Di Fabio La Forgia

Lo status “in sospeso” o “in attesa di una decisione”, in qualunque ambito della vita, è la cosa che odio di più. Cerco di aggrapparmi all’idea che c’è incertezza in tutte le cose, ma a volte l’incertezza può essere la cosa più dura con cui l’animo umano si trova a che fare.

Così Amr Abdelwahab, amico di Patrick Zaki, commenta, il 14 febbraio 2020, l’arresto e la detenzione dello studente egiziano. Più di un anno è passato da quell’evento ma l’atmosfera resta invariata: tutti in trepidante attesa ad ogni singolo atto di questa vicenda che va avanti ormai da troppo tempo; una grande comunità che si è schierata a difesa dei diritti di Patrick Zaki, costituita dal mondo accademico, dai movimenti studenteschi dell’Università di Bologna e non solo, dal mondo politico (per onestà di cronaca, dobbiamo precisare che non si tratta di tutta la politica italiana unita ma, ahinoi, solo di una parte di essa).

Sono tante, troppe le ombre in questo processo che puntualmente sentenzia il rinnovo della custodia cautelare del giovane attivista egiziano. Sono pochi i diritti di cui gode Patrick Zaki e di cui godono tutti i detenuti in Egitto. Tante persone nella stessa cella, con un’unica latrina a disposizione e quindi con condizioni igieniche al limite dell’accettabile. Per non parlare del fatto che spesso a Patrick non vengono comunicate le istanze che i suoi avvocati presentano alla corte, ultima la richiesta di cambio giudice, ovviamente respinta.

Il covid si è messo di traverso anche in questa vicenda, limitando la possibilità di fare manifestazioni a favore della liberazione di Patrick. Ma, come in tutti i settori, anche in questo caso ci si è adattati. E allora via di eventi online a cui prendono parte diversi attivisti, tutti uniti al grido “Liberate Patrick!”, tanti intellettuali, accademici, alcuni politici, tutti a corredare i propri post sui social in sua difesa, in difesa della sua libertà, con gli hashtag #freepatrick, #freepatrickzaki…

Tra quelli che si sono schierati dalla parte di Zaki c’è anche il movimento politico “Possibile” guidato da Civati e a cui prendono parte sempre più persone. Parallelamente al progetto politico, c’è un progetto editoriale molto interessante che si sta spendendo parecchio per la causa, “People”, che ha pubblicato un libro scritto da Marco Vassalotti, attivista di “Possibile-Reggio Emilia”, dal titolo “Voglio solo tornare a studiare – #freepatrick”(scaricabile gratis in formato Ebook), un diario in cui, dal momento del suo arresto a Il Cairo, raccoglie giorno per giorno (o quasi) gli accadimenti che scandiscono il ritmo di questa assurda e fin troppo longeva vicenda.

Ma c’è un altro fattore alla luce del quale bisogna analizzare questa vicenda: i rapporti diplomatici e affaristici tra Italia ed Egitto. Già, perché è venuto fuori che l’Italia continua a rifornire di armi l’Egitto, nonostante la nostra costituzione vieti di avere rapporti di questo tipo con paesi che non rispettano i diritti delle persone. Dopo questa scoperta, assistiamo ad un’ondata di indignazione che non è comunque servita a risolvere la vicenda. Ma è notizia di oggi che il Senato ha dato il via libera alla cittadinanza italiana per Patrick Zaki. La strada è quella giusta, ma per ora ancora nessuna trattativa col governo egiziano.

Per fortuna Patrick non è solo: la sua famiglia in primis, la sua fidanzata, i suoi avvocati e tutti noi che ci siamo schierati dalla sua parte, tutti insieme contribuiamo a tenere viva l’attenzione. Nell’ultima visita della sua ragazza in carcere, Patrick è riuscito a farci pervenire un messaggio: “Ancora resestendo. Grazie tutti tutti (=)”. Se resiste Patrick in quelle condizioni, se lui nonostante tutto cerca di abituarsi a questa situazione e a non mollare, non dobbiamo farlo neanche noi.

Liberate Patrick Zaki, colpevole solo di essere un attivista per i diritti umani e di essere nato in un paese in cui questo è considerato un reato di terrorismo che mina la pace della nazione. 

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