La costruzione di grandi opere è un tema attuale di ampio dibattito politico. Il desiderio e l’ambizione che spinge leader e Paesi nell’intraprendere la realizzazione di megastrutture, però, nasconde alla base implicite e precise strategie geopolitiche che sono invisibili agli occhi dei lettori e dei cittadini. Ecco, nel dettaglio, due esempi recenti di grandi opere dal significato velato.

Il Krymski most di Putin, Crimea

Un progetto presente prima nella mente dello zar Nicola II e più tardi in quella del regime nazista, ma accantonato per le dure condizioni climatiche e per la guerra contro gli Alleati. Quello che ha realizzato il presidente russo Vladimir Putin è stato considerato il ponte più esteso d’Europa: alto 35 metri e lungo 19 chilometri collega la regione di Krasnodar alla penisola della Crimea. La costruzione vanta un costo di ben 3,1 miliardi di euro con una capacità di transito di 40 mila veicoli oltre a circa 94 treni.

Il presidente Putin così ha commentato la grande opera: “Rende la Crimea e la leggendaria Sebastopoli più forti e ci avvicina tutti”. Queste brevi parole ci fanno comprendere il reale significato della struttura visto che più per esigenze di “traffico” lo scopo della costruzione nasconde tutt’altro. Infatti dal linguaggio utilizzato appare chiaro il messaggio di “fratellanza” rivolto ai russi di Crimea con quelli della madrepatria. Inoltre, le luci di posizione del ponte riprendono i colori della bandiera russa: bianco, rosso e blu. Un messaggio subliminale di vicinanza sociale, ma non solo.

Murales di Vladimir Putin in Crimea

Le acque del Mare di Azov, sul cui ingresso si staglia il ponte, sono considerate dal diritto internazionale libere e quindi navigabili sia per gli ucraini sia per i russi. L’opera, però, adesso impedisce il passaggio delle navi mercantili nei porti interni, danneggiando così il commercio marittimo di Kiev basato sull’export di
metallo, carbone e cereali. Adesso gli ucraini saranno costretti ad utilizzare come rete viaria quella stradale e ferroviaria con un costo di trasporto e di tempo maggiore. Infatti il ministro degli Esteri ucraino ha definito il ponte un’opera “illegale” perché costruita senza il consenso di Kiev, minacciando più volte di distruggerlo.

Non sono infatti mancati pericolosi incidenti diplomatici, come il sequestro delle tre navi militari ucraine avvicinatesi al ponte e, dopo numerosi richiami, speronate dalla Guardia costiera russa, lo scorso novembre.

Dal punto di vista geopolitico, quindi, il ponte rappresenta un’importante arma per la “guerra commerciale” oltre che un “simbolo” di unione con la madre Russia per i cittadini locali. Infine, un’opera del genere permetterebbe un rapido spostamento di truppe e mezzi militari terrestri alle basi della Crimea.

Il ponte di Kong Kong – Macao, Cina

Un’altra megastruttura è quella realizzata dalla Repubblica popolare cinese del presidente Xi Jinping. Il ponte marino che collega i distretti di Hong Kong, Zhuhai e Macao è lungo ben 55 chilometri con un costo di 17, 4 miliardi. Rispetto a quello di Putin, questo vanta il titolo di ponte più lungo del mondo, capace di resistere a
terremoti, uragani ed eventuali impatti navali. A renderlo una meraviglia dell’ingegneria è il fatto che è stato
necessario costruire piccole isole artificiali per lo snodo stradale oltre ad un tunnel sommerso lungo quasi 7 chilometri. Il motivo? Il ponte attraversa il Fiume delle Perle da cui ogni giorno sfociano migliaia di navi mercantili. In ogni caso l’opera ha suscitato repliche per via dell’impatto ambientale e per la sicurezza sul lavoro.

Il ponte di Hong Kong, il più lungo del mondo, Getty images

Qui, gli scopi reali di Pechino sono molteplici: decongestionare il traffico stradale, agevolare la migrazione cittadina dalle campagne alle metropoli, i lavoratori pendolari e i trasporti commerciali, soprattutto in vista del nuovo piano di espansione mondiale, la c.d. “Nuova via della seta”. Pertanto la Cina ha voluto dimostrare al mondo la propria potenza economica, tecnologica ed ingegneristica. Insomma, certamente non tutti i Paesi
potevano permettersi anche la sola progettazione di un’opera mastodontica. Infine, non bisogna dimenticare che Hong Kong ( ex colonia britannica ) e Macao ( ex colonia portoghese ) sono due territori amministrativi speciali, rispetto alla città di Zhuahai, e su cui Pechino vorrebbe recuperare la piena sovranità limitando le
proprie autonomie. Un ponte che collega tre città rappresenta già un passo per aumentare l’influenza e la presenza del governo centrale in vista di eventuali e possibili pressioni. In questo desiderio di recupero del pieno controllo di tutti i territori ( geografici) cinesi manca Taiwan. Ma questa è un’altra storia.

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