11 novembre 1918. Dopo le tre spartizioni che la divisero per più di un secolo, finalmente la Polonia torna ad essere indipendente e libera. L’anno scorso ero a Varsavia durante le celebrazioni del centenario. Le università e la polizia avvertirono come ogni anno studenti e stranieri: non avvicinatevi al centro della città, potrebbe essere pericoloso. I nazionalisti, che gli anni prima avevano creato disordini, avevano già lanciato le loro minacce all’ambasciata israeliana, per fortuna risolte poi in un nulla di fatto. Iniziava il lungo inverno e stava arrivando quel freddo a cui non mi sarei mai abituato. Sui media italiani si stava raccontando del più grande raduno fascista degli ultimi 80 anni, ma quando sono arrivato in Ulica Marszałkowska non ho visto che bambini accompagnati dai genitori, coppie di giovani, suore, anziani, normali uomini e donne di mezz’età che sventolavano per l’occasione una bandiera bianca e rossa.

Ulica Marszałkowska [Foto: Lorenzo Ferrazzano]
Ovunque c’erano anche simboli religiosi, e con cadenza ritmica migliaia di persone gridavano “Bóg, Honor i Ojczyzna”, Dio Onore e Patria. È bastato questo slogan per convincere i media europei che quei bambini, quei vecchi e quelle suore fossero sovversivi fascisti, riuniti in una sorta di “Marcia su Varsavia” contemporanea. Eppure era sufficiente tralasciare per un attimo le nostre categorie politiche, dimenticare il ridicolo binomio “globalisti/sovranisti” per capire che in quel momento stava andando in scena qualcosa di molto più profondo. Era una parte, una piccola parte di popolazione che si stava riunendo attorno ai suoi simboli, in un gesto di condivisione sinceramente popolare. Un microcosmo di quel sistema complesso che sono le società contemporanee. La Polonia è un Paese profondamente cattolico a cui l’instaurazione del comunismo ha negato il diritto alla preghiera. La rivendicazioni dei valori nazionali polacchi, profondamente contrari rispetto a quelli marxisti, hanno formato la cornice ideologica e morale che fece da sfondo alle pretese sindacali dei lavoratori, uccisi come cani durante gli scioperi degli anni ’70 e ’80, ispirati dal primo papa polacco, Karol Wojtyła. Mentre in Italia vincevamo i mondiali, a Varsavia Jaruzelski instaurava il coprifuoco e la legge marziale, e nel frattempo in Urss si andava lentamente verso la perestrojka. Conquistarsi il diritto alle prime votazioni libere significava ridare a Dio il posto che gli era stato tolto dal Partito, costruire insieme una nuova Polonia sulle basi della giustizia sociale. Sebbene la società sognata durante gli scioperi di Solidarność non sia mai stata realizzata, era questo che significava per quei polacchi “Dio, Onore e Patria”. E lo capii tra quella gente che mi stava accogliendo. Durante la sfilata poi ho incontrato i nazionalisti, accompagnati dai neofascisti di Forza Nuova.

Alcuni nazionalisti presenti al corteo [Foto: Lorenzo Ferrazzano]
Li ho fotografati, ho sfilato vicino a loro per capire che peso avessero durante la Marcia. E penso: è sufficiente una piccola proporzione matematica per accorgersi dello squilibrio tra le poche centinaia di nazionalisti presenti alla manifestazione e i 200.000 marciatori. E dell’idiozia di chi per sentirsi vivo sventola il pericolo fascista, svuotandolo di significato, senza la minima considerazione delle contingenze e delle particolarità dello spazio e del tempo. Quando il corteo finì mi sono unito a qualche centinaia di persone, le ultime rimaste sul ponte di Poniatowski che si stava svuotando. Tirava un forte vento e in lontananza si sentiva l’eco dell’inno nazionale. Qualche fuoco d’artificio. Restammo ad assistere allo spettacolo. E in quel momento, pur essendo a modo mio – per quello che conta – ateo e progressista, mi sono sentito vivo in mezzo a quei simboli religiosi e nazionali che non erano i miei. E felice di poter vivere in un Paese tra i più civili d’Europa, considerato così maleducato.

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