di Giulietto Chiesa

Dieci anni fa quel “golpe rosso” segnò – come tutti pensano – la fine dell’Unione Sovietica. Che venne, inesorabile, qualche mese dopo, esattamente la notte di Natale del 1991. Ma la partita finale, quella che resta sui libri di storia, anche se non necessariamente è il momento vero della verità, fu giocata quel 18 agosto 1991, tra Mosca e Foros: la capitale dove risiedevano i congiurati e il resort estivo sul Mar Nero dove stava riposando la vittima.

Io ebbi la ventura di vederlo tutto in presa diretta. Ero tornato a Mosca, da Jakutsk, per un fortunato concorso di circostanze, proprio la sera prima. Anch’io come Boris Eltsin. Che però tornava da una visita ufficiale in Kazakistan nella sua qualità di presidente della Rsfsr (Repubblica Sovietica Federativa Socialista Russa). La Russia attuale, in poche parole, ma che allora era ancora la più possente delle quindici repubbliche dell’Unione Sovietica.

L’altra differenza, tra me e Eltsin – in quella specifica occasione, s’intende, ché molte altre furono, grazie a Dio, le differenze tra me e lui – era che io ero tornato a Mosca in piedi, cioè con le mie gambe, mentre lui era stato trasportato di nascosto ai giornalisti, all’aeroporto di Alma-Ata, a bordo di un’ambulanza per ultra-vip, essendo completamente ubriaco. Tanto ubriaco che i festeggiamenti, organizzati per lui da Nursultan Nazarbaev, avevano dovuto essere interrotti prematuramente per impossibilità materiale di tenere in piedi Eltsin.
Ecco dunque un’altra fortuita circostanza: quella che permise a Boris Nikolaevic di essere a Mosca il giorno del “golpe rosso”. Altrimenti, certamente comunque ubriaco, essendo quella la sua abituale condizione, sarebbe stato sorpreso dal golpe nella lussuosa residenza dei capi di Stato di Alma-Ata, invece che nella sua lussuosa dacia fuori Mosca.
Io fui svegliato da un insistente trillo del telefono. Erano le cinque del mattino e, dopo otto ore di viaggio, naturalmente dormivo. Tre, quattro volte, avevo lasciato suonare senza rispondere. Alla quinta decisi che non potevo esimermi. In fondo un corrispondente deve ritenersi in servizio permanente effettivo.
All’altro capo del filo c’era una voce nota, simpatica. Jurij, l’addetto stampa del Partito comunista di Jakutsk, mi stava chiamando dai suoi sei fusi orari d’anticipo. Eravamo stati assieme per quattro giorni; mi aveva accudito, come gli era stato detto di fare, ma senza quella patina di noia burocratica che di solito caratterizzava quel tipo di accompagnatori. Il sistema era ancora quello che – per definitivo disdoro di ogni futura idea di giustizia sociale – veniva chiamato comunismo. Un giornalista non poteva girare per il Paese senza essere accompagnato. Qualcuno penserà: da un agente del Kgb. Macché. Spesso si trattava di modesti funzionari del Partito, che avevano il compito di riferire sì, ma non al Kgb (se non in casi eccezionali), bensì al Comitato centrale. Si era fortunati se il Caronte di turno non era un cretino, e Jurij, con il suo sorriso orientale stampato in permanenza negli occhi, era un uomo intelligente.
Per lui, che il giorno prima mi aveva accompagnato all’aeroporto, erano in quel momento le undici del mattino. Si potrebbe dire che, rispetto a me che dormivo, si trovava nel futuro. Ma un futuro compresente al mio, se non altro perché le televisioni stavano trasmettendo a reti unificate. Tutti i tre canali la stessa cosa, da ore: il Lago dei cigni di Ciajkovskij. E Jurij aveva tratto le sue conclusioni, esatte. E aveva pensato di farmi un piacere, comunicandomele.
«Giulietto, accendi la televisione, sta succedendo qualcosa di grave». Poche altre parole. Lui non voleva dire di più, io avevo capito subito che non c’era un minuto da perdere. Fu quella telefonata, provvidenziale per un giornalista, che mi consentì di arrivare per primo (con mia moglie, Fiammetta Cucurnia, e la corrispondente di El Pais, Pilar Bonet, che svegliai subito) nella Casa Bianca, la sede del governo della Rsfsr, cioè la sede di Eltsin.

Per primi e per ultimi, perché un minuto dopo le porte si chiusero, il palazzo fu assediato dai golpisti, e noi tre potemmo assistere in presa diretta a tutti gli avvenimenti successivi. Dalla parte di coloro che, in seguito – ingiuria della storia – furono chiamati i “democratici” e che, in quel momento, anche a me apparivano come tali, tant’è vero che andai da loro per cercare di capire cosa stesse succedendo. Ma questo è un altro discorso che non posso fare qui.
Qui voglio solo ricordare perché quel golpe mi apparve subito, fin da quelle ore antelucane della telefonata di Jurij, uno strano golpe. Ma come?! Il Kgb organizza un colpo di Stato contro il segretario generale del Pcus, Michail Gorbaciov, e non si preoccupa neppure di interrompere le comunicazioni telefoniche interne? Questo pensavo, mentre ascoltavo i comunicati radio, sempre gli stessi per ore, il cui contenuto era anch’esso strano. Si capiva che c’era un colpo di Stato, ma sembrava che i golpisti facessero il possibile per negarne l’esistenza. E molti di loro apparivano francamente anomali rispetto a un qualsiasi colpo di Stato: il vicepresidente Janaev, che conoscevo dai tempi della Fgci, era un brav’uomo senza peso politico; il premier Valentin Pavlov aveva un’aria (assolutamente esatta, per altro) da grande bevitore. E così via. L’unico che incuteva timore, in quella compagnia, era Vladimir Kriuchkov, il presidente del Kgb. Ma neanche lui aveva un’aria troppo truce. L’avevo conosciuto personalmente, quattro anni prima, quando mi aveva concesso un’intervista: primo corrispondente straniero a entrare nella sede del Kgb per intervistare il suo presidente. Mi si era presentato come un grande sostenitore di Gorbaciov.
Così pensavo, aggirandomi negli staliniani corridoi della Casa Bianca semideserta (erano le otto del mattino), tra deputati trafelati che arrivavano alla spicciolata, anche loro in cerca di notizie e di protezione. Poi, dalle grandi vetrate della Casa Bianca, vidi arrivare i carri armati delle divisioni Kantemirovskaja e Tamanskaja. Venivano lenti, con le torrette scoperte e l’ufficiale seduto di sghembo sulla botola, in lunghissime file che si muovevano nella nuvola di fumo nero dei loro scappamenti. Ma soprattutto scortati, preceduti, accompagnati – colonna per colonna – da macchine della polizia con i lampeggianti accesi. I poliziotti all’interno a fumare, tranquilli, come se fossero a una parata militare.
Strano golpe, pensai. I comunisti mangiano i bambini e poi non sono neanche capaci di sparare qualche cannonata, di sbrecciare un angolo di palazzo, di fare paura? Neanche un colpo fu sparato in quel primo giorno di golpe. Solo la sera, sull’anello circolare interno, un blindato assaltato da un gruppo di giovani nei pressi della piazza Smolenskaja, sbandò e ne travolse tre. Gli unici tre morti del “golpe di agosto” in tutta l’Unione Sovietica.
Tre a tre. Perché il golpe si concluse, tre giorni dopo, con tre suicidi eccellenti di golpisti e dei loro amici. Vladimir Pugo, ex ministro dell’Interno, si sparò un colpo in bocca; Sergej Akhromeev, maresciallo dell’esercito, s’impiccò; Nikolai Krucina, amministratore del Comitato centrale del Pcus, volò fuori dalla finestra della sua abitazione.

Due suicidi veri, il terzo un po’ meno, ma il conto era pareggiato sul serio. L’altra stranezza fu l’arrivo di Boris Eltsin alla Casa Bianca. La città era tutta bloccata dalle colonne di blindati, ma lui riuscì a passare con la sua Ciaika. Nessuno lo fermò, lui che a occhio e croce avrebbe dovuto essere il nemico principale dei golpisti. Se n’erano dimenticati? Niente affatto. Era stata una scelta deliberata dei golpisti: non arrestare nessuno. Strani golpisti che volevano apparire legali.
Fatto sta che Eltsin arrivò verso le undici, quando già Ruslan Khasbulatov, speaker del Soviet supremo e suo braccio destro, aveva convocato il Presidium e discusso la linea da tenere: linea di opposizione ai golpisti. Noi tre giornalisti fummo addirittura ammessi a seguire i lavori del Presidium, con una votazione specifica: meglio avere testimoni. Tutti si aspettavano che i soldati facessero irruzione nella Casa Bianca, ma non ci fu nessuna irruzione.
Fu in quel momento, appunto verso le undici di mattina, che Eltsin (per meglio dire il suo aiutante più fido, colui che sarebbe divenuto il suo pretoriano, Aleksandr Korzhakov) organizzò la più spettacolare ed efficace “operazione d’immagine” di tutta la sua carriera. Salendo, come tutti ricorderanno, sul carro armato per arringare la folla. Non c’era nessuna folla. C’era solo un gruppetto di giornalisti, fotografi e teleoperatori, tra cui chi scrive, che assistettero a una complicata trattativa tra Korzhakov e l’ufficiale che comandava il carro armato. Il quale, poverino, chiedeva un ordine scritto – per far salire Eltsin – e non potendo ottenerlo pretendeva di far scendere tutto l’equipaggio e di far smontare preventivamente gli otturatori della mitragliatrice e del cannone.
Così diceva il regolamento. Korzhakov lo convinse, non so come, e Eltsin fu issato, sotto gli occhi delle telecamere, che immortalarono il gesto di supremo coraggio.
Allora non pensai all’importanza di quella scena, ma mi chiesi che diavolo di golpe era quello se l’ufficiale del carro armato più vicino all’ingresso principale della Casa Bianca non sapeva esattamente cosa fare, alle undici del mattino della prima giornata.
Che trascorse moltiplicando i miei dubbi. Avrei capito solo qualche mese, e poi via via qualche anno dopo, cos’era accaduto. Ma quel primo giorno ricordo che la mia sensazione più netta fu che il golpe sarebbe fallito molto presto. Non per l’opposizione popolare, niente affatto. Mosca, la Russia intera, non mossero un dito. I dimostranti furono una minoranza irrilevante. Il fatto evidente fu che nessuno avrebbe seguito attivamente i golpisti. Che, anche se non fossero crollati da soli dopo tre giorni, come fecero, sarebbero crollati dopo qualche settimana. Il Paese non “ci credeva più”. Le cose che loro, disperatamente, cercavano di trasmettere: patria, socialismo, non avevano più senso per milioni di sovietici.

Questa fu la condanna più grave per i golpisti: l’essersi resi conto che il loro golpe non avrebbe potuto vincere. L’unica, grande loro attenuante, fu che non ordinarono di sparare.
Ma non capirono nulla. L’altro loro errore madornale fu la loro convinzione che Gorbaciov avrebbe ceduto alle loro richieste, avrebbe bloccato la trattativa con le repubbliche per dare vita a un’Unione Sovietica riformata, democratizzata, e soprattutto più piccola (in quel momento solo nove repubbliche su quindici avevano dichiarato la loro disponibilità a entrare nella nuova Unione). Tutto sarebbe stato fermato e si sarebbe ricominciato daccapo, con Mosca che imponeva le sue regole a tutta l’Urss. Se Gorbaciov, isolato a Foros, avesse ceduto, fosse ritornato a Mosca e avesse convocato il Soviet supremo per comunicargli le “sue” nuove convinzioni, ecco che il golpe iniziato il 18 agosto sarebbe divenuto una normale convocazione del Parlamento. Cioè non sarebbe stato un golpe. Ecco perché non avevano dato ordini di arresto, e non avevano sparato. Pensarono che non ce ne sarebbe stato bisogno. Quando cominciarono a capire che ce ne sarebbe stato bisogno, era ormai il secondo giorno, era tardi, Gorbaciov non aveva ceduto, il Paese era rimasto inerte.
Sbagliarono dunque due volte: su Gorbaciov e sulla Russia.
Volevano conservare l’Unione Sovietica e ne provocarono il collasso definitivo. Volevano liberarsi del “traditore” Gorbaciov (che comunque parlò fino alla fine come leader di una grande potenza) e consegnarono il proprio Paese nelle mani di un Quisling senza dignità che avrebbe smantellato non solo l’Unione Sovietica ma anche la Russia.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Inserisci il tuo nome