Emergenze abitative. Sfratti. Diseguaglianze economiche. Dispersione scolastica. Disoccupazione. La crisi economica più grave che il mondo abbia conosciuto dal secondo dopoguerra ha gettato, in Italia, un milione e duecentomila minori nella povertà assoluta. Il triplo rispetto al 2008, anno in cui è scoppiata la Grande recessione.

L’Atlante dell’infanzia a rischio, pubblicato da Save the Children, non lascia spazio ad interpretazioni. La povertà assoluta, una condizione in cui diventa complicatissimo procurarsi beni di prima necessità come acqua, cibo, vestiti e abitazione, è dovuta ad un complesso insieme di fattori esterni – come la crisi mondiale – e gravi miopie amministrative: dal cieco affidamento all’austerità alla cattiva gestione delle risorse da parte dei comuni.

Una combinazione drammatica che rende l’Italia del 2019 un Paese in cui un minore su 8 è condannato ad uno stato di sopravvivenza quotidiana, privo delle garanzie esistenziali che dovrebbero essere assicurate da un welfare purtroppo in continua riduzione. Saranno i prossimi decenni a mostrare le conseguenze sociali e umane delle condizioni in cui si trova il Paese, e che qui verranno brutalizzate in forma di dati.

Dunque 1.200.000 minori in povertà assoluta, la metà dei quali vive nel Mezzogiorno (45%). Dieci anni fa ne erano 375.000. A questi devono essere aggiunti i dati riguardanti i minori che vivono in povertà relativa, che secondo la relazione, basata su dati ISTAT, si aggirano intorno ai 2.192.000. Il 10% in più rispetto al 2008.

Un’analisi attenta della povertà minorile italiana getta luce sui numerosi e complessi fattori che compongono le profonde contraddizioni di uno dei Paesi più evoluti del mondo occidentale. Innanzitutto la distribuzione geografica della povertà: nonostante questa sia diffusa in tutt’Italia, sono le regioni del Sud – in modo particolare la Calabria, la Campania e la Sicilia -, a vivere questa situazione come un problema strutturale, e non come un’emergenza dovuta al passaggio devastante di una crisi economica epocale.

Save the Children individua una delle cause della distribuzione della povertà assoluta nel fallimento del federalismo fiscale, in base al quale lo Stato si è progressivamente allontanato da coinvolgimenti diretti in materia di politiche sociali, «potenziando il ruolo dei Comuni» ma contribuendo a creare «profondi squilibri in termini di spesa e servizi per l’infanzia tra le diverse Regioni, Province e Comuni».

L’equazione è semplice: diverse risorse locali – diversi servizi garantiti – diverse condizioni di vita. E quando lo Stato non garantisce risorse economiche fondamentali, necessarie per colmare il gap tra le diverse regioni, succede che il Paese si divide irrimediabilmente in territori in cui è possibile vivere con serenità ed altri in cui anche la sopravvivenza diventa complicata. La conseguenza immediata di tale diseguaglianza economica è l’immigrazione interna, che a sua volta porta con sé lo svuotamento delle regioni più fragili e la perdita delle risorse intellettuali e produttive che fuggono via, oltre al logoramento di quelle che restano, in particolar modo i bambini.

Scriveva Save the Children già nel 2010 che l’Italia è «sprovvista di un Piano nazionale per l’infanzia» cioè del «documento strategico con le linee fondamentali e gli impegni concreti del governo in materia di infanzia e adolescenza». Inoltre, «non sono stati ancora definiti i LEP (livelli essenziali delle prestazioni sociali), standard minimi per assicurare su tutto il territorio nazionale il godimento di servizi e diritti, né è stato messo a punto un apparato di controllo».

La conseguenza di queste mancanze, continua la relazione, «è quello di non poter garantire un monitoraggio attendibile della spesa sociale» e di «vedere approfonditi, nei prossimi anni, i divari e le disparità di accesso ai servizi». Una situazione, questa descritta nel 2010 da Save the Children, decisamente aggravata dalle politiche di austerità e di contrazione della spesa pubblica realizzate negli ultimi anni.

A rendere evidenti gli squilibri economico-sociali tra le diverse regioni, provocate anche dalla decentralizzazione delle competenze in materia di investimenti sociali – come scritto precedentemente -, è la spesa pro-capite per i servizi per la prima infanzia nelle diverse regioni. Si va da Trento, che spende 2.200 euro annui, alla Calabria che ne spende 90. Per le spese socio-assistenziali, la Provincia Autonoma di Bolzano ha speso (pro-capite), nel 2016, 517 euro mentre la Calabria ne ha spesi 22.

Un’altra grande piaga sociale è l’emergenza abitativa. «In un Paese che ha 2 milioni di appartamenti sfitti e inutilizzati», si legge nella relazione, «il 9% della popolazione italiana e il 14% dei minori ha patito disagio abitativo grave; il 41% dei minorenni ha vissuto in condizioni di sovraffollamento; il 25% in appartamenti umidi, con tracce di muffa alle pareti e soffitti che sgocciolano».

La condizione drammatica in cui vivono questi minori facilita anche la piaga della dispersione scolastica. Secondo i dati citati nella relazione, nel 2018 un giovane su 7 è uscito dal sistema scolastico. Anche qui la distribuzione geografica è disomogenea: nella Provincia Autonoma di Trento si ritirano da scuola il 10% dei minori, mentre la Sardegna detiene il record negativo del 23%.

Una situazione decisamente aggravata dai tagli della riforma scolastica del 2008, che ha peggiorato considerevolmente le condizioni materiali e professionali della scuola e dell’università: dal 2008 al 2011 sono stati sottratti all’istruzione ben 8 miliardi, passando dal 4,6% del PIL al 4,1%. Nel 2019 i dati sono ancora peggiori. Oggi lo Stato italiano spende in istruzione il 3,6% del PIL. Un punto in meno rispetto ad 11 anni fa.

Questo è il quadro drammatico che emerge dall’analisi appena condotta. L’Italia dei prossimi decenni sarà un Paese sempre più fragile, che non avrà la forza di ricoprire i solchi scavati così in profondità nel suo più intimo tessuto sociale e umano.

Triplicati i tassi di povertà minorile assoluta, e con uno Stato che non ha gli strumenti per incrementare gli investimenti e la spesa pubblica, vengono meno le risorse per sviluppare il territorio nazionale, con particolare riguardo per il Mezzogiorno, che sembra destinato ad una triste estinzione – in pieno inverno demografico – e popolato da minori con un presente drammatico condannati a un fragile futuro. Sperando che per loro non valga quanto valeva invece per il “vento” di Gianni Rodari, il poeta dei bambini, quando scriveva una volta e per sempre

Il vento è un viaggiatore:
viaggia e viaggia
dal monte alla spiaggia
e mai non sa trovare
un posto per riposare.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome