Di Giuseppe Masala

Oggi, nel 1975, moriva tragicamente Pier Paolo Pasolini. Con lui se n’è andata l’ultima sentinella. L’ultimo grande intellettuale coerentemente di sinistra. Una sinistra che non perse occasione per vilipenderlo ed emarginarlo. Fatto salvo poi, impossessarsi della sua figura elevandolo a santino innocuo. Quello che Pasolini non può mai diventare perchè la sua opera vive e oggi più di ieri ci lascia spiazzati, ci ammonisce e ci pone domande alle quali, tragicamente non riusciamo a dare risposte. E sopratutto, la sinistra non riesce più a dare risposte: ormai è una parte politica priva di una visione organica, di un progetto di società, e che si limita ad andare al traino dei potentati economici e dei suoi spin doctors che plasmano una società edonistica di plastica, appiattita sul consumo.
Una sinistra che si candida a governare l’eterno presente pubblicitario – quando va bene – come una brava massaia. Senza alcuno slancio ideale e senza un orizzonte progressivo.
Ed è per questo che ha bisogno di intellettuali addomesticati se non finti, con idee prêt-à-porter, da cambiare come un maglioncino a seconda delle esigenze degli spin doctors delle agenzie pubblicitarie: oggi contro il riscaldamento globale, domani contro il raffreddamento globale, dopodomani a combattere l’entusiasmente battaglia per la difesa dei ricci di mare. Intellettuali dalla pubblicazione facile; dai fascistometri all’articolo a comando. Principi della comparsata televisiva, baroni dei premi letterari. Davvero, quanto ci manca Pasolini, come disse Sciascia alla notizia della sua morte: siamo tutti più soli, più disarmati, perchè con Pasolini si era d’accordo soprattutto quando aveva torto.

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