Di Andrea Zhok

In recenti discussioni sul fenomeno della ‘musica trap’ ho incontrato un’obiezione interessante, che può suonare così: “C’è una contraddizione tra la condanna di forme di cultura pop come ‘cultura degradata’ e il rispetto del popolo e della cultura popolare.”

L’idea è che se qualcosa è ‘popolare’ ( = ha un ampio seguito), ciò la legittima come parte della ‘cultura popolare’, condannare la quale sarebbe elitario e snob. Delle due l’una: se preservi un’opposizione tra cultura nobile e cultura degradata, ti collochi in una posizione elitista; se aderisci ad una dimensione popolare, rinunci ad ogni gerarchizzazione qualitativa che non sia basata sulla diffusione.

Per impostare una risposta a tale questione è necessario tentare prima una definizione di cosa sia ‘cultura’. Naturalmente una definizione adeguata richiederebbe molte precisazioni e cautele, ma proviamo ad andare direttamente al nocciolo, anche a rischio di alcune incomprensioni.

Ciò che chiamiamo ‘cultura’ è essenzialmente ‘tempo sociale coagulato’. Si tratta dell’esito di un accumulo intertemporale di esperienze condivise e condivisibili.

In ogni istante la cultura di cui siamo portatori rappresenta la nostra forma di vita, con tutte le sue propensioni, le sue scelte irriflesse, gli abiti consolidati, i gusti, le abilità, le credenze e aspettative.

La cultura esiste innanzitutto in una forma tacita: quella degli abiti, dei costumi, delle pratiche e delle tradizioni viventi.
E poi essa esiste in una forma esplicita: quella dei saperi verbalizzabili, dei manufatti, delle storie, delle conoscenze teoriche.

Una cultura cresce attraverso due fattori fondamentali: a) l’elaborazione intersoggettiva (che in rari casi è elaborazione intersoggettiva interiorizzata, da parte di ‘autori’) e b) la stratificazione temporale.
Non può esistere nessuna cultura dove non c’è elaborazione intersoggettiva o dove non c’è continuità temporale dell’esperienza comune.
Che si tratti di cultura musicale, gastronomica, religiosa, filosofica, mitologica, ecc. in ogni caso una cultura è una forma di tradizione (cioè legata al tramandare) in cui il passato condensato sorregge le scelte presenti, e viene poi raffinato e corretto dall’interazione con la realtà corrente. Accanto all’equilibrio organico (la salute), non c’è cosa più preziosa e decisiva per ciascun essere umano.

Ora, questa sommaria definizione di cultura ci dovrebbe permettere di capire tre cose, sufficienti a risolvere l’apparente paradosso iniziale.

1) In primo luogo, la cultura è sempre innanzitutto l’esito di un portato comune, e in questo senso è sempre popolare. Noi possiamo venerare il genio musicale di autori come Mahler o Brahms, ma quel genio è reso possibile dall’immensa tradizione che confluisce nel loro pensiero musicale. Non è letteralmente possibile immaginare una nota di violino, lo stagliarsi di un corno, un crescendo orchestrale, ecc. senza dietro la storia evolutiva di ciascuno strumento musicale, la sperimentazione sonora dei materiali, la notazione musicale, la tradizione orale e pratica degli esecutori, ecc. Non poteva nascere un Mahler nella Terra del Fuoco o nel Kalahari, anche se poteva ben nascervi un uomo con un genoma identico. Ciascun autore individuale è sempre immensamente tributario di un portato culturale collettivo, senza di cui quel fenomeno (qui musicale) non sarebbe mai potuto esistere. Questo non riduce l’individuale al collettivo, ma rende chiaro come l’individualità ‘autoriale’ sia una specifica ramificazione di uno specifico portato culturale collettivo.

In questo senso si può cominciare a capire come la contrapposizione tra cultura ‘alta’ (autoriale) e cultura popolare sia fuorviante. Non c’è nessuna opposizione. La prima cresce dalla seconda come sua introiezione, frutto di un addestramento specialistico, e come sua elaborazione intensiva. Non c’è grande scrittore, poeta, scultore, musicista, architetto (o magari chef) senza una consolidata tradizione collettiva alle spalle.

2) Questa prospettiva ci consente di vedere perché il sistema sociale di produzione tipico del capitalismo liberista sia latore di un’intrinseca tendenza al disfacimento di ogni cultura. Infatti ogni sistema sociale di produzione è anche un sistema di riproduzione delle relazioni sociali, e il modello liberista induce due processi distinti e convergenti che sterilizzano la cellula generatrice di qualsivoglia cultura.

Innanzitutto il modello liberista riduce ai minimi termini tutte le relazioni interumane di natura non strumentale, obliterando l’otium, cancellando le forme di trasmissione interpersonale e lo stesso interesse per tale trasmissione: esso incentiva l’isolamento assiologico dell’individuo, che non ricerca un codice espressivo comune, ma piuttosto si dispone a mero fruitore passivo di prodotti culturali già pronti. In questo senso il capitalismo liberista è un infaticabile CONSUMATORE di cultura nel doppio senso che ne fruisce passivamente (consumisticamente) e nel senso che ne consuma le fonti, inaridendole.

In secondo luogo, il modello relazionale liberista esige mobilità e accelerazione dei fattori di produzione, esseri umani innanzitutto. Esso riduce tutti i tempi morti, minimizza tutte le fasi di permanenza e continuità sia nei rapporti territoriali che interpersonali, frammenta le continuità temporali e promuove fruizioni a breve termine invece che costrutti destinati a durare. Viene così meno il vero terreno in cui una cultura può nascere e prosperare: rapporti e progetti intersoggettivi perduranti nel tempo. Il liberismo produce sempre meno cultura, ma trasformando la cultura in un prodotto di consumo, ne incentiva un consumo frenetico. Crea, facendoli passare per creative ‘contaminazioni’, grandi ammucchiate di prodotti culturali di mille provenienze diverse, operandone una sistematica volgarizzazione, un impoverimento, una standardizzazione. Opera dunque uno sfruttamento dei giacimenti di tradizioni culturali consolidate, riducendole ad un minimo comune denominatore estesamente fruibile. Ad essere ‘messi in tavola’ sono frutti sterilizzati e immiseriti di eredità passate, che vengono riproposti in forme semplificate e standardizzate, per essere facilmente digeriti e rapidamente espulsi nel ciclo di consumo.

Cent’anni fa le occasioni in cui qualcuno poteva ascoltare musica erano rare e, per ciò stesso, speciali e qualificate. Oggi c’è gente che passa le giornate in costante bulimica stimolazione acustica, ridotta a particelle ritmiche e protomelodiche ridondanti. La stimolazione ‘musicale’ si è ampliata infinitamente, l’esperienza musicale si è assottigliata fino all’insignificanza.

3) Le considerazioni precedenti ci permettono anche di dissolvere l’apparente enigma di partenza. L’enigma va risolto distinguendo tra cultura popolare e cultura volgare, che nonostante l’etimologia affine vanno nettamente separate. La cultura popolare autentica è cultura in senso pieno in quanto abbraccia insieme la produzione e la fruizione. Si costituiscono nel tempo e nelle relazioni interpersonali dei canoni, delle forme, che guidano sia la produzione culturale a venire, sia le modalità in cui essa viene percepita e giudicata. La ‘complessità’ del prodotto culturale qui non è mai la semplice complessità di un oggetto culturale o di una ‘performance’, ma è insieme la complessità di una cultura tacita dell’esperire e giudicare sociale. Pensiamo ad una forma artistica così primitiva come la ‘musica’ etnica per il didgeridoo australiano. La complessità del ‘prodotto musicale’ è, per i nostri parametri, molto bassa, ma questa semplicità è apparente e non ha nulla a che fare con la semplificazione del prodotto culturale di consumo. Il fatto è che quella ‘musica’ non è affatto un ‘prodotto musicale’, ma una forma espressiva che può aver luogo legittimamente solo in specifici contesti di fruizione (rituali, religiosi, mitopoietici, ecc.), e con uno specifico retroterra umano. Quella complessità non è niente che possa essere trasportato con un registratore, ma è accessibile solo a chi partecipa di quella forma di vita. In questo senso quell’espressione culturale non è affatto ‘semplice’, anzi è così complessa da non essere riproducibile: richiede un’ampia stratificazione di esperienze comuni e l’apprendimento di molte capacità (di cui quelle esecutive sono solo minima parte) per poter essere propriamente vissuta.

Tutt’altro discorso vale per la ‘cultura di consumo’, che non è affatto un prodotto popolare (nel senso di frutto di un’elaborazione intertemporale condivisa), ma è ‘popolare’ nel mero senso di ampiamente accessibile e dunque smerciabile.

L’accessibilità dell’autentica cultura popolare è data dalla partecipazione durevole, di norma intergenerazionale, del popolo sia alla sua produzione che alla sua fruizione. Essa non è universalmente accessibile, ma lo è per chi vi partecipa. Nella produzione di una cultura la prima cosa ad essere costantemente prodotta è la forma del fruitore, del popolo.

Questa strada è impossibile per la ‘cultura di consumo’ che non può crescere su tempi lunghi né grazie a interazioni collettive. La cultura di consumo deve prendere i gusti del fruitore come gusti dati, il cui retroterra è ignoto. L’unico modo per fornire il prodotto ‘culturale’ di consumo è perciò dato da una riduzione ai minimi termini dei codici espressivi disponibili. Ciò avviene adottando sostanzialmente una regola del minimo comune denominatore, elidendo tutto ciò che presenta un tasso di significatività (informatività) in qualche modo non ovvio. Questo è ciò che caratterizza la cultura volgare rispetto alla cultura popolare. La cultura di consumo è volgare in quanto si tratta di qualcosa che punta scientemente ‘verso il basso’, dove il basso è precisamente quel minimo comune denominatore che può essere assimilato e digerito dal maggior numero. La differenza con la cultura popolare è qui netta. La cultura popolare non mira affatto al ‘minimo comune denominatore’, ma eredita una forma e chiede che produttori e fruitori si portino all’altezza di quello standard. L’autentica cultura popolare in questo senso è attiva, pedagogica, formativa. Al contrario, la cultura volgare è passiva; essa accetta, e anzi incoraggia, l’ignoranza come qualcosa che le semplifica il lavoro, visto che “il cliente ha sempre ragione”.

È da questo punto di vista che si capisce quanto sia imperdonabile l’atteggiamento di coloro i quali per decenni hanno sdoganato ogni forma di cultura volgare (e sempre più volgare) richiamandosi alla necessità di ‘non essere snob’ e di ‘non giudicare il popolo’. Mai atteggiamento è stato più schiettamente elitista e sprezzante di questo. Con la scusa di ‘non giudicare il popolo’ si è cercato di mettere in salvo il meccanismo volgarizzante della cultura di consumo, e con ciò i lauti profitti che essa garantiva. Il liberismo infatti adora il popolo quando riesce a vendergli perline e specchietti (o a farglieli produrre in serie) salvo ritirarsi schifato quando quello stesso popolo, allevato a spazzatura, non si dimostra un perfetto gentleman nel sollevare le proprie rivendicazioni.

L’autentica cultura popolare, dove sopravvive, può spesso competere con la cultura ‘alta’ in molte forme di giudizio. Questo è quanto è racchiuso nell’idea stessa di ‘buon senso’ o ‘senso comune’, che non di rado dà i punti alle astrattezze libresche e raccogliticce di una sedicente élite intellettuale (quella cui basta una laurea su carta di formaggio per sentirsi élite). Solo una cultura autoriale che abbia salde radici nelle forme della cultura popolare può effettivamente rappresentare un guadagno rispetto alla cultura popolare stessa.

Ma l’autentica cultura popolare è quella cultura che ha dietro comunità storiche che si permettono tempi e forme di vita dotate di solidità e continuità. È inutile dire che questa forma di cultura popolare è da tempo minacciata e in progressiva riduzione, mentre la cultura volgare delle fruizioni brade di prodotti di consumo è in crescita.

Tra le due tuttavia sussiste e continua a sussistere una vera a propria differenza ontologica.

 

Andrea Zhok è professore associato di Filosofia morale all’Università degli studi di Milano

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