Ieri mattina l’agenzia di stampa Ansa ha riportato la notizia delle dimissioni di Renzi. Dimissioni del tutto prevedibili, oltre che auspicabili, e che molti avevano dato per scontate, dopo il crollo del Partito Democratico alle urne. La notizia è stata poi smentita dal portavoce dell’ex premier, Marco Agnoletti.

 

 

L’Ansa però non aveva riportato il falso, e Agnoletti annuncia ancora su Twitter che Renzi avrebbe tenuto una conferenza stampa nel pomeriggio. L’incontro era previsto alle 17.00. Con ritardo, alle 18.20 l’ex sindaco di Firenze si mostra ai giornalisti sicuro di sé con l’aria di chi si sente la coscienza pulita, atteso trepidamente da una marea di cronisti. Dopo qualche secondo di silenzio inizia quello che è stato a tutti gli effetti un discorso-pernacchia agli italiani, che hanno votato per mandarlo via. Ci avevano già provato col referendum costituzionale il 4 dicembre e niente, nonostante le promesse di dimissioni, non c’è stato verso di farlo andar via. Ci hanno riprovato ieri con lo schiaffo roboante delle urne, ma resta ancorato al suo posto di segretario.

Piccola premessa. Questa mappa spiega il disastro elettorale, sociale e morale del Partito Democratico. Le pennellate gialle rappresentano le circoscrizioni in cui sono stati eletti candidati del MoVimento 5 Stelle, quelle blu le circoscrizioni che saranno amministrate dalle Lega e quelle rosse sono le regioni in cui hanno avuto la meglio i candidati dem.

 

 

Mappa elettorale. A sinistra Camera e a destra Senato

 

Un disastro epocale della sinistra italiana, che si inserisce nella crisi globale della vecchia sinistra, argomento complesso che deve essere trattato altrove. Eppure la nostra sinistra ha dei tratti che aggravano la sua posizione rispetto alle altre sinistre mondiali, e cioè quella sfacciataggine tutta italiana che mal si compone con la retorica pura sul progresso e sul futuro declamata da amministrazioni totalmente inesistenti sui territori. Non una periferia ha mai visto passare tra le sue strade un autorità piddina -tranne quando si verifica un grave caso di cronaca, come atti di razzismo o tristi eventi posti sotto i riflettori delle telecamere dei telegiornali- non un operaio ha mai sentito parole di solidarietà nei suoi confronti.

Questi ultimi governi di centro-sinistra sono stati probabilmente i più odiati di tutta la storia della Repubblica. Totalmente incapace di sostenere, come può fare solo uno Stato, le classi più disagiate della popolazione italiana, il centro-sinistra di questi ultimi anni ha solo sfoggiato la più becera delle retoriche sull’accoglienza indiscriminata di immigrati che poi venivano distribuiti tra i quartieri socialmente più problematici delle città italiane, creando una vera e propria bomba sociale, di cui il caso di Tor Sapienza è il simbolo. Questa retorica non è stata accantonata neanche quando è scoppiato clamorosamente il caso Mafia Capitale, con cui vennero a galla le malefatte delle cooperative che lucravano sul dramma dell’accoglienza per arricchirsi a dismisura.

Il nostro centro-sinistra ha portato avanti delle riforme che hanno avuto certamente dei successi immediati, ma allo stesso tempo drammatici, sul lavoro. Il Jobs Act tanto voluto e decantato dal Partito Democratico ha solo reso più precario il lavoro. L’Istat ha scritto su Twitter che “è considerato occupato chi ha lavorato almeno un’ora nella settimana dell’indagine”. Quando leggete titoli come “Mai così tanta gente al lavoro in Italia” de Il Post, tenete a mente come vengono elaborate le statistiche. Basta aver lavorato un’ora per essere considerati occupati. Le grandi multinazionali non hanno speso un centesimo in tasse, e le aziende che le pagavano hanno preferito trasferirsi nell’Europa dell’est per pagarne meno, lasciando per strada migliaia e migliaia di lavoratori. Il popolo ha individuato il colpevole di questo sistema nel centro-sinistra che permetteva alle aziende di non assumersi neppur la minima responsabilità sociale, e probabilmente ci ha preso.

C’è stata la riforma della Buona Scuola, pessima da un punto di vista prettamente didattico oltre che rovinosa per il lavoro. Ci sono state 100.000 assunzioni in più, è vero, ma quanti di questi fortunati hanno potuto restare nella loro terra e quanti sono dovuti migrare a centinaia di chilometri da casa con uno stipendio da fame. Le crisi bancarie che si sono succedute hanno solo peggiorato la posizione del Partito Democratico, che ne era chiaramente coinvolto, anche direttamente, come hanno mostrato i casi di Banca Etruria e Veneto Banca. Il PD ha tentato di mettere una toppa alla crisi delle banche, ma a pagare sono stati i creditori, tra cui molti hanno scontato col pegno del suicidio le colpe degli altri.

Per quanto riguarda queste ultime elezioni, il Partito Democratico ha fondato la sua campagna elettorale sullo spauracchio del ritorno del fascismo -immediatamente smentito il giorno stesso delle elezioni dalla casta giornalistica che si è accorta che “forse” hanno esagerato un po’- inaugurato con la tanto incomprensibile quanto inutile legge Fiano e degenerato nel fuoco delle violenze dei centri sociali, con un ritorno a un clima da anni di piombo. La logica dell’agitazione di questo spettro è chiara: “Oltre a noi solo fascismo e violenza. Guardateli gli estremisti come si scannano. Noi e solo noi siamo la luce.”

Elemento fondamentale per la propaganda petalosa del PD è stato il tema dei diritti civili. Se è vero che il centro-sinistra ha portato a termine battaglie necessarie in tema di diritti civili, come l’istituzionalizzazione delle unioni omosessuali o come l’ultima legge sul testamento biologico, è anche vero che i diritti civili senza diritti sociali non valgono niente. E il PD ha insistito sui diritti civili proprio perché incapace di portare avanti battaglie sui diritti sociali. C’è stata poi la battaglia per lo ius soli, che per fortuna è finita nel dimenticatoio.

I risultati delle elezioni dicono che il MoVimento 5 Stelle è il primo partito con il 32,68 % dei voti, la coalizione di centro-destra a guida Lega ha raggiunto il 37% dei voti e la coalizione di centro-sinistra ha dovuto accontentarsi del 22,85% dei voti. Il Partito Democratico, con il suo 18,72 %, è crollato del 30% rispetto al 2013. Davanti a questa sconfitta clamorosa, ci sono stati degli esponenti dem che hanno mantenuto la loro dignità e che hanno ritenuto necessario approfondire quell’autocritica alla quale evidentemente non avevano avuto tempo di dedicarsi dopo il referendum. Altri invece hanno sposato la linea fissata da Renzi, che ha addossato tutta la colpa della sconfitta ai populisti, alle fake news e al periodo delle votazioni.

Oltre a Renzi ci sono anche altri esponenti del centro-sinistra che nonostante abbiano raccolto un numero risibile di voti, hanno esclamato un piddino “ciaone” alla democrazia e a chi non riescendoli più a sopportare ha votato contro di loro e sono riusciti a intrufolarsi lo stesso in Parlamento. Grasso e Boldrini riescono ad entrare grazie al proporzionale, lo stesso è accaduto per Marco Minniti, per Maria Elena Boschi e per Dario Franceschini. Altri non ce l’hanno fatta e sono rimasti tagliati fuori. Insomma, ministri o alti esponenti politici del centro-sinistra mandati a casa prima con il referendum, ma salvati grazie al “governo fotocopia” e poi cacciati una seconda volta con queste elezioni ma ripescati grazie a un complesso sistema elettorale voluto fortemente dallo stesso Partito Democratico.

E Renzi? Lui se la prende con comodo. Si dimette, perché il suo partito ha perso, almeno questo lo riconosce. Con queste parole Renzi riconosce la sua sconfitta, ma dimostra di non averne capito, volente o nolente, le cause.

“Noi abbiamo compiuto errori. Abbiamo compiuto l’errore principale nel non capire che si doveva votare in una delle due finestre del 2017 in cui si sarebbe potuto imporre un’agenda europea. Mi riferisco al momento dell’elezione francese e dell’elezione tedesca. Però non abbiamo colto quell’opportunità. E’ ovvio che io lasci la guida del Partito Democratico. Ho già chiesto al presidente Orsini di convocare un’assemblea nazionale per aprire la fase congressuale. Questo accadrà al termine della fase di insediamento del nuovo Parlamento e della formazione del governo”.

Renzi dice che se si fosse votato l’anno scorso, in concomitanza con le elezioni francesi e tedesche, il PD avrebbe avuto senz’altro avuto una grande opportunità di vittoria. Poi dice che il Partito Democratico si unirà in Congresso per decidere le sorti della direzione del partito. Questo però avverrà dopo l’insediamento del nuovo governo e del nuovo Parlamento. Quindi Renzi renderà effettive le sue dimissioni solo dopo che avrà presieduto, all’interno del PD, all’insediamento del nuovo Parlamento. Questo passaggio ha generato lo sdegno di membri importanti del Partito Democratico, preludendo alla prossima guerra interna al partito.

L’ex Ministro della Giustizia Andrea Orlando scrive :” Di fronte alla sconfitta più grave della storia della sinistra italiana dal dopoguerra mi sarei aspettato una piena assunzione di responsabilità da parte [di Renzi]. […]Insomma, lo stesso gruppo dirigente che ci ha condotto alla sconfitta oggi si riserva il compito di affrontare, senza nessuna autocritica, questa travagliatissima fase per il PD e per il paese”.

Gianni Cuperlo ha invece scritto :”Abbiamo subito una sconfitta pesante e la reazione non può che misurarsi con questa realtà.[…] Renzi ha annunciato l’intenzione di dimettersi, ma solo a conclusione del percorso di insediamento del Parlamento e della formazione del nuovo governo. Non è così che si fa. […]Bisogna cambiare molto, non solo un segretario. Bisogna ricostruire una sinistra radicata nel paese. Facciamolo prima che sia tardi”.

Renzi continua dicendo che il nuovo segretario non sarà “un reggente scelto da un caminetto, ma dalle primarie.” Poi prova a rilevare lo spessore del Partito Democratico nei confronti dei vincitori, i quali avrebbero ottenuto la maggioranza dei voti soltanto perché hanno ringhiato schierandosi lucrosamente dalla parte del popolo.

“Ci sono almeno tre differenze tra noi e Salvini e Di Maio. Che sono il loro anti-europeismo, la loro anti-politica e l’utilizzo dell’odio verbale che loro hanno utilizzato nei confronti dei militanti del Partito Democratico. Se siamo mafiosi, se siamo corrotti, se abbiamo le mani sporche di sangue, fate il governo senza di noi. Il nostro posto in questa legislatura sarà all’opposizione”

Concludendo. Secondo quanto detto da Matteo Renzi, il Partito Democratico avrebbe perso per colpa di un periodo svantaggioso per le elezioni, e a causa del fango che il vento populista ha gettato su di loro, macchiando la sincera e democratica limpidezza del Partito. Il PD non avrebbe quindi perso per aver reso la precarietà la norma del paese, per aver dimostrato di essere lontana dai territori e indifferente nei confronti delle realtà regionali, per aver portato avanti una campagna elettorale di per sé vuota e farlocca. Le parole di Renzi sono un insulto all’intelligenza del popolo italiano.

Salvini e Di Maio non hanno vinto solo perché sono populisti. Hanno vinto perché mentre loro avanzavano, il PD collezionava una sconfitta dopo l’altra, rendendo il terreno fertile ai 5 stelle e ai leghisti, che sicuramente non sono migliori di loro né tanto meno gli “antisistema” che professano di essere. Sono semplicemente degli sconosciuti che fin’ora non sono stati ancora messi al vaglio di una prova di governo. Il fallimento della sinistra ha portato alla maggioranza il MoVimento 5 Stelle e la Lega nonostante una riforma elettorale ricamata con precisione d’artista per evitare a tutti i costi il sorpasso e la formazione di un governo. E il fallimento della sinistra è imputabile solo alla sinistra e a nessun altro. Cos’altro bisogna ancora fare per farle capire che il popolo italiano ha urlato che non la vuole?

 

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