Di Andrea Zhok

E’ interessante comprendere la profonda differenza di atteggiamento tra le classi dirigenti di paesi diversi, anche nella stessa cornice europea.

Se guardiamo all’ambito dell’Unione Europea vediamo come, i due giocatori maggiori, Germania e Francia, abbiano avuto cura entrambi nel creare per sé aree di sovranità monetaria ad hoc, nonostante l’apparente superamento delle monete nazionali.

La Germania ha acconsentito ad aderire all’euro, lasciando il marco, solo a patto di trasferire i regolamenti della Bundesbank alla BCE, e collocandosi in una posizione di perenne vantaggio finanziario all’interno dell’UE, che si presenta come un marco strutturalmente sottovalutato.

La Francia, a sua volta, ha creato la sua area di supremazia monetaria detenendo le leve e definendo le regole del franco CFA, il che gli conferisce una maggiore capacità di attutire shock finanziari rispetto ad altri paesi. In questo senso sono patetici quei commentatori che spiegano i 200 punti di differenziale dello spread tra Francia e Italia in termini di differenti politiche interne: il profilo finanziario estero dei due paesi è ovviamente il fattore determinante, e quello francese si avvale della sua eredità coloniale.

Rispetto a Francia e Germania (e a maggior ragione, Giappone, USA, Cina, o UK) l’Italia appare con un profilo psicologico delle classi dirigenti affine a quello dei paesi del Terzo Mondo.
Infatti, proprio come in molti paesi dell’area CFA, anche in Italia le nostre classi dirigenti hanno ritenuto che il paese non potesse salvarsi prendendo decisioni autonome, che avesse bisogno di un maestro esterno, di una disciplina forzosa. Secondo una dinamica autorazzista da paese colonizzato, le classi dirigenti italiane hanno ritenuto di dover disciplinare il proprio popolo consegnandolo ai vincoli esterni dei mercati e di un apparato normativo gestito all’estero (specificamente a Francoforte).

Questa, sia ben chiaro, non è una lettura maliziosa degli eventi, ma semplicemente la registrazione di quanto reiteratamente affermato da quei membri delle classi dirigenti che hanno maggiormente contribuito all’attuale subordinazione: Guido Carli, Romano Prodi, e poi anche Mario Monti. Nelle dichiarazioni pubbliche e nei testi consegnati alle stampe si ritrova più volte l’idea che la disciplina esterna indotta dall’UE (e dai mercati attraverso di essa) dovesse servire a contenere le pretese della gente, e a correggere quella che viene descritta in sostanza come una sorta di ‘innata propensione italica alla corruzione’. Come le classi dirigenti del Gabon o del Burkina Faso alla fine della colonizzazione francese, così anche le classi dirigenti italiane (probabilmente misurando l’italiano medio su sé stessi) ritenevano che l’Italia non potesse ‘salvarsi da sola’ per ragioni essenzialmente morali.
Alla nostra naturale propensione alla corruzione e all’inefficienza avrebbe però posto rimedio la grande mamma tedesca, che ci avrebbe rimesso in riga con qualche burbero colpo di mattarello (o si dice “mattarella”?).

Nel discorso delle élite italiane in effetti il tema dell’insufficienza, piccolezza, insignificanza, debolezza, corruzione, inefficienza dell’Italia è un tema costante. Del tutto indifferenti alla moltitudine di paesi piccoli o minuscoli che se la cavano egregiamente senza deleghe di sovranità, il refrain delle nostre classi dirigenti (e del loro apparato mediatico) è consistito e consiste nel puntare il dito costantemente sulla piccolezza e insufficienza italiana, e poi sulle nostre innate colpe morali (corruzione, sciatteria).

Questo meccanismo, che è innanzitutto psicologico, differenzia chi nello scenario mondiale attuale si propone come un protagonista e chi si propone come vittima designata.

I protagonisti sono coloro i quali concepiscono il proprio paese come essenzialmente capace di farsi carico del proprio destino e delle proprie sorti, che non si vergogna di sé, della propria cultura, delle proprie capacità e scelte. Queste classi dirigenti sanno di avere innanzitutto un dovere nei confronti della propria popolazione, e poi possono giocare all’esterno a seconda della bisogna, ruoli più o meno concilianti, ma sempre tenendo ferme le priorità.

Le vittime sacrificali sono invece quei paesi le cui classi dirigenti si pensano ad essi estranei, ritenendo il paese stesso essenzialmente irrecuperabile. Come le classi dirigenti di molti paesi africani, così anche quelle italiane, hanno ritenuto che il loro popolo fosse incorreggibile, irredimibile, e che l’unica salvezza stesse nel delegare ad altri la sorveglianza, riservando peraltro a sé stessi una posizione di privilegio personale, come ufficiali di collegamento e garanti all’interno di poteri esteri.

Nel mondo reale, con le sue dinamiche competitive, le sorti dei paesi che si leggono come protagonisti e di quelli che si pensano come vittime tendono e tenderanno a divergere sempre di più, perché gli scambi tra i primi e i secondi sono sempre scambi ineguali, che amplificano la forbice economico-produttiva.

L’autorazzismo delle classi dirigenti di un paese è perciò la premessa del suo naufragio.

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