Nonostante nel 2004 l’Unione Europea si sia espansa verso i paesi dell’ex blocco comunista, tra l’Europa Occidentale e quella Centro-Orientale non si è mai realizzata in questi ultimi anni una vera comprensione politica e antropologica reciproca. Cosa particolarmente evidente da noi, che continuiamo a serbare ingiustificati sensi di superiorità culturale nei confronti di questi paesi, ai quali ci approcciamo appiccicando su di loro i termini dei nostri dibattiti politici e le nostre categorie valoriali, nonostante si tratti di due realtà, la nostra e la loro, radicalmente diverse. Ed ecco che il contingente e particolare nazionalismo dell’Est si riduce ad una vaga e imprecisata, oltre che ritrita, accusa di «fascismo» che come al solito non ci consente di capire nulla.

DALLE SPARTIZIONI A SOLIDARNOŚĆ

La Polonia è uno Stato indipendente dal 1991, una condizione alla quale aspirava dalla prima spartizione del 1772, anno in cui cessò di esistere come realtà statale, recuperando l’indipendenza dall’Impero austro-ungarico e da quello zarista soltanto nel 1918, e purtroppo solo fino al 1939. Da qui la tragedia della Seconda Guerra Mondiale e quella liberazione tradita che condannò la Polonia all’asservimento dalla vecchia alla nuova Russia, l’Unione Sovietica, la diffusione dello stalinismo e l’instaurazione di un regime comunista in un paese profondamente cattolico e contadino. Un tradimento che si è fatto memoria collettiva, come una spina nel cuore, nella distruzione totale di Varsavia – pegno dell’Insurrezione del ’45 – quando i sovietici assistettero passivi, dall’altra sponda della Vistola, alla macelleria polacca.

Durante gli anni delle spartizioni e della guerra, i polacchi cercarono di conservare la loro identità nazionale. Una forma di resistenza spontanea rispetto a tutte le occupazioni, da quelle imperiali a quella nazista. Ma il moderno nazionalismo polacco si è sviluppato soprattutto tra gli anni ’70 e ’80 del Novecento, anni in cui si realizzarono le condizioni per la nascita di un grande movimento sociale e sindacale. Come ha fatto notare il sociologo Alain Touraine nel saggio Solidarność, dopo che furono disattese le aspettative di un grande piano di investimenti industriali che avrebbe dovuto migliorare le condizioni di vita dei polacchi, si diffuse la convinzione che l’immobilità socio-economica del paese fosse dovuta all’incapacità del governo di gestire i piani d’investimenti, oltre che alla corruzione. I bassi standard di vita e soprattutto le pessime condizioni di lavoro condussero poi agli scioperi degli operai di Stettino e di Danzica, e dei minatori della Slesia.

Affiancati dagli alcuni intellettuali, gli operai avanzarono inizialmente delle richieste di natura sindacale – i 21 punti che portarono all‘Accordo di Danzica – ma gli scioperi non cessarono e quelli che prima si erano sviluppati come movimenti isolati di protesta sindacale confluirono in un unico movimento di rivendicazione nazionale che prese il nome di Solidarność, sostenuto poi dall’Occidente in funzione anti-sovietica e soprattutto dal nuovo pontefice polacco, Karol Wojtyła, che ebbe un ruolo determinante, sia sotto l’aspetto finanziario che sotto quello morale, nel consolidamento del movimento. Come ha scritto la studiosa Melanie Tatur, « il linguaggio morale usato dal Papa incoraggiò la popolazione passiva a generalizzare le loro esperienze di ogni giorno e a considerare le loro sofferenze come un destino comune».

Come ha evidenziato poi il professor Robert Brier, il collante unitario di questo grande movimento nazionale fu proprio la religione cattolica, che si realizzava nei suoi rituali e in una visione etica del mondo completamente antitetica rispetto a quella imposta dal socialismo: i valori religiosi – profondamente polacchi – si scontravano con i valori marxisti, internazionalisti. I polacchi condividevano una concezione del mondo basata sulla dignità umana intesa come fondamento dell’ordine naturale del mondo, per cui la loro lotta di dignità non rappresentava semplicemente la conquista di nuovi diritti, ma il ripristino stesso dell’ordine naturale dell’esistenza. Dio si riprendeva il posto che gli era stato tolto dal Partito. Questa coscienza religiosa nazionale si rafforzò dopo l’omicidio da parte del regime del sacerdote di Solidarność – Jerzy Popiełuszko -, con la messa fuori legge del movimento e con l’imposizione della legge marziale che fu in vigore dal 1981 al 1983.

LA TRANSIZIONE DAL SOCIALISMO ALLA DEMOCRAZIA

Gli anni novanta segnarono l’inizio di una nuova Polonia, che si apprestava a compiere quella dolorosa transizione dal socialismo alla democrazia che doveva necessariamente passare attraverso radicali riforme delle istituzioni e un grande piano di privatizzazioni. Ma proprio la compattezza culturale, linguistica e soprattutto religiosa rafforzatasi durante la lotta al regime negli anni precedenti ha impedito che in Polonia si verificassero quelle guerre civili che – sia per cause interne che per le ingerenze estere – sarebbero scoppiate in Jugoslavia e in alcune repubbliche sovietiche, una tra tutte, l’Ucraina degli ultimi anni. La Polonia ha invece affrontato la sfida della transizione alla democrazia, versando lacrime e sangue, facendosi scudo con i valori religiosi e nazionali che intendevano difendere nel momento di apertura al libero mercato e all’Occidente, da cui riteneva che provenissero la maggior parte delle «perversioni morali» come l’omosessualità.

Nel 1996, tutte le forze politiche che avevano appoggiato Solidarność o ne avevano fatto parte si unirono in un unico partito, Akcja Wyborcza Solidarność, da cui sarebbe poi nato nel 2001 il partito ultraconservatore dei fratelli Kaczyński, attualmente al governo, Prawo i Sprewiedliwość (PiS). Come scrive ancora il professor Brier, la stessa idea di «Quarta Repubblica», l’idea di una Polonia nuova, definitivamente affrancata dall’influenza comunista e – non meno importante – da quella russa, si regge su valori nazionali, religiosi, anticomunisti. Un anticomunismo che ha preso le sembianze di un’isteria russofoba da una parte e di un atlantismo clamoroso dall’altra. Durante la Marcia dell’Indipendenza alla quale parteciparono più di duecentomila persone, mentre urlavano «Dio, Onore e Patria», molti manifestanti sventolavano le bandiere degli Stati Uniti.

LA POLONIA DEI NOSTRI GIORNI

Ai nostri giorni, questi valori nazionali condividono il campo con quelli progressisti e liberali che provengono dall’Europa occidentale. Tuttavia tra la gran parte dei polacchi è fortemente diffusa la convinzione che la Polonia debba conservare la sua integrità politica, culturale, linguistica e religiosa. Questa convinzione si incarna, di riflesso alle questioni del nostro tempo, innanzitutto nel rifiuto di qualsiasi imposizione politica esterna che possa recare danno alla sovranità recentemente conquistata, nella repulsione nei confronti della liberalizzazione dei costumi, e – cosa per noi più evidente – nell’intransigenza assoluta nei confronti dell’accoglienza di immigrati africani e islamici.

Allo stesso tempo sono sempre di più i polacchi che iniziano a manifestare un sentimento di frustrazione nei confronti di un nazionalismo culturale e politico così invadente. La stessa Chiesa cattolica, che qui è dotata di un potere pressoché illimitato e di una impunità quasi assoluta, inizia a tremare sotto lo scandalo della pedofilia, in uno scontro che vede in prima linea il quotidiano Gazeta Wyborcza. Recentemente poi, i fratelli Sekielski hanno girato un documentario intitolato Non dirlo a nessuno, pubblicato su YouTube dove ha già raggiunto 21 milioni di visualizzazioni, in cui viene  denunciata la totale impunità della quale hanno goduto negli anni i sacerdoti che si sono macchiati di pedofilia. Lo stesso film Kler, che racconta i vizi e i peccati del clero, ha avuto un grande successo di pubblico e ha provocato un vero scandalo in un paese in cui la gente – e chi scrive ne è testimone – si lascia andare a profonda commozione al solo sentir pronunciare il nome di Wojtyła.

LA QUESTIONE DI GENERE

Nel saggio The National Secret, scritto durante un viaggio in Polonia nell’estate del 1990, Shana Penn ha intervistato alcune delle «donne di Solidarność», le quali ebbero un ruolo fondamentale negli anni in cui far parte del sindacato era un pericolo serio. Queste donne svolgevano clandestinamente attività logistiche come la ricerca di appartamenti in cui dare rifugio ai membri latitanti, oppure diffondevano clandestinamente libri e manifesti per le strade della Polonia, come facevano le «donne incinte», quelle donne che nascondevano il materiale di propaganda sotto i maglioni fingendo di aspettare un figlio, ingannando così la polizia. Secondo una di loro, Anna Grupińska, «se c’erano delle femministe in Polonia, queste non avevano niente a che fare con Solidarność» e che effettivamente delle femministe in Polonia c’erano, ma erano «le figlie dei diplomatici o le traduttrici professioniste che avevano per prime coscienza del femminismo che proveniva dalla letteratura occidentale, dai turisti, oppure che avevano trascorso del tempo in Occidente». Il movimento femminista è quindi estraneo alla tradizione politica e sociale polacca.

Sulla questione è tornata anche la scrittrice e femminista Agnieszka Graff, la quale analizzando i rapporti tra «nazionalismo» e «genere» ha fatto notare come la propaganda e l’ideologia nazionalista abbia portato all’emarginazione delle minoranze etniche e sessuali. In un paese in cui l’aborto è assolutamente proibito, secondo la scrittrice si vive il paradosso di veder considerata la donna come un essere «sacro» da tutelare nella sua purezza, una «protezione» della quale molte donne, soprattutto giovani, farebbero volentieri a meno, dal momento che «proteggere la donna» significa di fatto, scrive la Graff,  imprigionarla nel suo ruolo biologico di madre e in quello sociale di moglie. Una condizione diffusa anche nell’Europa Occidentale, ma che in Polonia si realizza in maniera parossistica.

Lo stesso vale per gli omosessuali, per i quali le unioni civili sono assolutamente impensabili. Tuttavia, come dimostra il risultato delle ultime europee, il partito di sinistra Wiosna (Primavera), guidato dall’omosessuale Robert Biedroń è diventato il terzo partito del Paese. Si tratta dell’unico partito influente di sinistra in Polonia, il quale tuttavia – pur essendo appunto terzo partito – ha ottenuto circa il 40% dei voti in meno rispetto all’ultraconservatore PiS, un dato che fa riflettere su quanto la Polonia sia lontana da quella liberalizzazione dei costumi che una minoranza di polacchi, soprattutto giovani, comincia a pretendere.

LO STRAPOTERE DI PiS

Alle ultime elezioni europee PiS ha conquistato il 45,38% delle preferenza, seguito dalla Coalizione Europea, la lista unica dei partiti di opposizione, che ha raggiunto il 38, 47% e da Wiosna, che si è fermata al 6,06%. Un risultato che dovrebbe far riflettere anche alla luce della distribuzione geografica del voto. PiS ha infatti ottenuto milioni di voti in tutta la Polonia centrale e orientale, cioè la Polonia profonda, rurale, quella «dimenticata dalll miracolo europeo», mentre il partito di Donald Tusk – Platforma Obtywatelska – è forte soprattutto nelle grandi città, tra cui Varsavia e Danzica. Come ha scritto Jaroław Kurski, editorialista di punta del giornale d’opposizione, Gazeta Wyborcza, il conteggio definitivo delle preferenze ha dimostrato che quella di PiS è una vittoria schiacciante, e si può parlare verosimilmente del suo più grande successo.

Kurski individua le cause del successo del partito di Kaczyński innanzitutto nel controllo della maggior parte dei mezzi di comunicazione, nel programma 500+ – il sussidio statale per il secondo figlio -,  e nell’appoggio incondizionato offerto dalla Chiesa cattolica. Ma soprattutto, Kurski riconosce come la vittoria di PiS sia legata alla fragilità di un’opposizione che – pur governando città importanti con personalità carismatiche – non ha un leader né tantomeno una strategia chiara.

Un’ondata di consensi che non è stata scalfita dagli scandali riguardanti direttamente PiS scoppiati nelle ultime settimane, a partire da quello di una pedofilia così sfacciatamente praticata da un corpo clericale che appoggia incondizionatamente il partito, che ricambia il sostegno, fino alla polemica sollevata da Gazeta Wyborcza riguardante gli incontri privati che si tenevano regolarmente in un appartamento di Varsavia tra Kaczyński, capo del partito di maggioranza, Morawiecki, capo dell’esecutivo, e Julia Przyłębska, presidente della Corte Costituzionale. Incontri interpretati come sintomi evidenti di un autoritarismo che si va formando sulla base della confusione di poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – che dovrebbero restare tripartiti come condizione essenziale di ogni democrazia. Una tripartizione che era stata già messa in discussione attraverso quella riforma giudiziaria che ha messo pericolosamente l’una contro l’altra l’Unione Europea e la Polonia.

L’Unione Europea di fatto è in aperto contrasto con il governo di Kaczyński in particolare e con il gruppo Visegràd in generale. Da parte loro, come dimostrano tutti i sondaggi, i polacchi sono riconoscenti nei confronti di Bruxelles, senza il cui aiuto non sarebbe stato neanche immaginabile il miracolo economico degli ultimi anni. Resta però la contraddizione di due visioni contrastanti dello Stato e della società, tra un’Unione Europea neoliberista e liberale e una Polonia statalista e ultraconservatrice. Una contraddizione che dovrebbe far riflettere sulla stessa ragion d’essere dell’Unione Europea e dei limiti per cui questa non riesca a costituirsi come una comunità unita: secondo quali criteri politici è possibile far parte dell’Unione, secondo quali paradigmi economici, secondo quale politica estera? Una contraddizione che fa sentire tutto il suo frastuono proprio in Polonia, da sempre frontiera tra Occidente e Oriente, il paese in cui, come scrisse Szczypiorski, «da tempi immemorabili gli occhi pensierosi e sensibili dell’Asia guardano gli occhi assennati dell’Europa».

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