Di Toni Capuozzo

Vent’anni fa, il 24 marzo 1999, cominciavano i bombardamenti su Belgrado. Ero lì. Cosa ricordo, in due parole? La prima notte, e tante notti. I missili sul grattacielo accanto al mio albergo, dove c’era la radio della figlia di Milosevic. Quello sull’ambasciata cinese. Quello sulla televisione di Stato, con 19 morti (giornalisti, montatori, tecnici invisi al regime, messi apposta a fare il turno). Le bombe a grappolo su Nis. Quelle su un treno civile e su un convoglio di profughi in Kossovo. L’aereo invisibile americano abbattuto. La gentilezza della censura militare, e quella dei serbi qualunque: ero di un paese nemico, e al massimo mi dicevano parole di amarezza. Li avevo visti assediare Sarajevo, li vedevo vittime. Ricordo quando sentivo al telefono che i caccia decollavano da Aviano, e poco dopo sentivo il rombo minaccioso sulle nostre teste. Ricordo il funerale di un giornalista oppositore, ucciso in circostanze oscure (ci andai, e non era facile), e quello di una bambina uccisa da una bomba intelligente (non ci andai, perché mi sembrava una provocazione, ma tornai a casa sua due anni dopo, a spiegarmi e a vergognarmene). Ricordo una certa passività del mio Paese (forse perché al governo c’era D’Alema), il silenzio sugli errori – ma non erano crimini anche quelli ? – della Nato, le visite strane al despota Milosevic (comunisti e i primi leghisti italiani, le madri di Plaza de Mayo), la solitudine degli oppositori: era un paese in guerra, e le cronache idealizzavano la resistenza kossovara. Ricordo tanti amici che non ci sono più: Antonio Affaitati, Bruno Crimi, Julio Fuentes, che morirà in Afghanistan,il giornalista cileno che si toglierà la vita, colleghi che sono andati in pensione come Guido Alferj o Vittorio Dell’Uva, i miei bravi operatori, gli autisti che rischiavano con noi. Durò 78 giorni, e non servì a nulla, forse. Milosevic cadrà molto tempo dopo, la Serbia fatica e l’Europa è lontana, il Kossovo è uno Stato un po’ così, i monasteri serbi sono salvi sotto scorta, nessuno ha pagato per gli “sbagli”, e il tempo li ha assolti. Il tempo passa, qualche bel tatuaggio e qualche brutta cicatrice restano per sempre.

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