Di Pietrangelo Buttafuoco

Si parla, del Pd e di Forza Italia, come di due partiti ancora in vita.
L’alleluia per il ritorno del bipolarismo – un centrodestra di qua, un centrosinistra di là – è però solo una consolazione consociativa.
È una proiezione mentale fallace quanto il famoso testa a testa celebrato dal cucuzzaro perbenista fino a lunedì scorso se poi il senatore leghista Christian Solinas prende il 48,57 per cento mentre Massimo Zedda – dato per vincente, col Pd – arriva quasi primo col 33,42 di percentuale. Roba da reclamare un riconteggio.
E magari col supporto di osservatori internazionali, una Hillary Clinton come minimo…
Silvio Berlusconi e il partito di Zingaretti-Martina-Giachetti & Anna Ascani non esistono più politicamente.
Forza Italia ha ricavato pochissimo in Sardegna – oltretutto in quello che fu il suo parco giochi dell’immaginario berlusconiano – mentre il Pd, pur sempre il partito degli ottimati, vince solo sui giornali aggiudicandosi un ottimo risultato: dal 22,6 balza al 12 per cento.
Sta sempre sotto schiaffo di Matteo Salvini, il Cavaliere, come già è accaduto in Abruzzo, e il Pd diventa “tonico” – per dirla con Paolo Mieli – in virtù di una trama di tante liste d’appoggio, come nelle regionali, ma per arrivare immancabilmente al solito risultato: patate.
Il partito di Zingaretti-Martina-Giachetti & Anna Ascani vince solo quando fabbrica una cabala, come ben sa l’attuale presidente della Regione Lazio quando si assicura un Sergio Pirozzi che sfasci la parte avversa (l’ex sindaco di Amatrice, esponente della destra sociale, che si candida per ripicca; nel solco del forzista Gianfranco Micciché quando in Sicilia fa una lista contro la sua stessa coalizione per far vincere il Pd del mitico Rosario Crocetta).
Tanto di cappello di fronte all’onestà intellettuale di Giovanni Bruno, dirigente del Pd, quando scrive che il suo partito, in Sardegna, “conferma più o meno il dato (non buono) delle nazionali, con un candidato che ha accettato di mettersi in gioco a condizione che nessun esponente si facesse vedere”, per poi perdere la guida della regione che governava da anni.
“E c’è pure chi festeggia”, dice ancora Bruno lanciando l’hastag #icespuglinonfunzionano.
Berlusconi che s’è guadagnato il suo spazio nei libri di storia non merita di sfinirsi nella questua di spiccioli elettorali.
Lo fa solo per garantire ancora un’anticchia di legislatura ai mangiapane a tradimento intorno a lui e che in lui vedono solo una cassaforte da cui attingere, finché dura, ma da quando ha detto di essere tornato in campo è fallito anche in Abruzzo – che pure è la pupilla del suo più specchiato alfiere, Gianni Letta – e non può certo vantare successo del risultato delle primarie di Bari e Foggia!
Antonio Polito – sul fondo del Corriere della Sera, ieri – segnala queste primarie.
Le descrive “affollate come non mai”, e riferisce del fatto tutto particolare – i candidati leghisti arretrano rispetto ai trionfanti forzisti – e le interpreta come un avviso a Salvini.
Un fuggi da Foggia, insomma, per il leader della Lega che patisce “la battuta di arresto in Sardegna”, a dimostrazione della rimonta “centrista” e dell’ineluttabilità bipolare e resiliente. Tutto vero, nessuno può dubitarne, ma a questo punto Berlusconi che le ha sempre schifate, se le deve far piacere le primarie, non fosse altro aborrite sempre perché ai gazebo del Pd vi vedeva sempre i cinesi in fila.
Se è tutto qua il successo di Berlusconi – al netto del “fuggi da Forza Italia” che c’è ovunque – il bipolarismo, specchiandosi nella “tonicità” del Pd, ha proprio preso un brodino.
L’unico vero bipolarismo è quello tra il rinnovamento e chi vi si oppone. E i cittadini – al netto delle comparazioni maliziose sui risultati deludenti del M5S – non hanno abbandonato il rinnovamento. Altrimenti il governo, alle porte del 4 marzo prossimo – tagliando il traguardo di un anno dal risultato elettorale politico – non godrebbe del consenso di cui può ben farsi forte.
Alle regionali – ripeterlo è opportuno – vince solo il moltiplicatore delle liste.
Una lista unica poco può fare con solo sessanta candidati quando gli altri ne hanno 660 o 480.
Non è mai, nel rinnovo dei governi regionali, una battaglia di uno contro uno e il vero parametro – se ancora serve lo spettrale bipolarismo – sarà alle europee.
È già un inciampo non da poco votare sempre quando si dovrebbe fare politica e il M5S, a questo punto, dovrebbe davvero smettere di smarrirsi nel dibattito e fare per davvero.
Fare conto su un personale valido, cooptare nei gangli del sistema Italia storie individuali di qualità collaudate nella vita vera perché se campano di curriculum si fottono una volta per sempre. Per far tornare quegli altri, i bipolari.
Ps mi spiego meglio, chissà che curriculum quello che fece fare la figuraccia a Lugi Di Maio scrivendogli nella lettera a Le Monde “democrazia millenaria”… altro che tracollo in Sardegna.

da Il Fatto Quotidiano del 27 febbraio 2019

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