Di Pino Arlacchi

Ho conosciuto Paolo Borsellino nel 1982, due anni dopo l’inizio della mia amicizia e collaborazione con Giovanni Falcone, e su indicazione di quest’ultimo: dovevo assolutamente entrare in contatto con un suo collega fuori del comune, in cui riponeva massima fiducia. L’occasione fu un incarico che ricevetti da RAI Uno: condurre un programma di 11 puntate sul “sistema mondiale dell’eroina”. Il programma consisteva in una serie di colloqui con i protagonisti dell’ azione antidroga collocati in varie parti del mondo.
La Sicilia era allora al centro del nuovo grande traffico tra Europa e Stati Uniti che aveva appena sostituito la celebre “French connection”, e Cosa Nostra attraversava il suo momento di massima forza e prosperità.
Gli USA erano il maggiore mercato illecito del pianeta. C’ero appena stato per un anno, da ricercatore, grazie ad una borsa di studio della Ford Foundation.
L’incombenza televisiva mi dava ora accesso ai piani più alti dell’antidroga, ed a Washington intervistai un giovane senatore che si era messo in luce con un’indagine parlamentare sulle trafile della droga dalla Turchia a New York. Il suo nome era Joe Biden. Sì, proprio lui. Nacque una frequentazione che si è prolungata fino a qualche anno fa, cioè fino a che non è sopraggiunto il progressivo sbiadimento della sua mente che pesa sulle sue possibilità di battere Trump alle prossime presidenziali.
Dedicai tre puntate alla Sicilia: conversazioni filmate con Rocco Chinnici, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. L’incontro con Paolo fu il primo della serie e si svolse a casa sua, a Palermo, in un clima di intenso imbarazzo. Nel corso del colloquio, il nervosismo reciproco crebbe fino al punto da non poter essere ignorato. Fermammo le riprese. Paolo iniziò a fumare avidamente, ed arrivammo presto a confessarci che la tensione era dovuta al fatto che per lui si trattava della prima volta che andava in televisione e per me era la prima prova da conduttore.
Abbiamo scherzato ogni tanto sulle circostanze della nostra conoscenza, ed è cominciata una amicizia che è consistita in incontri più o meno regolari, collegati ai miei soggiorni a Palermo ed alle sue visite a Roma. L’ultima di queste è del 28 maggio 1992, sei giorni dopo Capaci, causata dalla decisione di Borsellino di presentare il mio libro su “Gli uomini del disonore”. L’evento era programmato da tempo alla sede Mondadori di Via Sicilia, ma con la presenza di Giovanni Falcone.
Detto ciò, devo aggiungere che non amo affatto questo libro. Esso è per me, ancora oggi, fonte di memorie tra le più dolorose.
Ho davanti agli occhi il biglietto che mi aveva scritto Giovanni: «Caro Pino, ho appena ricevuto il tuo bel libro, e te ne ringrazio vivamente. Sono sicuro che sarà ennesima conferma delle tue ben note qualità. Con viva amicizia. Giovanni Falcone».
La data è il 18 maggio. Cinque giorni dopo Giovanni non c’era più, massacrato a Capaci con moglie e scorta. Non potei neppure andare al suo funerale perché mi fu proibito dalla polizia. Il rischio sarebbe stato fuori misura, e non avevano abbastanza mezzi per proteggermi. In fin dei conti ero solo un privato cittadino, la cui sicurezza non poteva impegnare troppe risorse. Con aria contrariata, Vincenzo Parisi, il Capo della Polizia, mi disse che era meglio lasciar perdere.
Ricordo che avevo deciso di annullare la presentazione del libro. Ero a pezzi. Ebbi un momento di completo scoramento. Scrissi un editoriale su la Repubblica dicendo che dopo la perdita di Falcone non c’era ormai più nulla da fare. La mafia aveva abbattuto l’albero più alto della foresta.
Fui costretto a ritornare sulla mia decisione per l’insistenza di Vincenzo Parisi e dello stesso Borsellino. Dissentivano vivamente dalla posizione sconfortata che avevo preso: «Non dobbiamo darla vinta a Cosa Nostra» mi rimproverarono. «Non possiamo consentirle di alterare i nostri programmi. Non mostriamoci deboli. Abbiamo delle responsabilità verso tanta gente che ci rispetta e ci ammira. Non sei più solo un professore, e non puoi più fare quello che vuoi».
Paolo si offrì di venire appositamente a Roma per presentare il volume al posto di Giovanni. Era stato spinto a farlo anche da Nino Caponnetto, il grande, appassionato magistrato che era succeduto a Chinnici nella guida dell’ Ufficio istruzione.
E così avvenne.
Fu un evento davvero incredibile. I cronisti di mafia lo ricordano per via della clamorosa proposta fatta dal ministro Scotti a Borsellino di avanzare la sua candidatura a Procuratore antimafia. Ma il pathos di quella serata – con i suoi discorsi, i suoi silenzi irreali e l’emozione profonda che avvolgeva tutto – è rimasto scolpito nella memoria di tutti i presenti. Nella sala stipata fino all’inverosimile c’era gran parte dello Stato, dal Presidente della Commissione Antimafia al Ministro dell’Interno, fino al Capo della Polizia, magistrati, e perfino alti ufficiali delle forze armate. Tutti con una intensa voglia di esprimere, al di fuori di schemi e ruoli formali, dolore e determinazione.
Gli interventi di Paolo, la presenza quasi palpabile di Falcone nella sala, i riferimenti di Borsellino a Capaci come di “un appuntamento rinviato” che i presenti percepirono come un presagio di ciò che sarebbe accaduto a lui, sono una testimonianza che merita di non essere dimenticata.
Paolo Borsellino scomparve neanche due mesi dopo, inghiottito dalla Bestia in Via D’Amelio assieme ai ragazzi della sua scorta.
Ho rintracciato la registrazione di quella serata. E vi invito ad ascoltarla tramite questo link:

http://www.radioradicale.it/scheda/46839/gli-uomini-del-disonore-presentazione-del-libro-di-pino-arlacchi-a-5-giorni-dalla

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