Di Andrea Zhok

Spesso i bambini, se inciampano in un sasso sporgente, o battono la testa su uno spigolo, si arrabbiano con l’oggetto che gli ha cagionato dolore, lo percuotono, e si risentono con esso.

Nello stesso senso, i bambini quando cominciano a percepire un disagio dovuto alla stanchezza crescente, cominciano a piangere a dirotto, e trovano apparenti ragioni per piangere in qualunque contrarietà possibile gli stia attorno.

La crescita e la maturazione intellettuale sono un processo, faticoso, non spontaneo, ma importantissimo nella specie umana, in cui si impara ad attribuire colpe solo in presenza di chiare azioni intenzionali, e si impara a distinguere cause organiche e fisiologiche (stanchezza, dolore) da ragioni di matrice pubblica (significati, inferenze).
Non sempre è facile tenere ferma questa distinzione. Anche gli adulti, se logorati dalla stanchezza o dal dolore possono ritornare momentaneamente in una condizione simil-infantile, sentirsi irritati da un oggetto che li ostacola, o prendere un’alterazione organica per qualcosa che avrebbe ragioni di ordine intenzionale (colpe).
La capacità di preservare questa facoltà di discernimento, tipica dell’adulto dotato di autocontrollo, dipende in parte da quanto buona sia stata la propria educazione (quanto ci si è esercitati in passato a operare tali distinzioni), e in parte dal livello di stress cui si è sottoposti (e alla tolleranza soggettiva allo stress).

Ora, con tutta evidenza gli ultimi due mesi di lotta al Covid-19, in parte per la condizione di clausura, in parte per le preoccupazioni economiche, hanno incrementato i livelli stressori di quasi tutti gli italiani, e molti, moltissimi, tra di essi hanno iniziato a presentare segni di regresso verso reazioni di tipo infantile.

Il primo segno, il più precoce, di questa crescita del logoramento è stato la fioritura di ipotesi di complotto, e in particolare di quelle che cercavano un colpevole dell’epidemia. E’ importante notare che questa operazione mentale non ha alcuna funzione operativa, ma di mero sollievo psicologico. Se si chiede a qualcuno che imputa l’origine dell’epidemia agli esperimenti sui soldati americani, o a una fuga dai laboratori cinesi cosa cambierebbe ora nella sua gestione delle cose, non ha nulla da rispondere, perché in effetti non cambierebbe niente. Ciò che però cambia psicologicamente è il sollievo di poter dare una forma definita al nemico, potendo così far convergere su di esso il proprio odio, il proprio risentimento.

Ma con il passare del tempo, e il crescere dei livelli stressori, la ricerca di colpe da imputare è divenuta sempre più frenetica, e sempre meno attenta alle distribuzioni ordinarie di probabilità. (Un’alterazione delle distribuzioni di probabilità normali a favore di distribuzioni improbabili, ma che ci provocherebbero disagio personale, è peraltro un tipico tratto delle fasi iniziali dalla paranoia).

Ci si comincia a muovere sempre più chiaramente in un’atmosfera pervasa da animismo e wishful thinking, dove le ipotesi trovano facilmente credito trasformandosi di ‘quasi-certezze’ su cui costruire ulteriori ipotesi. Si tratta di un processo fisiologico, di solito legato a condizioni di panico, ma che può intervenire anche in altri casi: di fronte ad una crescita incontrollata del disagio si scatena la ricerca multidirezionale di una causa su cui poter intervenire, una spina da poter togliere dalla ferita.
Così, voci di corridoio (o di social) divengono prospettive accreditate che ci danno la momentanea speranza di poter alleviare il disagio. Nella fattispecie dell’attuale epidemia questa dinamica è amplificata dalla scarsità oggettiva di conoscenze consolidate. A questo punto, la spinta psicologica alla ricerca della congettura più soddisfacente (meno frustrante) tende a espandersi senza controllo.

Di fatto, in caso di scarsità di conoscenze obiettive esistono specifiche forme di conoscenza, di carattere procedurale e metodologico, conoscenze che non sostituiscono quelle materiali (caratteristiche del virus, cure possibili, ecc.), ma che definiscono il modo più fecondo per esplorare metodicamente più percorsi in parallelo, restando pronti a cambiare strada in corso d’opera.
In questi casi si procede adottando principi basati sulla comparazione di scenari alternativi. Qui, naturalmente, ad ogni argomento che a posteriori dicesse che un certo percorso ‘si è dimostrato sbagliato’ si deve rispondere che ciò cui si mirava non era ‘evitare gli errori’ (impossibile se non si sa già dov’è l’errore), ma esplorarli in modo da poterne trarre correttivi utili, senza che l’errore risulti catastrofico.

E’ come andare in una giungla ignorando se incontreremo burroni o bestie feroci: nessuno ci può garantire a priori che non troveremo crepacci letali o fiere in agguato, ma quello che possiamo fare è adottare un modo di avanzare che permetta di porre rimedio nel caso di un incontro spiacevole (procederai con passi prudenti, evitando di fare troppo rumore, brandendo un’arma, con una scorta di viveri, e non invece correndo all’impazzata e lasciando ogni oggetto che ti appesantisse nella corsa: quest’ultima strategia potrebbe rivelarsi a posteriori quella giusta, ma, in condizioni di incertezza, la si lascia di riserva.)

Tutti coloro i quali ora si affacciano in pubblico spiegando che, ecco, hanno sbagliato tutto, “tutta sta camminata circospetta e non c’era nessuna bestia feroce!” – o al contrario – “avete preso quella strada e proprio lì c’era una bestia feroce!”, tutti questi che sono legione e in continua crescita, sono purtroppo semplicemente soggetti mentalmente o culturalmente inadeguati a valutare le circostanze attuali.

E questo sarebbe un problema marginale, se non fosse che si diffondono anche messaggi particolarmente pericolosi, che chiamano alla ‘disobbedienza civile’, un ideologismo libertario che può prendere facilmente piede nel contesto attuale.

L’incastro particolarmente pericoloso che ci troviamo davanti è quello tra, da un lato, la spinta di cui sopra a trovare un capro espiatorio, e dall’altro l’ancoramento di questa istanza in un retroterra di individualismo libertario che è stato accuratamente coltivato nell’ultimo mezzo secolo. Questa due tendenze possono confluire facilmente in un quadro in cui lo Stato o l’Autorità o la Politica possono essere identificate come la causa su cui scatenare la propria frustrazione, e nel farlo ci si può sentire investiti di un’aura di ribellione libertaria, tinteggiata di ‘diritti’ e connotata come ‘rifiuto dell’oppressione’.

I problemi che abbiamo davanti sono appena all’inizio e la tenuta psicologica di molte persone è già al limite. Non ci vuole molto perché un ‘casus belli’, un errore, un abuso, anche un fraintendimento, accenda la miccia e crei condizioni di puro e semplice caos. Nelle settimane e nei mesi a seguire, a fianco di condizioni economicamente pesanti ci troveremo ad affrontare situazioni in cui, nel migliore dei casi, complice la bella stagione, il virus ridurrà la morsa (e allora salirà la rabbia di chi dice che “è stata un’esagerazione, un errore dello Stato che ha colpito l’economia”), o in alternativa, potrebbero esserci ritorni di fiamma del virus (e allora salirà di tono la caccia all’untore, il tutti contro tutti di categorie che cercheranno di far chiudere qualcun altro, giurando di essere innocenti come gigli.)

L’unica speranza è che, almeno in parte, la tensione accumulata nella popolazione negli ultimi due mesi si stemperi. Non invidio, comunque, chi dovrà prendere decisioni nell’interesse pubblico nelle prossime settimane, perché qualunque cosa farà sarà percepito come un errore, un abuso, o entrambi.

Dipinto di Pieter Bruegel il Vecchio, “La parabola dei ciechi” (1568)

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