Arginare l’estrema destra e sconfiggere i populisti. Unire le forze, intraprendere sentieri liberali per scongiurare le derive autoritarie di chi chiede “pieni poteri”. Costruire solide resistenze contro chi “semina l’odio” e “cavalca le paure” del popolo. Tutti questi sono i tasselli che ormai da qualche anno compongono il mosaico retorico e propagandistico delle forze “liberal” che orbitano nel panoramica politico nazionale.

Dal Pd (in tutte le sue declinazioni scismatiche) a +Europa, dalle colonne di Repubblica ai servizi di Piazza Pulita, alla vigilia del 4 marzo abbiamo sentito ripetere con cadenza martellante che l’ondata fascista era un pericolo imminente e che stava tornando la violenza nelle piazze, come dimostravano gli scontri tra gli utili idioti di tutti gli estremismi.

La soluzione? Votare per i guardiani della democrazia. Cioè per i partiti progressisti e liberali. In apertura della campagna elettorale per le politiche del 2018, l’allora premier Gentiloni dichiarò al pubblico:«Il dibattito politico è libero, la giustificazione del fascismo è fuori dalla Costituzione italiana».

Il 12 febbraio 2018 l’Huffington Post scriveva:«Se non è fascista, Salvini cavalca comunque il fascismo per conquistare l’Italia». Il 3 marzo 2018 il Corriere, riportando un reportage del New York Times, raccontava di una campagna elettorale «meschina, poco edificante» in un’Italia minacciata da «forze politiche anti europeiste» e dal ritorno di un «gran numero di fascisti nelle piazze».

La sera del giorno dopo, la superficialità di questa narrazione fu dimostrata dal piagnisteo del segretario di CasaPound, Simone Di Stefano, che si lamentava con Enrico Mentana dell’1% a malapena raccolto, reclamando giustizia per il poco spazio televisivo concessogli in campagna elettorale.

La stessa retorica catastrofista fu riproposta durante la campagna elettorale delle europee del 26 maggio, quando la Lega iniziò a preoccupare seriamente gli ambienti educati delle istituzioni a causa dell’allargamento del consenso che fu poi certificato dal risultato elettorale.

La soluzione? Ancora una volta la stessa: mettere all’angolo la misoginia e il razzismo dei sovranisti e votare i progressisti e i “liberal”. I quali, pur essendosi presentati come gli unici custodi della democrazia e delle istituzioni, sono comunque riusciti ad incassare un risultato frustrante  per l’inversione di tendenza negativa rispetto agli anni precedenti.

«Il fascismo rimane in vita più grazie agli allarmismi di una certa sinistra che non per un reale peso politico e sociale», scriveva il 13 giugno Lorenzo Borga su Il Foglio. E soltanto pochi giorni prima, lo storico del fascismo Emilio Gentile scriveva sul Corriere che si stava diffondendo «un allarme privo di senso» che ha «l’unico effetto di distogliere l’attenzione dai veri pericoli che corre la democrazia», come il «crescente astensionismo elettorale».

Ed ecco che gli ultimi eventi politici ci conducono al 20 agosto, quando Salvini, dopo aver incassato la fiducia all’ignobile (più che fascista) decreto sicurezza bis, fa cadere il governo Conte, portandosi via il suo 35%. Qui si compie l’incredibile. Il “Partito di Bibbiano”, ormai in fase di decomposizione, e il “Partito degli incapaci”, in via di estinzione, si uniscono per «evitare di consegnare il Paese alla destra». Un sacrificio notevole per amor patrio.

Nasce così un nuovo governo d’emergenza: l’obiettivo è scongiurare l’aumento dell’IVA (difficile ma non impossibile), realizzare la manovra finanziaria e arginare, neanche a dirlo, “la deriva fascista del Paese”, in questo sostenuti da gran parte dei giornali, che chiedevano a Zingaretti e Di Maio in maniera esplicita di «fare la cosa giusta», cioè di unirsi in matrimonio nonostante le botte e gli insulti che i due tribuni della democrazia si erano scambiati fino al giorno prima.

Può sembrare, quello sulla nascita del Conte bis, un vecchio dibattito: ora che il governo ha già due mesi di vita, dicono gli opinionisti, bisogna andare oltre e guardare al futuro. Ma quale futuro può avere un’alleanza di governo nata in  funzione puramente antagonistica, senza una visione programmatica condivisa e senza un comune orizzonte politico?

Quali sono le prospettive strategiche di un governo che ha una natura essenzialmente negativa e politicamente passiva, in quanto formatosi come soluzione forzata anti-leghista? Il governo “giallorosa”, per dirla solo con uno dei tanti nomi assegnatogli, non è nato per realizzare un programma politico, economico e sociale definito, ma per evitare che un partito che un programma ce l’aveva, buono o cattivo che fosse, lo realizzasse.

«Se togliete loro la qualifica di “antifascisti”
rimarrà ben poco, perché essi vivono in virtù del nemico», scriveva Longanesi nel ’44 dipingendo ante litteram il quadro politico dei nostri giorni. E nonostante il ministro Franceschini tuìtti che «l’onda di destra si ferma con il buon governo» e Zingaretti parli di «Pd come unico credibile pilastro di un’alternativa alla destra», è inutile girarsi intorno: il risultato delle regionali in Umbria ha palesato il “cappotto” subito dalla Santa Alleanza anti-fascista.

Quella umbra poi è una sconfitta che ha già generato sconforto tra i 5 stelle, i quali individuano nell’alleanza con la Lega e in quella con il Pd una delle cause della perdita dei consensi subita nell’ultimo anno, e continuano a sostenere di essere l’unica forza politica in grado di rappresentare “la terza via” oltre i poli contrapposti. Tuttavia non sono capaci di guardare in faccia il mutamento fisiologico che ha già stravolto il Movimento dal giorno dell’insediamento del primo governo Conte.

Nonostante alcuni analisti tendano a ridimensionare i risultati delle regionali umbre, essendo questo un territorio “troppo piccolo” rispetto al contesto nazionale, queste votazioni hanno reso evidente la fragilità che mina le basi di un alleanza strutturale tra 5 stelle e Pd e hanno palesato, in particolare, la delusione e la sfiducia nutrita nei confronti del Movimento, che ha dimezzato i voti rispetto alle regionali del 2015, che videro trionfare con il 42,38% la controversa Catiuscia Marini (Pd).

Un governo di scopo per scongiurare l’aumento dell’IVA e per realizzare la manovra sarebbe stato digerito dall’elettorato. Ma un accordo di governo di largo respiro, di legislatura, specialmente se così fragile, sfugge alla logica della necessità del momento e si tradisce per quello che è: un salvagente gonfiato male, tra l’altro con una pompa del Pd, per evitare di affondare.

Se lo scopo dell’alleanza di governo era contenere la Lega, gli strumenti usati per perseguirlo sono stati inefficaci, com’era ampiamente prevedibile. I 5 Stelle, per ottenere risultati nel breve periodo (restare al governo) si sono bruciati nel lungo periodo, disperdendo ulteriormente i loro consensi. Non resta che cambiare strategia, usare nuove parole d’ordine, darsi una struttura solida, elaborare un programma coerente. Possibilmente senza tradirsi troppo, cercando di salvare quel che resta delle origini.

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