E dopo tre giorni resuscitó. Cristo fece del sepolcro la dimora della sua immortalità, delle ferite i suoi privilegi e delle sue profezie il marmo scultoreo di un culto.
Tertulliano avrebbe commentato tutto questo con un amaro ” credo quia absurdum” e con non poche difficoltà potremmo dargli torto.

C’é qualcosa di assurdo in quel masso rotolato via, nel pietoso stupore delle donne che erano giunte a curare il suo corpo, in una vita che non ha morte. Secoli di controversie teologiche ci lasciano la bellezza misteriosa di un grande inganno, di un desiderio comune: la resurrezione.

C’é però un aspetto che ho avuto la fortuna di notare è che mi ha profondamente stupito: a detta di Luca, Cristo prima di morire consegna il suo “pneuma”, il suo sospiro, il suo respiro, un’ effusione carnale e sacrale allo stesso tempo ( la lingua greca, d’altronde, é la migliore al mondo per le sfaccettature dei suoi significati).

Dello pneuma aveva parlato anche Omero nel supporre che l’ultimo respiro degli eroi prima di morire dovesse emigrare in qualche luogo, a noi invisibile.
I greci avevano già capito che nulla può distruggersi definitivamente, ma tutto é destinato a trasformarsi ( come oggi sappiamo) in molecole e atomi diversi, sicché possiamo ben affermare che forse in qualche luogo dell’universo lo pneuma di Omero di Cristo e di Eraclito stia ancora aleggiando, trasformandosi nel divenire incessante delle cose.

Ed anche noi, siamo divenire, caotico, assurdo, incomprensibile, ma vivo, incessante, dionisiaco…

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