai suoi propugnatori – persino rispetto a qualcosa di lontanamente simile ad esso. Le guerre civili che hanno posto sotto assedio e ridotto in fiamme il Nord Africa hanno prodotto, laddove non vittime spesso innocenti, sfollati che da questo truculento conflitto ne sono usciti spesso senza più una meta e occupazione, condannati a soffrire la fame e la sete. La speranza per il futuro propensa ad assalire con voracità coloro i quali si considerano davvero perduti ha prodotto una generazione di arabi – più spesso giovani, ma talvolta anche di mezza età, magari lasciatisi convincere dalla prospettiva luminosa dei propri figli, nipoti o conoscenti – ammaliati dall’occidente, dall’ultima spiaggia di ponente come residua possibilità di reale ripartenza, pur dolorosamente consapevoli di essere stati sradicati dalla loro amata terra natia – probabilmente per sempre.

Su quanto è restato degli Stati arabi, successivamente alla severa debilitazione collettiva post rivolte-primavera, ed approfittando dei loro numerosi nervi rimasti scoperti, gravosa ha iniziato e continua a stagliarsi l’ombra di uno Stato islamico determinato a portare, a sua volta, piuttosto che una primavera araba una primavera jihadista, unificando dapprima tra loro tutti i popoli arabi – attraverso sangue, terrore e tirannia – per poi, stabilita in tutta la regione araba, e non solo, la propria egemonia rappresentare una concreta minaccia per tutto il blocco occidentale.

I popoli arabi, dunque, destabilizzati come non mai sono esclusivamente transitati da una voliera alla successiva, e risultano essere ben lungi dal vedere i propri problemi abbracciare valide soluzioni. Essi, semplicemente, sono divenuti politica estera e premura geopolitica di molti, e l’interventismo compiuto a favore della lotta allo Stato islamico costituisce, sinteticamente, un discreto investimento per il futuro.

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