Durante la campagna elettorale che ha preceduto il 4 marzo 2018, era emersa la necessità tutta propagandistica di «arginare il fascismo». E gli unici in grado di farlo, si diceva, erano ovviamente i partiti liberali progressisti, dal Pd a +Europa, passando per LeU. Dicevano :«O noi o il fascismo». Tutti questi partiti, quella domenica di marzo, subirono la sconfitta elettorale più grave della loro storia, senza che tuttavia il fascismo sia tornato.

Oggi che è caduto il governo e che Salvini chiede «pieni poteri», viene riproposta la stessa allarmante narrazione, da cui l’imperativo morale di costruire un fronte unico progressista per «arginare Salvini», e aprire ai 5 Stelle. Eppure sono tante ed evidenti le contraddizioni che minano alla base un progetto così fragile.

A partire da questa: non c’è peggior condanna a morte, per un tale carrozzone politico, che mettere una a fianco all’altra – per lavorare insieme – forze politiche che si disprezzano e che hanno visioni economiche e sociali drasticamente contrastanti, come appunto il M5S e il Pd. Eppure, non è ancora chiaro se per senso dello Stato o per senso dell’opportunità, questo non ha impedito ai dem di riproporsi come «custodi della democrazia».

Matteo Salvini mostra il rosario dopo il comizio di Siracusa

Bisogna riconoscere a malincuore che oggi parte dell’elettorato sembri preferire un presunto fascismo rispetto ad un governo composto da quei partiti che si presentano come unica alternativa democratica, sebbene proprio loro, con quelle politiche impopolari («Ce lo chiede l’Europa!») e anti-popolari (Jobs Act), abbiano fatto maturare, anche nella classe media, una forma di vera e propria repulsione nei confronti di «questa» democrazia.

I dem si presentano come unica soluzione contro l’autoritarismo che verrà, ma senza che abbiano prima elaborato un’autocritica identitaria che gli consenta di poter essere ritenuti credibili, a dispetto delle colpe del passato. Potrà mai il Pd dei Lotti – con le sue influenze sulla magistratura -, o degli Zingaretti – che non prendono le distanze dallo scandalo del Csm -, rappresentare una valida alternativa democratica a Salvini?

Devoti della democrazia, dicono: ma possono essere considerati custodi del buon governo quei partiti che vedono alcuni dei propri personaggi più influenti imbattersi nel deplorevole tentativo di mescolare i tre poteri dello Stato – la separazione dei quali costituisce la conditio sine qua non di tutte le autentiche democrazie – per assicurarsi trattamenti di favore nei processi?

Luca Lotti, il renziano coinvolto nello scandalo del Csm

I dem propongono di rimpiazzare la Lega al governo, senza però chiedere pubblicamente scusa, senza cambiare di una virgola i loro programmi già bocciati alle urne, senza mettere da parte quella retorica insopportabile di cui fanno sfoggio in continuazione e per la quale vengono quotidianamente insultati. Senza mettere in discussione il loro approccio fideistico nei confronti del Leviatano europeo, fonte di instabilità politica per tutti i governi che verranno, di destra o di sinistra che siano. Imprigionati come sono in vincoli economici che impediscono la realizzazione degli investimenti necessari per lo sviluppo del Paese.

A rendere ancora più complicata questa mossa politica è poi la crisi interna allo stesso Pd, dal momento che le diverse correnti del partito non hanno elaborato soluzioni coerenti tra loro. Zingaretti vorrebbe andare al voto subito, ma poi temporeggia; Renzi – a gran sorpresa – punterebbe ad un governo di scopo con i 5 Stelle; Goffredo Bettini lancia l’ipotesi di un governo di legislatura con il Movimento che duri fino al 2023; Calenda propone la nascita di un fronte unico democratico che rimetta al centro istruzione, sanità e sicurezza, e accusa Renzi di «star dentro al Pd per fare la guerra al Pd» (La Stampa).

Carlo Calenda, dalle colonne de La Stampa ha rilanciato la proposta di ricompattare un fronte democratico contro Salvini e di andare al voto (Foto Fabio Cimaglia / LaPresse)

Il risultato è che, a causa della loro scarsa credibilità, i sedicenti democratici riescono a far sembrare il partito più vecchio, più incoerente, più fasullo degli ultimi anni – la Lega – come una forza politica nuova, autentica e rivoluzionaria. La quale viene tra l’altro votata proprio per mandare il Pd «a casa», per citare un mantra caro a Salvini.

Non ce la faranno neanche questa volta, i dem, a passare per tribuni della democrazia. Purtroppo, perché la possibilità di un governo di centro-destra non promette nulla di buono – tra promesse di blocchi navali e condanne penali che fioccano a decine anche tra i vertici di partito -, con la Lega spavaldamente seduta sulle spalle dei due alleati. E con la bussola che punta a Nord.

Salvini contestato a Catania, non ha potuto tenere il suo comizio in piazza (Foto Andrea Di Grazia/LaPresse)

L’unica speranza è che, mentre il M5S riorganizza sé stesso, contestazioni come quella di Catania si ripetano in altre città, specialmente al Sud, dove gli esponenti della Lega sono spesso proprio dei fuoriusciti di Forza Italia, altro che facce nuove. Allora l’argine, l’unico autentico in questo momento politico, può provenire solo dalle realtà territoriali e popolari, perché i guardiani della democrazia, nonostante i loro proclami, non propongono alcuna alternativa. E non c’è da fidarsi.

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