Di Margherita Furlan

Fumata nera all’incontro di Madrid, detto Cop 2 che, nonostante i tempi supplementari, si è chiuso senza un’intesa. Il cosiddetto “mercato del carbonio” rimane un pasticcio irrisolto. Ma è stato un festival di ricatti e pressioni politiche dei più forti contro i più deboli.

Può l’economia umana crescere indefinitamente, eludendo i vincoli posti dalla finitezza del pianeta Terra? La questione è aperta. Una risposta negativa venne, nel lontano 1972, dal Club di Roma con il volume sui “Limiti dello Sviluppo”. Recentemente due autorevoli scienziati, l’inglese Tim Jackson e il canadese Peter A. Victor, hanno ribadito il “no” chiarissimo: quel limite esiste, ed è invalicabile. E accusano il premio Nobel per l’economia Paul Krugman di invocare -sostenendo il contrario — due teoremi niente
affatto dimostrati: cioè quello della illimitatezza delle risorse e quello dell’infinita risorsa della tecnologia.

In realtà Krugman ne propone un terzo, di teorema, anch’esso più fatto di speranze che di logica: la crescita può essere illimitata, purché sia di beni non materiali (cioè informazione e sapere) e si basi su energie rinnovabili. Come tutti gli economisti, Krugman guarda solo all’economia e ignora la natura. Che non ammette grandezze infinite e che è essenzialmente circolare.

Non vede, cioè, la necessità di un modello di sviluppo umano completamente diverso dall’attuale, ormai indubbiamente catastrofico. Il “mercato” non potrà risolvere questo problema, poiché la sua mano invisibile non prevede l’interesse della collettività degli uomini, che vuole sopravvivere, mentre l’attuale modello sta compromettendo proprio le basi della vita sulla Terra.

Oltre al fatto che esso produce disuguaglianze sempre più forti. Alcuni scienziati, per esempio, hanno calcolato che, se l’intera popolazione mondiale avesse un consumo pro-capite pari a quello statunitense, servirebbero cinque pianeti come la Terra. Di certo, come scrive Riccardo Petrella, “mettere al centro della sopravvivenza dell’umanità il “cambio climatico” come si trattasse solo di fenomeni specifici alla “natura” e non di un’evoluzione della vita globale dovuta piuttosto a fattori antropici, equivale a mentire”.

Non dovrebbe essere una sorpresa per nessuno che le attività economiche estrattive, la deforestazione e la degradazione del suolo, l’uso sconsiderato delle risorse idriche, mettono a dura prova gli equilibri ecosistemici planetari. L’inquinamento — da quello dell’aria nei contesti urbani e industriali, a quello chimico — è evidentemente il frutto dell’azione “turbatrice” dell’uomo. Tanto più che, mentre scarseggiano, almeno così si dice, le risorse per proteggere l’ambiente e ridurre la povertà, nel mondo si spendono in armi, guerre, eserciti ben 3,5 milioni di dollari al minuto.

La risposta? Non potrà più arrivare dalla politica, morta ai piedi delle grandi lobbies finanziarie, i più immediati e visibili produttori della devastazione ecologica del pianeta, delle guerre, delle ineguaglianze crescenti a livello
planetario, e nuovi padroni universali che hanno privatizzato quella che un tempo si chiamava democrazia.

La transizione energetica, tanto propagandata ma tuttora non realmente perseguita, serve solo per dichiarare potenzialmente “sostenibili”, in futuro, gli enormi interessi delle multinazionali . Ma non c’è nemmeno all’orizzonte un’idea di cambiare radicalmente gli attuali modelli d’impresa. In buona sostanza il greenwashing dei colossi finanziari serve a distrarre le opinioni pubbliche e a fornire ai loro maggiordomi gli argomenti dilatori con
cui imbonire i miliardi di homo videns che sono incollati ai devices elettronici.

Ma questa manovra non è più sostenibile. Il pianeta non può permettersela e non la permetterà. Con la Natura non è possibile trattare. Quale sarà dunque l’alternativa? Prima di tutto bisognerà spegnere lo smartphone e cominciare a pensare in libertà, in nome della sopravvivenza della vita su questo pianeta.
Un altro non ci sarà dato prima di arrivare alla rottura di quello che c’è.

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