Dall’Europa al Sud America. Dall’Africa all’Asia. Il meccanismo che muove il mondo sembra essersi inceppato all’improvviso, scuotendo l’intera giostra dalle fondamenta. Eppure l’esplosione di questa rivolta globale ha radici lontane nel tempo che oggi più che mai stanno presentando il conto da pagare.

Da una parte ci sono i sintomi evidenti del fallimento di un sistema socio-economico – sviluppatosi tra ‘700 e ‘800 – basato sul dogma della crescita infinita in un mondo di risorse finite. Dall’altra la concentrazione delle ricchezze mondiali nelle mani di pochissimi a dispetto della grande maggioranza della popolazione globale.

Scoppiate come conseguenza della realizzazione di provvedimenti statali di minor conto, come l’incremento del prezzo del carburante in Francia e della benzina in Ecuador, l’aumento del costo dei biglietti dei mezzi pubblici in Cile, o ancora come l’applicazione di una tassa Whatsapp in Libano, queste proteste hanno la particolarità di vedere come protagonisti nelle piazze il ceto medio, e non soltanto le classi della popolazione tradizionalmente trascurate dalle élites dirigenti.

Come ha scritto Massimo Fini su Il Fatto Quotidiano il ceto medio, che «è sempre stato il collante indispensabile di uno Stato» perché «tiene insieme, occultandola, la differenza di classe», sta «vertiginosamente scomparendo». Questo accade perché «fra i suoi ranghi alcuni, pochi, salgono nell’Empireo dei ricchi, ma tutti gli altri scendono negli inferi della povertà». Una situazione, questa, strutturale al neo-liberismo e che coinvolge tutti i Paesi sviluppati o in via di sviluppo, nei quali la crescita del PIL è direttamente proporzionale all’aumento delle diseguaglianze socio-economiche.

Non è un caso che in Inghilterra, patria del capitalismo finanziario, come riporta Pino Arlacchi citando un rapporto dell’Human Rights Council dell’ONU, «14 milioni di persone, il 21% della popolazione inglese, vivono in condizioni di povertà». «Di queste», prosegue Arlacchi, «4 milioni si trovano sotto la soglia di povertà estrema», cioè «hanno il problema di mangiare regolarmente».

Negli Stati Uniti le condizioni popolari sono anche peggiori. Secondo il premio Nobel per l’economia Joseph E. Stiglitz*, nel 2015 nel “Paese delle libertà” «è aumentato il tasso di mortalità di maschi bianchi di mezz’età, mentre in altre parti del mondo diminuiva». Nel 2016, prosegue Stiglitz, «è diminuita l’aspettativa di vita per l’intero paese nel suo complesso».

A rendere inquietanti questi dati, secondo il premio Nobel, contribuisce il fatto che normalmente tali fenomeni drammatici «si verificano in circostanze rare, come l’epidemia di Aids nell’Africa subsahariana o negli Stati Uniti, o la dissoluzione dell’Unione Sovietica» mentre negli Stati Uniti «il tasso di mortalità è il riflesso di tensioni sociali, alcolismo, droghe e suicidio».

Spostandoci in Sud America, mentre nell’Argentina del ricchissimo Macri – un Paese considerato sviluppato rispetto agli altri della regione – i manifestanti si sono radunati in centro a Buenos Aires per chiedere che venga dichiarata l’emergenza alimentare, in Cile il presidente Piñera mangia al ristorante nello stesso momento in cui, come riporta il Corriere, nel mezzo delle proteste tre persone muoiono «nell’incendio di un supermercato, cinque nel rogo di una fabbrica di abbigliamento» e «altri due carbonizzati durante la distruzione di un grande magazzino di materiali per l’edilizia e il bricolage».

Una diseguaglianza socio-economico resa ancora più frustrante dall’arroganza del potere, che tutto può perché tutto ha, e che gioca come vuole nella sua privilegiata condizione di “anarchia” assoluta:«L’1% piu’ ricco della popolazione mondiale detiene più ricchezza del restante 99%», certifica il rapporto Oxfam diffuso l’anno scorso alla vigilia dell’incontro annuale del World Economic Forum.

Le proteste a cui stiamo assistendo in questi giorni non rappresentano esclusivamente la spina conficcata dall’esterno – dalle rivendicazioni popolari – nel fianco del neo-liberismo, che altro non è che una parola con la quale vengono definiti i rapporti di produzione contemporanei.

Sono piuttosto origine dell’inquietante manifestazione dell’implosione interna di questo sistema, davanti alla quale nessuno di noi può dirsi preparato e men che meno in grado di elaborare previsioni politiche e sociali di ampio respiro. Tantomeno la politica, del tutto incapace di ergersi a forza contenitrice dell’ “assolutismo del mercato”, limitandosi a comportarsi da «comitato amministrativo degli interessi borghesi», come scrisse Karl Marx nel Manifesto.

*[Joseph E. Stiglitz, La globalizzazione e i suoi oppositori, Einaudi, Torino, 2002]

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