Di Gian Micalessin

Esimio Presidente Sergio Mattarella spiace tirarla per la giacca, ma riteniamo che l’Italia abbia ancora una volta bisogno di Lei e del suo ruolo di rappresentante dell’unità nazionale.

Il 10 febbraio è alle porte e con esso una Giornata del Ricordo istituita per commemorare la tragedia delle foibe e l’esodo dei profughi istriani. Purtroppo a 15 anni dalla sua istituzione la Giornata del Ricordo sembra una cerimonia vetera e stantia, pronta ad esser non solo ignorata, ma perfino contestata o negata. Eppure resta una giornata fondamentale per ricomporre una lacerazione che tanti italiani, come il sottoscritto, vivono sulla propria pelle. Sono nato a Trieste da una famiglia di origini istriane e ricordo con inquietudine i giorni in cui da ragazzino passavo davanti alla Foiba di Basovizza. A segnare quel pozzo minerario tomba di tanti italiani non c’erano stele o mausolei. Quella foiba circondata dal filo spinato e da pochi fiori era un buco nero della memoria e del dolore. Nel suo antro erano state cancellate le vite di centinaia di italiani delle più disparate idee e convinzioni. C’erano finiti i reduci colpevoli di aver vestito la divisa fascista, ma anche tanti partigiani convinti che Trieste non potesse diventare jugoslava. E tanti innocenti spinti nel baratro da calunnie e maldicenze. Ma raccontarlo non si poteva. La voragine inghiottiva anche la memoria e il coraggio dei nostri genitori. Nel descriverlo abbassavano la voce, calavano gli occhi sussurravano un segreto pesante da condividere. Il perché lo capivi appena fuori da Trieste quando parlandone scoprivi lo stupore per un racconto mai letto sui giornali, mai visto alla televisione, mai appreso dai libri di scuola.

Per quasi 60 anni due Italie hanno convissuto separate dal silenzio o dall’ignoranza. L’Italia di chi sapeva, ma non lo raccontava, e l’Italia di chi ne era all’oscuro. Nel 2005 l’istituzione della Giornata del Ricordo sembrava aver riunificato la memoria del Paese. Ma 15 anni dopo quell’obbiettivo sembra vanificato. I sintomi di un ritorno al passato sono evidenti. Alcuni rappresentanti di un’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia che conta molti caduti anche nelle foibe si sono resi protagonisti di azioni volte a negare o a riscrivere gli eventi che la Giornata del Ricordo deve commemorare. Fra le più controverse un convegno con la partecipazione di presunti esperti che i più titolati storici dell’argomento, come Raoul Pupo, docente all’Università di Trieste e Roberto Spazzali direttore dell’Istituto per la storia del Movimento di Liberazione, definiscono negazionisti o riduzionisti.

Un errore capitale per un’associazione come l’Anpi che ha tra le sue finalità la lotta al negazionismo. Ma il problema non è l’Anpi. Il problema è lo scarso impegno profuso dalle istituzioni nel corroborare e ravvivare quel ricordo. L’esempio più evidente è il paradosso di un film come Red Land. Rosso Istria incentrato sulla vicenda di Norma Cossetto la «giovane studentessa istriana catturata e imprigionata dai partigiani slavi» che – come ricordò il Presidente Azeglio Ciampi dedicandole una memoria d’oro al valor civile – venne «lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba».

Eppure nonostante sia il primo a raccontare questa tragedia il film è stato condannato a pochi giorni di programmazione nelle sale periferiche delle grandi città. Un’insensibilità riscattata dalla programmazione Rai ma che testimonia come come parte della nostra storia sia ancora lontana dal diventare memoria condivisa. Eppure Lei converrà, Signor Presidente, che rinunciare ad una storia comune è quanto mai pericoloso perché significa contribuire a divisioni, lacerazioni e manifestazioni di odio di parte. Per questo Signor Presidente abbiamo bisogno della sua voce e del suo impegno. Lei – come scrive la Costituzione – è il rappresentante dell’unità nazionale. A Lei in vista del 10 febbraio chiediamo un messaggio forte e autorevole capace di spazzare via le ambiguità e rinnovare il senso di una tragica memoria condivisa.

Da Il Giornale dell’8 febbraio 2019 

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