Di Andrea Zhok

Ieri riflettevo su uno dei passaggi cruciali nella storia contemporanea, ovvero sugli esiti paradossali della quasi-rivoluzione del ’68.

Come recenti analisi (la più nota è quella di Boltanski & Chiapello) hanno mostrato, il ’68 ha giocato un ruolo paradossale nel facilitare sul piano ideologico la svolta neoliberista.

Nel progetto quasi-rivoluzionario del ’68 hanno operato in modo inizialmente indistinto istanze emancipative rivolte da un lato contro il residuo autoritarismo della cultura borghese del secondo dopoguerra, e dall’altro contro l’organizzazione del lavoro capitalista e l’ingiustizia sociale.
La prima direzione di protesta si incarnò in forme di contestazione all’autorità scolastica e legale, alla struttura famigliare, allo Stato. La seconda si indirizzò contro il taylorismo e il governo del denaro.

Il capitale e i suoi ideologi sono riusciti ad utilizzare magistralmente la prima istanza contro la seconda.
Le istanze di emancipazione individuale vennero infatti giocate in chiave individualista e ‘anarchica’, mettendo sotto pressione le strutture istituzionali protettive (stato, sindacato, famiglia), e creando la perfetta arena per un’organizzazione capitalista meno chiaramente gerarchica, più fluida, flessibile, reticolare, esternalizzata, dove non c’era più nemmeno qualcuno contro chi protestare.

Quest’operazione consentiva alla prima componente della protesta, quella compatibile con l’approccio liberale, di occupare l’intero spazio rivendicativo, riducendo ai minimi termini la capacità di fare fronte comune contro l’ingiustizia sociale e la plutocrazia. Questo è ciò che è plasticamente testimoniato dall’oblio in cui sono caduti i diritti sociali (artt. 22-27 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo), facendo coincidere nel discorso comune diritti umani e diritti individuali.

Ciò che è interessante osservare è come la protesta di natura emancipativa rivolta verso le ‘istituzioni borghesi’ (famiglia e Stato innanzitutto) abbia sofferto di una drammatica povertà di analisi, concependo famiglia e Stato come entità in qualche modo intrinsecamente connesse con la borghesia, e dunque con il capitalismo, laddove, ovviamente si trattava di ordinamenti millenari che semplicemente il capitalismo aveva, in parte, colonizzato.

Si pensi alla contestazione virulenta, e non immotivata, all’ipocrisia come tratto manifesto della famiglia borghese. In effetti l’ipocrisia è uno degli effetti collaterali più evidenti, già nell’800, della colonizzazione dell’ordine famigliare da parte del capitalismo. Le ragioni sono evidenti: da un lato la realtà sociale che si stava imponendo sempre più chiaramente era una realtà dove a contare erano solo il peso economico e i relativi margini di profitto, dall’altro ci si continuava a rifare, necessariamente, ai valori dei precedenti ordinamenti sociali (onore, lealtà, cultura, educazione, ecc.). Infatti una società dove la brutale realtà del potere economico fosse venuta alla luce senza veli sarebbe stata ingiustificabile, incomprensibile e ingestibile per chi vi viveva. I valori elaborati nei secoli e millenni precedenti vennero perciò invasi dal meccanismo sociale capitalistico, che, come un parassita, nutrendosi di essi, li consumava.
Questa è la tara ereditaria chiamata ‘ipocrisia borghese’ che troviamo tratteggiata in infiniti romanzi ottocenteschi (si pensi agli agghiaccianti dialoghi dei romanzi di Jane Austen, dove donne e uomini vengono letteralmente pesati a colpi di sterline per consentirne o meno l’accoppiamento, ma poi questa brutale sostanza è intessuta di un meraviglioso e delicatissimo discorso tutto incentrato su altre, più o meno effimere, virtù).

Il ’68 non riesce a discernere tra la famiglia in sé e i meccanismi dissimulativi della famiglia nell’epoca del dominio del capitale. Di conseguenza attacca la famiglia in quanto tale, ritenendo di fare un’opera rivoluzionaria e progressiva, mentre di fatto sega il più fondamentale dei rami su cui ciascun individuo poggia. L’esito di questo attacco è un definitivo indebolimento dell’ordine famigliare, che, con tutti i suoi limiti, anche nella sua incarnazione borghese aveva rappresentato un argine e una base di formazione umana secondo istanze differenti dalla mera ricerca del profitto. Tutto ciò che appartiene all’ordine famigliare e alla sua normatività viene mortalmente screditato, lasciando dietro di sé non una società di persone più libere ed autonome, bensì le macerie di una società di individui sempre più fragili e ricattabili.

Simili considerazioni possono essere svolte nei confronti dello Stato (o della Patria), che sono stati anch’essi colonizzati dal capitale e soffrono perciò anch’essi di una discrasia tra gli ideali ufficialmente promossi e la realtà crudamente economicistica che sottende i rapporti di potere. Anche qui il ’68 si è mosso buttando il bambino con l’acqua sporca: ha ritenuto di liberarsi dell’ingiustizia capitalistica liberandosi dell’autorità dello Stato, dove però abitavano ancora, per quanto dissimulate e compromesse, istanze di contenimento e correzione del dominio capitalista. L’esito è stato, naturalmente, quello di spianare la strada ad un’imposizione unilaterale di tempi e forme di vita da parte dei meccanismi di autoriproduzione del capitale, paradossalmente nel nome di una maggiore libertà individuale.

Molte lezioni si possono trarre da questo passaggio storico, ma la più importante per guidare l’azione politica odierna è ricordare come il capitale non sia una cosa, bensì una LOGICA (io la nominavo in un vecchio lavoro come ‘Spirito del denaro’), una logica che può incarnarsi in molte forme diverse. Oggi essa si incarna in certe persone (Draghi, Lagarde, ecc.) e certe istituzioni (WTO, FMI, UE, ecc.), ma non è l’abbattimento di tali incarnazioni ciò su cui dobbiamo concentrare l’attenzione, bensì sulla logica che le muove.
Può darsi, naturalmente, che tale logica non sia più separabile di fatto dalle istituzioni in questione, che diventano perciò a tutti gli effetti pratici istituzioni nemiche, senza alternative.
Tuttavia il punto di principio resta e va tenuto fermo, perché il capitalismo non è nessuna delle sue incarnazioni storiche, ma è la logica della pratica monetaria. Esso, come certi alieni della fantascienza, può trasferirsi di ospite e assumerne le sembianze, e dunque è solo la sua logica, i suoi meccanismi, ad essere inemendabili e a dover essere identificati, abbattuti, superati.

 

Andrea Zhok è professore associato di Filosofia morale all’Università degli studi di Milano

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