Libano, Afghanistan, Jugoslavia, Cecenia, Ruanda, Iraq, Libia. Fausto Biloslavo ha raccontato le tragedie degli ultimi quarant’anni direttamente dal campo di battaglia, pagando personalmente il pegno del giornalismo di guerra con il suo arresto nelle carceri afghane, nel 1987, quando fu catturato dal regime filo-sovietico di Kabul.

Unico reporter ad aver fotografato la fuga da Beirut di Yasser Arafat, Biloslavo é stato anche l’ultimo giornalista italiano ad aver intervistato il Colonnello Mu‘ammar Gheddafi, ucciso otto anni fa dalla coalizione Nato che, trascinando il Raìs all’altro mondo, ha gettato la Libia in piena guerra civile, destabilizzando il Mediterraneo e l’Europa.

Ma questa profonda conoscenza della guerra non sembra sufficiente a vedersi garantiti il diritto di parola. E così, invitato alla facoltà di Sociologia dell’Università di Trento dall’UDU (Unione degli Universitari) per raccontare la Libia, il Collettivo Universitario Refresh sbarra le porte dell’Ateneo, essendo Biloslavo un noto “fascista”.

«La mia colpa?» scrive il reporter, «Essere un uomo “nero” come dimostrerebbe la militanza nel Fronte della gioventù di Trieste, 40 anni fa, quando portavo i calzoni corti, fino agli articoli sul Giornale». Un altro sintomo di “fascismo” sarebbe poi il suo impegno intellettuale sulla tragedia delle foibe.

Striscione esposto all’ingresso della facoltà di sociologia (Facebook)

Scrive ancora Biloslavo:«Un gruppo di facinorosi di estrema sinistra è riuscito a impedire che prendessi la parola alla facoltà di sociologia. Da giorni facevano cagnara e hanno appeso uno striscione all’ingresso con lo slogan “fuori i fascisti dall’università”». Una clima di intolleranza, quello provocato dai collettivi universitari, comune a molti atenei italiani, e nei cui confronti i rettori sembrano possedere pochi strumenti di controllo.

Quello che accomuna tanti intellettuali e giornalisti di “destra” – ma non solo – da Marcello Veneziani ad Alain de Benoist, da Biloslavo a Giampaolo Pansa (storica firma di Repubblica), non è soltanto l’abitudine a vedersi sbattute in faccia le porte delle sale in cui vengono invitati, ma la totale indifferenza con cui questi atti di insopportabile censura vengono accolti dal sistema mediatico e accademico.

Un dispregio della dignità professionale e del rispetto umano che, quando viene riservato ai soliti eletti dell’intelligencja nazionale – da Gad Lerner a Roberto Saviano -, viene (giustamente) denunciato per giorni dalle prime pagine di tutti i giornali, i quali non perdono l’occasione per sventolare (meno giustamente) il ritrito e imminente pericolo del ritorno del fascismo.

Gian Micalessin, storico compagno di Fausto Biloslavo, oggi ha scritto su Il Giornale di come il disprezzo per i giornalisti di destra sia un fenomeno che non ha conosciuto discontinuità negli ultimi cinquant’anni. «In quei mesi disperati in cui nessuno ti garantiva solidarietà», scrive Micalessin ricordando l’arresto di Biloslavo a Kabul, «l’unico a rispondere fu Il Giornale di Indro Montanelli», mentre gli altri lo liquidarono «come fascista».

Ed anche nel caso dell’Università di Trento, sono pochi i giornali, per lo più locali o indipendenti, che hanno dato notizia della censura. Come non sono pervenute dichiarazioni da parte dell’Ordine dei giornalisti e di colleghi, fatte alcune dovute eccezioni. Fosse successo ad altri giornalisti o intellettuali, avremmo assistito a ben altri (motivati) proclami.

È il gioco del conformismo intellettuale, delle posizioni di comodo di scribacchini fighetti che si lavano le mani alla maniera di Pilato per non rischiare di difendere personalità che orbitano al di fuori di un certo modo di pensare che pare l’unico possibile. Micalessin, nel suo articolo, parla di “pensiero unico di sinistra”. Veneziani invece, nel suo libro Tramonti (Giubilei Regnani), parla di “egemonia culturale di sinistra”.

«In che cosa consiste oggi l’egemonia culturale?», scrive Veneziani. «In una mentalità dominante» che «s’è fatta codice ideologico e galateo di correttezza politica, intolleranza permissiva e bigottismo progressista». «Chi ne è fuori», scrive, «deve sentirsi in torto, deve giustificarsi, viene considerato fuori posto e fuori tempo, ridotto a residuo del passato o anomalia patologica».

La redazione de Gli Indifferenti, come ha già fatto in altri casi, denuncia la censura subita da Fausto Biloslavo, a cui va tutta la nostra solidarietà. Nello stesso tempo, denuncia il clima di intolleranza intellettuale e politica nei confronti di tutte le legittime idee che non vogliono essere ricondotte alle diverse categorie della “sinistra”. Questo porta spesso l’accusa di stare dalla parte sbagliata. Meglio così. Del resto è «il conformista», scrive Gaber, «quello che sta sempre dalla parte giusta».

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